23 Maggio 2022

di Stefano Piacquadio

“La guerra fa schifo”. È una frase così elementare, ma non è mai chiaro quanto sia vera, finché non si sfiora. Questa volta è successo. È particolarmente vicina a me e alla mia famiglia. Non così vicina come tragicamente accade a troppi innocenti e alle loro famiglie, ma abbastanza vicina perché le nostre vite siano cambiate per sempre. Una parte della mia famiglia ha preso la coraggiosa decisione di lasciare un posto che è diventato insostenibile (e sono così sollevato di poterne finalmente parlare). Un posto dove la repressione è: costante, ovunque e senza pietà. Faccio fatica a immaginare quanto gli sia costato e vedo la loro sofferenza per questa decisione, senza perdere un centimetro della loro postura e dignità. Eppure, mi sento inadatto, perché noi siamo quelli fortunati. Questo mi è diventato più chiaro qualche giorno fa, quando abbiamo incontrato un gruppo di orfani ucraini. Sono stati evacuati in tempo da una città occupata e hanno trovato rifugio in Polonia. Uno dei più piccoli ha scambiato me e mia moglie per i suoi genitori. Aveva già dimenticato il loro aspetto. Quelli che sono abbastanza grandi per capire, ma per lo più troppo giovani per poter costruire una difesa psicologica adeguata, si rifiutavano di parlarci in russo. Imitavano gli adulti del loro paese, che, comprensibilmente, si oppongono con tutte le forze a qualcosa che è diventato la personificazione del male. Ormai abbiamo avuto modo di conoscere parzialmente questa miscela di devastazione e conservazione dell’identità, ma toccarla mi ha colpito duramente. È così lontana dal consumo quotidiano di notizie, dal dibattito continuo che abbiamo in Occidente. Eppure, è così vicina. La guerra permea, anche metodologicamente, il nostro dibattito. L’obiettivo principale della maggior parte di noi è prevalere nella discussione pubblica. Vincere contro un qualche nemico. Sia retoricamente che, proiettandoci, sul campo. Ma se mi fermo un secondo a pensare, vedo quei ragazzi, e semplicemente un’infanzia rovinata, che cerca di preservarsi in un contesto dove non può esserci vittoria, perché anche il successo è in realtà una perdita. In questo contesto ogni dibattito strumentalizzato perde di senso.


Io sono favorevole alla consegna delle armi agli ucraini, finché vorranno combattere per la loro terra e la loro libertà, o finché (spero prima) ci sarà un vero negoziato di pace. Allo stesso tempo, mi dà la nausea il pensiero che tali armi contribuiranno a prolungare questa guerra. Questa è la perversione della guerra. Non c’è pace se un popolo è occupato. E tuttavia, combattere gli occupanti rende la guerra ulteriormente sanguinosa. Purtroppo, non c’è modo di uscire da questa contraddizione. O si aiuta il popolo a combattere l’invasione, accettando il costo umano che comporta, o lo si rifiuta, accettando il costo umano più subdolo. Il costo dell’occupazione e della repressione, dello stupro e della pulizia etnica. Ne abbiamo avuto un assaggio nelle ultime settimane. Alla fine, non spetta a noi scegliere cosa debbano fare gli ucraini, però ognuno può scegliere in cuor suo da che parte stare, a patto di essere disposti, con un po’ di onestà intellettuale, ad accettare moralmente le conseguenze delle proprie posizioni. Non c’è una decisione giusta. Ce n’è solo una sbagliata che offre una speranza e una altrettanto errata che condanna all’oblio il popolo ucraino. Putin e il suo establishment non lasciano passare nulla e tutti quelli che hanno cercato di farlo parlare hanno fallito. Zelenskiy da parte sua ha mostrato disponibilità a colloqui di pace. Tuttavia, è chiara una posizione scettica sul confronto.

In questo contesto, in occidente ci si divide come sul fronte, non capendo che ciò non porta da nessuna parte. Vedo costantemente analisi “storiche” che, se va bene, iniziano chiarendo che, naturalmente, l’invasore è la Russia, ma poi adattano la loro retorica per nominare l’espansione della NATO, la guerra nel Donbass dal 2015 o anche Stepan Bandera come cause originali (e non concause) di questa invasione. In realtà, alla luce dell’espansione delle operazioni in tutto il sud ucraino e alla ri-comparsa all’interno della propaganda ufficiale russa di termini retorici come “Novorossiya” e “Malorossiya” (di chiaro stampo imperialista, usato ai tempi di Caterina seconda), è ormai definitivamente chiara la natura primariamente coloniale di questa invasione. Ulteriori analisi aggiungono informazioni, anche rilevanti e utili, ma non si può glissare su questo fatto, che rappresenta la pietra d’angolo dell’azione russa. Molte interpretazioni viste finora però offrono visioni parziali della storia recente, senza considerarne molti aspetti, mentre respingono le opinioni altrui, anche argomentate, come quelle dei guerrafondai. Lo stesso, in maniera diametralmente opposta, fanno spesso coloro che supportano a spada tratta le posizioni ucraine. Chi prova a dire che l’obiettivo dell’occidente dovrebbe essere portar pace, e non prolungare la guerra, ottenendo compromessi accettabili viene tacciato di essere un putiniano. Quindi ci ritroviamo in un campo trincerato, dal punto di vista dialettico e diplomatico, nel mezzo del quale solo il Papa ha il coraggio di posizionarsi. L’unica voce che veramente cerca la pace, vera e sostenibile. Una pace che nasce dalla fratellanza. Non la fratellanza di Putin, che usa questo termine in modo etnico e perverso, ma quella basata sull’accettazione intrinseca dell’altro, indipendentemente dalle diversità che separano.

Non c’è pace stabile in Europa senza una pace sostenibile in Ucraina. E questa sarà ottenuta solo con un negoziato. Pure Zelenskiy l’ha ammesso, in modo anche impopolare per i suoi. Così, mentre appoggio il sostegno alla resistenza ucraina, quasi controintuitivamente seguo e rispetto l’unica voce responsabile in tutto questo, quella del Papa. Mi sento ipocrita per questo, perché l’uso delle armi non è nella mia indole. Non posso però non vedere i miei amici ucraini che pregano che l’esercito ucraino eviti l’arrivo dei russi a casa delle loro famiglie.

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