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Quando si pensa a Leonardo da Vinci e alla mole di opere, invenzioni, manoscritti da lui realizzati, si tende spesso a rappresentarlo come una personalità seria, quasi austera, comunque troppo tesa a creare capolavori per concedersi momenti di svago.
Quest’idea nasce forse anche dalle sue raffigurazioni più famose, compreso il celebre autoritratto a sanguigna. Ci si crea dunque un’immagine fuorviante dell’artista, che non tiene affatto conto dei numerosi materiali che supportano una tesi assai diversa: quella di un Leonardo irriverente, amante di scherzi, barzellette ed indovinelli. Ci sono giunte più testimonianze di questo aspetto del suo carattere. Si racconta ad esempio che talvolta, passeggiando per le strade, tenesse sulla spalla un grosso rettile – forse una lucertola – al quale aveva attaccato due ali ed una cresta che lo facevano somigliare ad un drago. Un altro aneddoto narra che, per spaventare le persone, durante una festa Leonardo avesse gonfiato con un mantice le interiora di alcuni animali, in modo creare spaventosi palloni giganteschi. Tra le sue opere si trovano inoltre, come accennato sopra, alcune divertenti storielle, vere e proprie barzellette incentrate spesso su alcune figure tipiche del suo tempo come frati o mercanti. Una di esse riguarda un prete, che “andando per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, il pittore, voltosi indirieto alquanto scrucciato, chiese perché facesse tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere così usanza, e che era suo dovere fare così, e che faceva bene, e che chi fa bene deve aspettarsi bene e meglio, che così prometteva Dio, e che per ogni bene che si faceva in terra, se n’avrebbe avuto cento in cielo. Allora il pittore, aspettato che egli uscisse fuori, dalla finestra di sopra gettò un gran secchione d’acqua addosso al prete, dicendo: ‘Ecco dal cielo cento volte la tua acqua santa, con la quale m’hai guasto mezze le mie pitture!’”. Vien da chiedersi se non fosse una storiella autobiografica! Nei codici vinciani, accanto a facezie come questa, sono presenti anche intere pagine fitte d’indovinelli, anagrammi e soprattutto rebus. Se infatti è difficile risalire ad un vero e proprio inventore di detti rebus, è fuor di dubbio che Leonardo sia stato ancora una volta uno tra i primi a cimentarsi con tali enigmi, con risultati prevedibilmente brillanti.

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Il suo acume ed il suo spirito di osservazione si applicarono anche alla rappresentazione in chiave grottesca di figure caratteristiche del popolo. Leonardo era infatti parimenti abile a ritrarre sia bellezze eteree ed armoniose come quella della ‘Dama con l’ermellino’ o delle figure sacre, sia volti deformi e scavati dal tempo la cui plasticità non di rado esprime stati d’animo diversi. Secondo le convinzioni dell’artista basate sulla fisiognomica, proprio osservando il volto – più precisamente il suo atteggiamento e le sue caratteristiche – era possibile rilevare non solo le emozioni ma anche le qualità caratteriali dell’essere umano. Alcune testimonianze addirittura raccontano che Leonardo si divertisse a provocare con barzellette e storielle il riso sfrenato dei personaggi più brutti e ridicoli del popolo, per poi ritrarli. Queste testimonianze giunte fino a noi sono a tutt’oggi importanti per studiare e ricordare la quotidianità del ceto più basso, nient’affatto nobile, ma avvezzo a frequentare le bettole fiorentine.