3 Dicembre 2022

GARRONE_MORETTI_SORRENTINO

Il mese di Maggio è passato sul nostro calendario e con esso anche uno dei Festival internazionali cinematografici più importanti al mondo: il Festival di Cannes. Giunto quest’anno alla sua 68° Edizione, ha visto, tra le pellicole protagoniste che sono state proiettate alla croisette, ben tre lungometraggi italiani, o meglio, che vedevano alla regia tre autori italiani, con altrettante visioni decisamente diverse fra loro: Nanni Moretti, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino.

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Tre nomi per tre storie cinematografiche tutte da studiare. Naturalmente le distribuzioni non hanno perso occasione e si sono prodigate per distribuire i film sul territorio il giorno stesso della loro presentazione a Cannes, se non addirittura prima. A questo punto, mi sorge un dubbio: non ci sarà stata un po’ troppa fretta? Conoscendo il pubblico, se i tre film avessero fatto tanto parlare di loro, nel bene o nel male, sicuramente il riscontro sarebbe stato di tanta curiosità, forse molto più di quella che i tre nomi si portano sempre dietro. Prendiamo, però, i lungometraggi nella loro fattispecie.


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Mia madre di Nanni Moretti è stato molto apprezzato all’estero per la sua visione intima e profonda del dolore che accomuna ogni persona alla inesorabile perdita di un affetto a cui si è particolarmente legati. Il racconto dei racconti ha segnato una svolta coraggiosa nel cinema di Matteo Garrone, catapultatosi in un genere, da lui rilanciato, che in Europa viene ricordato per lo più per la spettacolare origine a stelle e strisce. La giovinezza di Paolo Sorrentino ha mischiato gli stilemi di un filone cinematografico italiano che ha, volente o nolente, caratterizzato la produzione artistica italiana sulla scena mondiale. Detto ciò, al di là del fatto che i film siano piaciuti o meno, il pubblico in generale dovrebbe cercare di fare una riflessione: il cinema italiano sembra essere tornato meritevole di considerazione sul panorama internazionale.

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Sicuramente molti contenuti possono essere risultati irritanti, altri fuorvianti, tuttavia l’arte cinematografica di fabbricazione italiana si sta riprendendo quel posto che tanto ha decantato negli ultimi anni, specialmente a livello di collaborazioni con altri Paesi. E lo fa non solo sul piano autoriale, ma anche economico: gli incassi dei tre film sono andati piuttosto bene. Insomma, per farla breve: posso capire le critiche e gli sputi che questi lavori si prendono, ma ciò non significa, oggettivamente ragionando, che tutto sia immobile. La speranza è che non sia tutta apparenza: il cinema italiano sta tornando ad avere autori che, in un modo o nell’altro, fanno parlare di sé. E che, presto, torneranno a fare la storia e a divenire manifesto di un modo di concepire quest’arte e la filosofia del linguaggio cinematografico. Il pubblico è giusto che faccia le sue critiche, ma non deve distruggere, in quanto questo modo di fare ha trascinato il cinema in una crisi d’identità profonda. Al contrario, dovrebbe essere costruttivo per un futuro che si prospetta soprattutto per le generazioni di registi che arriveranno. Sarebbe il momento di apprezzare un po’ di più, almeno sul piano oggettivo, ciò che le menti creative italiane sono capaci di esportare nel mondo.

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