1 Dicembre 2020

Cinquantadue anni fa, il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, venne assassinato a Dallas, in Texas. Di quel brutale omicidio ci basti sapere che a commetterlo furono quasi certamente diversi gruppi di cecchini, appostati in modo tale che i sospetti  ricadessero solo su Lee Harvey Oswald, e che ad ordirlo fu la più oscura alleanza che la storia americana abbia mai conosciuto, che spaziava da esuli cubani anticastristi, ai boss del crimine organizzato, fino al coinvolgimento di membri dei servizi segreti e delle istituzioni del sud degli Usa. In questo articolo non voglio ripercorrere i fatti di quella terribile congiura, per la quale sono stati versati fiumi di inchiostro (consiglio, per approfondire, Il Presidente, di Gianni Bisiach). Ma voglio cogliere questa occasione per scrivere delle parole di Jfk, rendendo così davvero omaggio ad uno dei più grandi politici del Novecento e, forse, della storia recente. Nelle sue parole, a tratti profetiche, pronunciate in occasione del discorso di insediamento del 20 gennaio 1961, si manifesta una visione, la “Nuova frontiera”, di un’America pronta a rinascere. Al di là delle dietrologie sul suo omicidio, è nel disegno progressista di JFK, che spezzava la tradizione e poneva nuovi traguardi, che dobbiamo ricercare le principali cause del perché, i peggiori uomini del tempo, lo abbiano voluto assassinare. E’ partendo dalle sue parole che ci possiamo, anche solo per poco, avvicinare al suo progetto, rimasto in gran parte incompiuto, ma che, ancora oggi, continua ad ispirare i più grandi leaders del mondo.

“[…] Giunga da questo luogo e da questo momento, ad amici e nemici, la notizia che la torcia è stata trasmessa ad una nuova generazione di americani, nati in questo secolo, temprati dalla guerra, disciplinati da una pace dura e amara, orgogliosi della nostra antica tradizione e per niente disposti a osservare o a permettere la lenta demolizione di quei diritti umani ai quali questa nazione è sempre stata votata e ai quali anche oggi noi siamo votati, in patria e nel mondo.


Ogni nazione, sia essa benevola o malevola nei nostri confronti, sappia che pagheremo qualunque prezzo, sopporteremo qualunque peso, faremo fronte a qualunque difficoltà, sosterremo qualunque amico e combatteremo qualunque nemico per garantire la sopravvivenza e il trionfo della Libertà.

Ai nostri alleati con i quali condividiamo le nostre origini culturali e spirituali noi offriamo solennemente la nostra lealtà di amici fedeli. Uniti c’è poco che non possiamo fare, perché non si osi fronteggiare una minaccia potente quando si è divisi e lacerati da lotte intestine.

[…] Alle persone che nelle capanne e nei villaggi di mezzo mondo lottano per spezzare le catene della miseria di massa, noi diciamo solennemente che faremo del nostro meglio per aiutarle ad aiutarsi da sé, per il tutto il tempo che ci vorrà, perché è una cosa giusta. Se una società libera non è in grado di aiutare i molti che sono poveri, non può nemmeno salvare i pochi che sono ricchi.

Alle repubbliche consorelle, a sud del nostro confine, offriamo un impegno speciale: quello di convertire le nostre buone parole in buone azioni, in una nuova alleanza per il progresso, per aiutare gli uomini liberi, e i governi liberi, a spezzare le catene della povertà. Ma questa pacifica rivoluzione della speranza non può cadere ostile di potenze ostili. Che tutti i nostri vicini sappiano dunque che ci uniremo loro nel contrastare l’aggressione o la sovversione ovunque nelle Americhe. E che ogni altra potenza sappia che questo emisfero intende rimanere padrone in casa propria.

All’assemblea mondiale di stati sovrani, le Nazioni Unite, la nostra ultima, migliore speranza in un’epoca nella quale gli strumenti di guerra hanno sopravanzato di molto gli strumenti di pace, noi rinnoviamo solennemente il nostro sostegno per impedire che finisca per diventare una tribuna da cui lanciare invettive, e niente più, per rafforzare l’area in cui le sue risoluzioni hanno efficacia.

Infine, a quelle nazioni che intenderanno rendersi nostre avversarie, noi offriamo non un impegno, ma presentiamo una richiesta: che entrambe le parti ricomincino la ricerca della pace, prima che le oscure potenze della distruzione che la scienza ha scatenato trascinino l’intera umanità nell’autodistruzione, intenzionale o accidentale. Noi non osiamo tentarle con la nostra debolezza. Solo quando le nostre armi saranno sufficienti al di là di ogni dubbio, potremo essere certi, al di là di ogni dubbio, che non saranno mai impiegate. Tuttavia non è neanche vero che due grandi e potenti gruppi di nazioni possono sentirsi a loro agio per come stanno andando le cose: entrambe le parti sono giustamente allarmate dal costo degli armamenti moderni, entrambe sono giustamente allarmate dalla costante diffusione dell’atomo mortale, ma fanno comunque a gara per alterare quel precario equilibrio del terrore che ancora trattiene dalla guerra che porrebbe fine al genere umano. 


Ricominciamo dunque da capo, tenendo presente da entrambe le parti che la correttezza non è segno di debolezza e la sincerità è sempre soggetta a verifica. Non sia la paura a farci negoziare. Ma non vi sia in noi la paura di negoziare. Ricerchino entrambe le parti quali problemi ci uniscono, invece di insistere sui problemi che ci dividono. Formulino l’una e l’altra parte, per la prima volta, proposte serie e precise sulle ispezioni ed il controllo degli armamenti e sottopongano al controllo assoluto di tutte le nazioni il potere assoluto di distruggere altre nazioni. Facciano appello entrambe le parti alle meraviglie della scienza e non ai suoi orrori. Uniamoci per esplorare le stelle, per conquistare i deserti, per eradicare le malattie, per sfruttare le profondità oceaniche e per promuovere le arti e i commerci. Si uniscano le due parti affinché in ogni angolo della Terra sia seguita l’indicazione di Isaia: “che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi”. E se un avamposto di cooperazione può ricacciare indietro la giungla del sospetto si uniscano le due parti in una nuova iniziativa, non per un nuovo equilibrio di potere, ma per un nuovo mondo regolato dalla legge dove il forte sia giusto, il debole al sicuro e si preservi la pace. 

Tutto questo non sarà compiuto nei primi cento giorni. E non sarà compiuto neppure nei primi mille giorni, neppure nell’intera durata di questa amministrazione, forse neppure nell’intera durata della nostra vita su questo pianeta. Però vi dico: incominciamo. 

Il successo finale o il fallimento della nostra iniziativa sarà nelle vostre mani, miei concittadini, più che nelle mie. Da quando è stato fondato questo paese, ogni generazione di americani è stata chiamata a testimoniare la sua lealtà alla nazione. Le tombe di giovani americani che risposero alla chiamata del dovere costellano il globo. Ora la tromba ci chiama nuovamente a raccolta […] per sostenere il peso di una lotta lunga e incerta contro i nemici comuni dell’umanità: la tirannia, la povertà, la malattia e la guerra stessa. Possiamo forgiare contro questi nemici una grandiosa alleanza, estesa al mondo intero, che sia in grado di assicurare all’intera umanità una vita più proficua? Vi unirete a questa impresa storica anche voi?

Nella lunga storia del mondo, sono poche le generazioni chiamate a difendere la libertà nell’ora del suo massimo pericolo. Io non rifuggo da questa responsabilità, l’accetto volentieri. Non credo che qualcuno di voi cambierebbe il proprio posto con quello di qualsiasi altra persona o altra generazione. Il vigore, la fede, la devozione che non portiamo a questa iniziativa illuminerà il nostro paese e tutti coloro che lo servono e il bagliore di quel fuoco potrà davvero illuminare il mondo. Perciò, concittadini d’America: non chiedetevi che cosa può fare il vostro paese per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro paese. Concittadini del mondo, non chiedetevi che cosa può fare l’America per voi, ma che cosa possiamo fare tutti insieme per la Libertà dell’uomo. 

Infine, cittadini d’America e del mondo, esigete da noi che siamo qui riuniti il medesimo vigore morale e il medesimo grande spirito di sacrificio che noi esigiamo da voi. Con la nostra buona coscienza quale unica certa ricompensa e con la storia, quale giudice ultimo delle nostre azioni, procediamo a prendere la guida della terra che amiamo, invocando la benedizione e l’aiuto di Dio, ma consapevoli che, su questa terra, il compimento dell’opera divina, in verità, spetta a noi”.

Sono passati cinquantadue anni e nessuno è ancora riuscito ad eguagliare John F. Kennedy. E’ impossibile confrontare questo discorso, con la desolazione del dibattito politico collettivo, senza avvertire l’abisso che li separa. E’ necessario apprendere chi fu quel giovane democratico che aprì i cuori alla democrazia, perché, forse, la “torcia” è caduta dalle mani di chi l’aveva accesa, ma non è ancora del tutto spenta.

Infine, per comprendere e ricordare JFK, vorrei appropriarmi delle straordinarie parole di Gian Arturo Ferrari, scritte due anni fa per il Corriere della Sera:

“[…]Quando Kennedy divenne presidente nel 1960 la guerra era finita da quindici anni. Non erano stati allegri, quei quindici anni. La retorica del miracolo tende a rappresentarli come una vivace, anche se faticosa, scalata. Ma non è stato così. C’era asprezza, c’era durezza, c’era anche angustia e costrizione, un senso di soffocamento. La politica suonava la stessa musica, nella tenaglia della Guerra fredda mostrava un volto arcigno. Ike e Mamie Eisenhower, dopo i sorrisetti delle campagne elettorali, non erano una coppia incoraggiante. In Italia i democristiani dicevano cose incomprensibili, perduti in misteriose alchimie. I comunisti restavano idealmente allineati, con un ideale cappello in testa, su un ideale mausoleo di Lenin.

Kennedy, all’improvviso – sembrava venisse da un altro mondo – dissolse tutto questo. Con lui ogni cosa cambiò, il clima, il tono, l’aura. L’eleganza spontanea, non studiata, così distante dagli infagottamenti grigiastri degli anni Cinquanta. Le costose semplicità di cui si circondava, prati, vele, moglie e bambini perfetti. La retorica che sembrava antiretorica tanto era efficace, costruita con le parole della Bibbia e di Shakespeare, i ritratti del coraggio e la nuova frontiera. Il governo come gruppo di amici, tutti giovani e brillanti – the best anche the brightest – in maniche di camicia e cravatte allentate a guidare la metà buona del mondo. E quella specie di  brezza costante intorno a lui, l’aria di cose sempre mosse, come il vento di Berlino un mese dopo il muro e tre prima di morire, con le vecchie che avevano visto Hitler e l’Armata Rossa ad applaudirlo e a piangere.

Una lunga stagione si chiuse e se ne aprì una nuova, che dura tuttora. La cui caratteristica essenziale era ed è l’ingresso nella politica delle democrazie di fattori emotivi ed empatici. All’epoca, prima che dominasse la massmediologia, quel che si provò fu un grande senso di liberazione, come di un collare che si allenta, di un giogo che si solleva. Un senso di liberazione tanto forte e pieno che negli anni successivi venne poi a varie riprese e in vari ambiti ricercato, con risultati non sempre commendevoli. Questa apertura di libertà fu il primo vero grande lascito di Kennedy. Poi, e di conseguenza, ci fu l’adesione di massa, appassionata, alla democrazia. Qualcosa che non si era mai visto, essendo la democrazia di sua natura poco entusiastica, legata più alla convenienza che all’esaltazione, una cosa un po’ da bottegai. Ed essendo, per contro, l’adesione di massa legata ai totalitarismi, alle parate, alle divise militari o paramilitari, Kennedy seppe fare della democrazia un sentimento collettivo, la tolse dal suo arrocco in sola difesa e la rese un valore vivibile, un qualcosa cui partecipare, un orizzonte di speranza. E questo secondo suo lascito fu il suo miracolo”.BER504-ART+JFK+REMEMBERED

Lamberto Frontera

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Lamberto Frontera

Classe 1995, laureato in Scienze Politiche (Studi internazionali), frequento il Corso di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali presso l'Università "Cesare Alfieri" di Firenze.
Scrivo per Uni Info News da marzo 2015.

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