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Recensione di Contagious – Epidemia Mortale (Maggie)

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Recensione di Contagious – Epidemia Mortale (Maggie)

maggie1Il fascino dello zombie-movie è antico, nel mondo del cinema, ed ancora oggi, seppur rimescolato con altri generi o affiancato a storie che si discostano dai classici dell’horror esso sa ancora attanagliare e affascinare una larga fetta del pubblico. Negli ultimi decenni abbiamo visto non solo pellicole più affini ad un tipo di orrore commerciale, ma anche a parodie ben costruite, come Shaun of the Dead, tanto da ricevere i plausi del maestro G. Romero, Benvenuti a Zombieland, che in America è considerato un vero e proprio cult, o a serie tv che vanno, oggigiorno, avanti per inerzia e per gli ascolti (meritati?) quale ad esempio The Walking Dead.

Alla fine è arrivato, finalmente, nei nostri cinema, sotto il caldo estivo, Maggie, vale a dire Contagious – Epidemia Mortale per gli spettatori Italiani, ovvero un altro solito caso di pessima ed ingiustificata traduzione operata per attirare nelle sale il maggior numero di persone possibili facendole credere che quel che andranno a vedere sarà una pellicola stile World War Z o Virus Letale, lavoro, questo, che ha fin da subito destato un certo interesse, se non altro per l’atmosfera che fin dal trailer riusciva a trasparire e ad affascinare.

Maggie è un film tutt’altro che commerciale, capace di offrirsi allo spettatore esattamente come un’esordio puro e crudo da parte di Henry Hobson, in questi anni chiamato in causa nei retroscena di numerosi film, per la realizzazione dei titoli di testa ed altri elementi di contorno, e di videogiochi quali The Last of Us. E non è casuale questo nome, (e gli amanti dei videogiochi avranno già compreso, a questo punto, tante cose, godendo in anteprima di una certa chiave importante per la comprensione della storia) dato che l’attaccamento allo zombie-movie Hobson se lo è tenuto con se per tutto questo tempo accrescendolo e coltivandolo nel suo piccolo, per farlo poi diventare la sua opera prima. Maggie rivisita in maniera non tanto originale, quanto incredibilmente drammatica e realistica, il rapporto tra uno “non-morto” e coloro che vivono insieme a questi. Arnold Schwarzenegger, in una delle sue prove più importanti, è un padre di famiglia, costretto ad assistere al lento AP FILM REVIEW MAGGIE A ENTdecadimento di sua figlia Margaret, morsa ed infettata dopo essere scappata da casa, che in otto settimane lascerà le spoglie mortali per abbracciare il triste destino.

La pellicola è tutt’altro che spettacolare, si mantiene su toni lenti e costantemente seri, accompagnata da una fotografia che abbraccia le sfumature di grigio e bianco contaminate da una filigrana particolare arricchita da un effetto che ricorda le spore, anch’esse un richiamo al videogame sopra citato, così che quel che vediamo risulti costantemente sporco, capace di strizzare l’occhio alle scenografie di città in piena decadenza ed abbandonata, ma sopratutto contaminato dalla presenza della morte.

Indubbiamente l’idea di partenza era ottima, rivelatrice che non è tanto il trapasso ad essere fatale o il più noto “scontro” tra vivi e morti, ma il lento processo, l’attesa estenuante, quel mutamento che piano, piano ti porta a perdere coloro che ami e che speri, anche invoc_W5D8010.tifando Dio, che non accada mai, una prova di fede e coraggio nel sapersi arrendere e sottomettersi al crudele destino o alla irrefrenabile forza della natura.

Peccato, certo, constatare che l’inesperienza di Hobson, a cui non possiamo farne una colpa, e qualche lacuna nella sceneggiatura (uno o due dialoghi sono da buttare, così come una sequenza tra teenager del tutto gratuita e superficiale) abbia penalizzato un lavoro che sotto molti aspetti, prima di tutto quello tecnico, poteva dare di più, molto di più, non riuscendo a far proprio una climax ricca di ambizioni e aspettative che il regista riesce a tenere in piedi per quasi tutta la durata del lungometraggio, analizzando molti elementi di una società post-apocalittica in modo convincente, con spirito critico ed umano, guardano costantemente il tutto con una intimità tanto profonda che in ultima analisi apparirà inedita ai più, di cui se ne sentiva oggettivamente il bisogno. Pur non essendo un biglietto da visita straordinario, resta, Maggie, una pellicola da vedere, interessante, che affronta un tema delicato come l’eutanasia, in senso lato, ma che purtroppo, proprio nel finale, rivela una natura superficiale e scontata, e pensare che gli ultimi secondi, maggie_axe.0.0proprio prima della manciata finale di fotogrammi, sono di una bellezza toccante capace di riassumere l’intero progetto e molti dei cardini sui quali Contagious si fonde.

Un breve appunto su Arnold, che dopo tanti film da super-macho, gli tocca un ruolo da perdente; egli, infatti, non è altro che un uomo sconfitto, senza soluzioni e senza colpe, ma carico di responsabilità, a cui manca, tuttavia, l’occasione di dar vita al proprio dolore. Messi da parte sigari cubani e steroidi, per quel che concerne la sua interpretazione, resta apprezzabile lo sforzo e l’impegno mostrato nel lungometraggio, finalmente abbiamo la riprova che persino i duri degli anni ’80 cadono e dinnanzi alla forza bruta della Natura, tutti sono delle formiche, persino Terminator.

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Maggie,
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