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Amori, tradimenti, insoddisfazioni, bisogno di rimediare ad una noiosa mediocrità e alla banalità della vita e l’incapacità di riuscirci; voglia di rivalsa, di amare, di ballare e la tragica impossibilità di liberarsi dai nostri eterni vizi. Il tutto condito da un ambiente tra il vintage e il retrò e dalle note jazz di Louis Armstrong e Etta James. Sono questi alcuni degli ingredienti che Monica Guerritore, prendendo spunto da un’idea di Francesca Reggiani, porta in scena nel suo riadattamento dell’omonimo film del 1992 di Woody Allen.
Si tratta in realtà della prima trasposizione teatrale che è stata proposta al celebre regista e attore statunitense, il quale, prima di accettare, ha voluto che gli spiegassero bene il progetto. Ma una volta che gli venisse fatto presente che il lavoro teatrale non avrebbe riportato e descritto in modo omologo le scene del film, cioè che avrebbe comunque avuto una sua sostanza e una sua ambientazione tipica (non l’esuberanza di New York ma una sala da ballo che funge da bar e ristorante), non ha avuto problemi ad accettare la proposta e a cedere i diritti per concepire questo spettacolo.
Al posto, quindi, delle luci, strade e stanze newyorkesi qui ci troviamo catapultati in un luogo unico, un “non-luogo” che a tratti pare acceso e reale, a tratti si fa spento e rarefatto, dove la luce va e viene (complice anche un violento temporale che si abbatte sul posto). Una sala da ballo e bar che però non perde mai la sua connotazione realistica, dove una volta a settimana, dopo il lavoro, si incontra un gruppo di persone diverse tra loro ma accomunate da un filo conduttore: l’appartenza alla classe borghese. Finiscono in questo posto per ripararsi dalla pioggia, ma finiranno per esserne imprigionati. Qui infatti si incontrano, si conoscono e saranno ben presto costretti ad abbandonare, nell’arco di quella notte, la loro comoda e rassicurante facciata. Nella simultaneità delle relazioni e degli intrecci clandestini, nelle rotture e nelle improvvise riconciliazioni, nei vagheggiamenti tra il comico e il paradossale, si percepiscono così le piccole altezze degli esseri umani. Otto personaggi che, stando alle parole di Woody Allen, rappresentano un “girotondo di piccole anime che sempre insoddisfatte girano e girano intrappolate nell’insoddisfazione cronica di una banale vita borghese“.
Chiari i riferimenti a Bergman e Strindberg, con richiami di Cechov, in questa guerra tra maschio e femmina (ma che è anche guerra di noi contro noi stessi). Un copione eterno di cui l’uomo è tragicamente vittima: del resto, proprio Allen dice che “l’amore è una commedia inventata da un sadico“. E i personaggi sono vittime di questo gioco al massacro. Sia come testimoni che come protagonisti sono coinvolti in quest’arena dove non è più possibile nascondere sè stessi ma si è obbligati a tirar fuori tutte le cose e a fare i conti con ciò che davvero si è. Così è facile perdere l’equilibrio, la zona di comfort, e lasciare spazio alle pulsioni più irrefrenabili, a mostrarsi deboli, dal cuore vulnerabile, infantili e nevrotici. Il ballo che risuona nella sala, la musica jazz che incalza, dà libero sfogo a questi poveri uomini di liberarsi, scatenarsi, sfoggiando le loro qualità (dubbie) di ballerini e i loro disordinati ed esuberanti movimenti del corpo.


Un lavoro che comunque, pur nella difficoltà di riadattare a teatro un film di successo, ha avuto un discreto successo di pubblico. Un cast numeroso che ha saputo mettere in scena energia e relazioni (pur con qualche differenza qualitativa tra attori), anche se i tempi scelti dalla Guerritore vengono rallentati un pò spesso, col rischio concreto che il tempo scenico svanisca del tutto. Come spesso accade nel teatro di regia è facile cadere nella trappola di esaltare i personaggi interpretati dagli attori principali (la Guerritore e la Reggiani in questo caso), a costo di non porre gli altri a pari livello. Eppure va notata una certa qualità in alcuni degli attori che completano il cast. Forse è anche (o soprattutto) grazie a loro che la tensione e la forza del racconto rimangono alte. Una storia che rimane comunque affascinante, tragicomica, divertente pur con tutto il suo sarcasmo. Un pò come tutto Woody Allen.