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La “Vedova allegra” incanta il Teatro Verdi ma fa discutere

Luca Fialdini - 23 Febbraio 2016
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ajaxmailQuella andata in scena sabato 20 e domenica 21 febbraio al Teatro Verdi di Pisa è una Vedova allegra decisamente poco convenzionale, dalla scenografia alla scelta degli interpreti. Diciamo che come spettacolo in sé è stato molto gradevole, come Vedova allegra poteva riuscire senz’altro meglio. Chiariamo fin d’ora che chi è andato a teatro pensando di vedere una riedizione della Vedova allegra  del ’52 con Lana Turner e Fernando Lamas è rimasto senz’altro deluso, tuttavia sono del parere che lo spettacolo contenesse diversi spunti, alcuni piuttosto discutibili, altri molto interessanti.
Uno di questi è senz’altro la scenografia: piuttosto che proporre agli spettatori quanto previsto dal libretto (ossia la sala dell’ambasciata, il padiglione, la casa di Hanna Glawari ecc.) il regista Fabio Sparvoli e lo scenografo Giuliano Spinelli hanno scelto di costruire la scena puntando su un solo elemento, ossia una enorme scalinata rotante unita ad un caratteristico uso delle luci che sottolineassero certe situazioni o stati d’animo. Inutile dire che questa scelta è stata uno shock per chi si aspettava una Vedova allegra dal gusto classico, tuttavia non mi è dispiaciuta soprattutto perché è stata utilizzata in modo intelligente, più vicino al mondo cinematografico che a quello teatrale. Splendidi i costumi di Irene Monti, di grande effetto e soprattutto adattissimi all’operetta (ricordo fin troppo bene una Vedova allegra ambientata in una bettola con avventori vestiti in modo imbarazzante, sono più che grato alla Monti di non avermi fatto reiterare l’esperienza). Altro elemento che ho molto apprezzato è stato la scelta di proporre agli spettatori situazioni presentate in modo quasi surreale, una sorta di incrocio tra Grand Budapest Hotel ed Amarcord (mi viene in mente la scena in cui Gradisca si offre al Principe) che a mio giudizio si sposa perfettamente con lo spirito dell’operetta, spensierato e caratterizzato da situazioni tanto paradossali da apparire irreali: è il caso del divertentissimo balletto che accompagna il settimino È scabroso le donne studiar o della rigidità “fotografica” di tutti i personaggi in scena nel momento del duetto da Danilo ed Hanna.

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Maria Radoeva (al centro) nel ruolo di Hanna Glawari

Non ho trovato convincenti alcune scelte del regista, ad esempio quella di non spingere di più sull’aspetto comico della vicenda, il voler far muovere i personaggi come marionette nel Finale dell’Atto II (assolutamente senza senso), non far indossare a cantanti e ballerini costumi tradizionali ungheresi per le danze caratteristiche dell’Atto II e soprattutto tagliare il settimino di cui sopra, più alcuni indebiti tagli apportati alla partitura soprattutto nell’Atto III, ma non so se queste scelte siano attribuibili al regista od al direttore, il M° Nicola Paszkowski.

Venendo al cast della rappresentazione, sono obbligato ad operare una dolorosa distinzione tra i momenti recitati e quelli cantati. Per quanto riguarda la recitazione non c’è assolutamente nulla da dire, sono stati tutti più che all’altezza della situazione, soprattutto per quanto concerne i momenti comici delajaxmail (2)l’operetta. Ottimi Carmine Monaco (Mirko Zeta) e Marco Brancaccio (Njegus), totalmente a proprio agio sul palcoscenico e con ottimi tempi comici, così come Christian Collia (Camille de Rossillon) e Stefano Marchisio (Cascada). Da un punto di vista squisitamente vocale, invece, sono diverse le cose che non hanno funzionato come dovevano, una su tutte l’intensità vocale. È doveroso ricordare che la tessitura dell’operetta è drasticamente diversa da quella dei cantanti lirici, pertanto bisogna tener presente che tutti hanno dovuto impegnarsi ancora di più per far propria una tessitura “estranea” e che non è affatto semplice gestire una vocalità tanto diversa da quella cui si è abituati mentre si balla, ma in alcuni momenti davvero era quasi impossibile udire il canto al di sopra dell’orchestra così come in svariati momenti è stato impossibile capire cosa stavano dicendo col canto. Lo stesso Giuseppe Raimondo (Danilo Danilowitsch) non mi ha affatto convito: indubbiamente dotato di un bellissimo timbro ma in alcuni momenti quasi inefficace, così come Maria Radoeva non è stata una indimenticabile Hanna Glawari. Si è percepito distintamente che al Radoeva si è impegnata molto nell’interpretazione impiegando una ragguardevole finezza nel canto esibendo una bella voce flessuosa e sottile, ma quel che serviva era volume, non belcanto.

ajaxmail (4)Buono il già citato Christian Collia (Camille de Rossillon) che ha saputo imporre con la propria voce una presenza scenica decisa, anche se il duetto dell’Atto II tra Camille e Valencienne è stato un po’ troppo svenevole: già si tratta di un duetto particolarmente lungo, ma se non gli si dà un po’ di pepe sembra acquisire una lunghezza a dir poco wagneriana.

Protagonista indiscussa della serata è stata l’Orchestra Giovanile Italiana, guidata dalla bacchetta del M° Nicola Paszkowski: l’orchestra di Fiesole ha mirabilmente interpretato la partitura con raffinatezza e brio, proponendo un’esecuzione degna delle migliori orchestre professioniste confermando (se ancora ce ne fosse il bisogno) l’alto grado di professionalità e bravura cui è giunta. La perfetta aderenza alla partitura – o, ancor meglio, al suo spirito – e l’impeccabile esecuzione sono stati una vera gioia per il pubblico che ha gremito il Teatro Verdi. Solo questo valeva il prezzo del biglietto.

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Photocredit Lorenzo Breschi