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Qu’est-ce qu’on a fait au Bon Dieu? – Le due facce della laicità nel modello francese

Fabrizia Capanna - 19 Giugno 2016
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Qu’est-ce qu’on a fait au Bon Dieu?” letteralmente “Cosa abbiamo fatto al buon Dio?” è un film del 2014 diretto da Philippe de Chauveron, campione di incassi in patria, e non a caso.

Claude e Marie Verneuil sono uno stereotipo vivente: coppia borghese di radicata tradizione cattolica, retaggio gollista e buonismo multiculturalista, accettano di sposare tre delle loro quattro figlie ad immigrati di seconda generazione. Un ebreo, un musulmano e un cinese.

Più che l’inizio di una barzelletta pare essere l’inizio del crepacuore per il povero signor Verneuil, che dovrà fronteggiare però ancora un’ultima provocazione: rincuorato dalla notizia che l’ultimo genero sarà finalmente un cattolico (che per di più ha lo stesso nome del buon De Gaulle!), non reagirà troppo bene alla scoperta delle sue origini ivoriane.

Le donne della storia sono del tutto marginali, troppo pacate ed accondiscendenti per essere in qualche modo rilevanti. Sono gli uomini – per una volta- il vero motore della vicenda: abbiamo un padre di famiglia bianco e francese DOP, quattro generi che rappresentano tutti i luoghi comuni della religione/territorio di appartenenza, un consuocero specchio del primo, ma più agguerrito, senza quella smania di stantio benpensantismo che trasforma quasi la destra in un ricettacolo di radical-chic prestati alla gauche.

Con la sua commedia Philippe de Chauveron ci pone davanti al risvolto più banale del laicismo francese. È una commedia senza troppe pretese, che ricalca e un po’ attualizza la sempreverde commedia di Kramer.

Si inserisce senza sforzo nel filone della comédie lègère, che non ha pretese di riflessione se non quelle rese palesi dalla trama, quelle semplicistiche del “volemose tutti bene”, del “siamo tutti uguali” (purché francesì, ça va sans dire).

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Ecco, in realtà per quanto il film sia davvero molto carino, non merita considerazioni tanto profonde da non poter essere fatte da ciascuno di noi nei due minuti dei titoli di coda.

Il punto focale dell’intera faccenda, su cui vale la pena soffermarsi, è invece l’arrivo di Charles, l’ultimo genero, nonché ultima goccia che fa traboccare l’orlo già pieno della pazienza buonista di Monsieur Verneuil. I goffi tentativi della signora Marie di mettere in ogni modo d’accordo tutti i diversi costumi della neo costituita famiglia non riescono a nascondere la vera natura di questo abbraccio multiculturale: quella dei signori Verneuil non è accoglienza, ma accettazione tollerante del diverso, imposta dalle convenzioni sociali e religiose, maschera del razzismo e del pregiudizio involontario e incontrastabile che cercano di sopprimere.

E a ben vedere la loro non è neanche un’accettazione totalmente disinteressata: la loro tolleranza dei generi ha alla base nient’altro che l’accettazione dell’individuo primariamente in quanto soggetto socialmente riconosciuto come valido: la posizione sociale di rilievo sembra eclissare per un momento le diverse radici culturali, è una sorta di nulla osta, di clausola salvatoria che ne permette l’inserimento in famiglia. (In ossequio alla politica dell’immigrazione selettiva avviata da Sarkozy.)

Radical-chic sì, ma sempre borghesi.

 

Ma il regista non ci racconta altro che una favola, un particolare che non viene replicato su scala generale, un modello multiculturalista che sta alla famiglia Verneuil come in realtà quello assimilazionista sta alla Repubblica.

Il modello-Francia non accoglie e valorizza gli elementi culturali d’origine, non si premura di ricreare il melting-pot americano, non guarda all’integrazione come risorsa, ma come concessione.

Lo straniero è accettato nella misura in cui rinunci al suo retaggio e si assimili – appunto – all’ospitante grazioso.

 

Aspetto i salviniani qui. A dire che chi non vuol rispettare le regole è bene che torni a casa propria.

Ma qui non stiamo parlando di leggi, stiamo parlando di mos.

Non viene messo in discussione solo ciò che comporterebbe pregiudizio alla sicurezza nazionale o all’ordine pubblico, ma ciò che nuocerebbe alla comune morale.

Morale che in Francia è una morale di Stato, una morale che si insegna nelle scuole, e da quest’anno non è più solo un modo di dire: oltralpe l’insegnamento della religione è bandito dal 1882, e non è stato sostituito (nell’ottica multiculturalista, appunto) da un’ora di “Storia delle religioni” ma, su proposta del ministro socialista Peillon, da un’ora obbligatoria di “Morale laica”.

Quanto mai attuale: “I bambini sono prima della Repubblica, e poi dei loro genitori” per dirla con le parole di Danton.

E sembra proprio aver fatto un passo indietro la laicità, sembra di esser tornati al regime giacobino, dove la libertà è imposta, e non contrattabile.

Il governo intende costringere gli uomini a essere liberi. I giacobini sono tornati.

 

Ma la “liberté” della triade rivoluzionaria, che fine ha fatto?

L’esasperazione dell’egalité l’ha forse soffocata fino a renderne necessario l’abbattimento?

In quest’ottica l’accoglimento dello straniero non aggiunge un plus alla Nazione, aggiunge un mero numero allo Stato.

Non va ad aggiungere tradizioni ad una collettività eterogenea, figlia prima delle conseguenze della colonizzazione, e poi della globalizzazione, ma va ad aumentare la collettività omogenea di 1. Collettività forzatamente omogenea. Accomunata dalla parità di trattamento dello Stato, che parimenti osteggia qualsiasi forma di ostentazione culturale.

Uno stato anti-islamico quindi. Anti-giudaico. Anti-cristiano.francia1

Non si fanno differenziazioni né sconti di pena. Allo stesso modo valgono una kippah, un hijab o un crocifisso “ostentato”. Allo stesso modo si vieterà ad un rabbino con la kippah di andare a votare, e ad una bambina con la gonna troppo lunga di entrare a scuola.

 

Tutto si può ricondurre ad una semplice questione: per definirsi “laico” uno Stato deve tollerare le ostensioni religiose o eliminarle?

Quando la “laicità” è settaria, intransigente, discriminatoria paradossalmente verso l’intero universo dell’Altro, le conseguenze possono solo essere l’isolamento e l’emarginazione, non l’uguaglianza.

Quello che la Francia sta portando avanti – soprattutto nell’ultimo decennio – è un’operazione di ghettizzazione religiosa (non solo urbanistica), mascherata da perbenismo liberale, con le conseguenze che tutti abbiamo avuto modo di sentire sulla pelle: il sistema della laicità come norma imperativa ha fallito, ha prodotto separazione in luogo dell’unità per la quale era stata creata. Ha buttato nella Senna la fraternité assieme all’integrazione dello straniero, che è alienato due volte. La prima dalla propria cultura, dalle proprie origini, dalla libertà di manifestare liberamente il proprio credo. La seconda dalla Repubblica. Patria della libertà che ha tradito ogni affidamento legittimo di tolleranza e comprensione.

La scena del pater familias sig. Verneuil e dei generi che cantano l’inno francese con la mano sul cuore riesce a render bene – non volendo – l’idea della situazione: il pater familias Stato ingloba dentro di sé l’Altro, lo straniero come il Francese nel quale sia rimasto ancora un barlume di attaccamento culturale. Tutti sotto l’egida della grande madre Francia, che più che imparziale e super partes si dimostra neutrale come Pilato.

Per evitare le difficoltà del riconoscere le culture che (lei per prima!) ha fatto in modo che si infiltrassero nello Stato, ha preferito disconoscerle. Tutte.

Ha preferito non sporcarsi le mani e negare l’esistenza di gruppi sociali culturalmente connotati sul piano civile, se non in senso negativo (vedasi la “Legge sul velo” del 2004, in realtà oppressiva dell’ostensionismo religioso in genere).francia4

L’individuo è in-dividuus, di per sé considerato, non elemento di una collettività che possa esser diversa da quella di Stato. La Repubblica non è il collante che tiene insieme gli strati e le formazioni sociali, ma il mare entro cui esse svaniscono, lasciando l’individuo-persona-spersonificato, privato della propria soggettività (l'”unencumbered self” di Sandel) a rapportarsi da solo con l’ordinamento.

Una società che più che di socii legati da una comunanza di scopo, parla di uno scopo comune cui i soci sono asserviti, mettendo al primo posto, propagandando esattamente quello che afferma di voler eliminare: l’imposizione religiosa.

La Francia sta ponendo il divieto come fondamento, sta immolando la libertà sull’altare sacrificale del culto della laicità.

Una laicità de combat deviata, idolatrata, religion d’État, che si trincera dietro lo scudo dell’ordine pubblico per bastonare la libertà di coscienza. Un Ateismo oltranzista che combatte il fondamentalismo con il divieto di esprimere la propria identità culturale, ma che ha come unico effetto quello di esacerbarlo, ottenendo come reazione l’accorpamento dei singoli nella Comunità, che compatta risponde nell’unico modo che possa impedire al paradosso progressista di cancellare la propria libertà.

Hijab, gonna, barba, kippah non sono più segni visibili di appartenenza, ma demoni da esorcizzare per preservare la laicità del Paese.

Ma a quale prezzo?

È così che la terza generazione di immigrati ha voluto ricercare la propria identità, ha deciso di porre fine all’alienazione ritrovando radici comuni con gli altri alienati, mai del tutto integrati.

E dove trovare queste radici se non nella religione? Religione vista come salvezza da un disagio storico, specchio del disagio di un’intera generazione confusa ed emarginata che si ritrova senza punti di riferimento. Situazione esasperata dal catalizzatore che è stato la crisi globale, che ha lasciato crescere il degrado nelle zone più centrali e allo stesso tempo più lontane, periferiche e nascoste d’Europa. Dentro il cuore dell’Europa.

 

Finkielkraut nel suo saggio “L’identité malheureuse” (“L’identità infelice”) si chiede: “Si può ancora essere francesi?”, “Per la prima volta nella storia dell’immigrazione, l’ospite rifiuta di essere accettato”.

È stato giusto allora ritenere che l’appiattimento della collettività, la castrazione di ogni spinta soggettiva, avrebbero potuto unificare il Popolo e prevenire quei conflitti – allo stesso tempo razziali e di classe – che invece adesso prepotentemente rompono la farsa dell’ordine di Stato?

Come due secoli fa, la Libertà guida il popolo, calpestando i corpi degli stessi francesi.

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