27 Maggio 2020

Se ho deciso solo ora di scrivere su un argomento così spinoso è perché prima di farlo volevo assumere una posizione precisa, senza gettare altra legna nel focolaio delle banalità che si stanno leggendo in questi giorni da ambo le fazioni. Ambo le fazioni, che fazioni? Proprio così, perché in questi giorni più che mai il paese sembra spaccato da un’ondata di manicheismo mai vista prima. Sembra che il popolo sia diviso tra gayfriendly e omofobi. Beh su questo non sono d’accordo, non è così che funziona, ci sono una serie di posizioni intermedie per cui non si può generalizzare. Per questo mi sono deciso a scrivere, per dare una voce nel mio piccolo a queste posizioni intermedie. Ma andiamo con ordine.  

Prima di iniziare dobbiamo compiere un atto di ammissione: in un paese come l’Italia, influenzato da due millenni di dottrina morale della Chiesa Cattolica, il tema sulle unioni civili è quanto di più difficile su cui si possa dibattere.  


Infatti se è vero che la Costituzione afferma con forza il principio di laicità dello stato, lecitamente non vi è alcun impedimento alla coscienza personale del legislatore, che nel legiferare può tener conto del proprio credo politico, religioso, morale nonché del consenso del proprio elettorato. Questo, in un paese come l’Italia diventa il principale rallentamento alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, poiché costringe il dibattito su tale questione a viaggiare sullo stesso binario di lenta maturazione seguito della Chiesa. Un binario in cui si trovano fazioni e pensieri diversi e contrastanti, da molto tempo. Questo per spiegare che la Chiesa in tal senso non opera come una lobby, nel senso classico del termine, ma come ovvio punto di riferimento delle coscienze di milioni di italiani. 

Lasciando da parte i dubbi morali e approcciandoci alla questione da un punto di vista strettamente logico-giuridico rimane da chiedersi cosa sia giusto fare. Possiamo approcciarci di fronte alla questione con due tipi di pensieri, il primo: un diritto è tale se lo reclama la maggioranza di una popolazione; o il secondo: un diritto è tale perché è di per sé evidente nella realtà. Il primo segue una logica puramente relativista che spinge la legge a dare ragione al cosiddetto “spirito del tempo” o “pensiero comune”, ignorando magari questioni etiche ben più complesse, il secondo invece ben più realista ci spinge a domandarci: “la realtà cosa mi porta ad osservare?”. 

In genere tanti cattolici italiani, o comunque i contrari alle unioni LGBT sostengono che il più valido metodo di giudizio sia da identificare nella natura umana, cioè nel fatto che avere un figlio sia possibile solo tramite un maschio e una femmina, per cui magari l’amore omosessuale può anche esistere (molti sostenitori del Family Day la pensano così) però non può essere legittimato dallo stato.  

Ne è un esempio quanto scriveva Oriana Fallaci sulle adozioni omosessuali: 

Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non sono riuscita a far nascere i miei bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria e Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata, e come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda. Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita. Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma. E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita nella nostra specie. Cosa più che possibile con una madre senza marito. Del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso.

 Ma sospendiamo un attimo questo scritto per rientrare nel merito in seguito. 

Con riguardo sempre alla natura del diritto di cui si discorre, le coppie omosessuali e tutti quelli dalla loro parte, sostengono che sia da rilevare come principio oggettivo che l’amore tra da due persone, seppur dello stesso sesso, sia un elemento sufficiente a giustificare la naturalità di tale diritto. Perché l’amore è il più nobile, tangibile e reale dei sentimenti, il solo che muove davvero una famiglia.  


Se quindi sosteniamo che per natura si possa nascere gay, lesbiche, bisessuali, o transgender cosa di cui sono fermamente convinto, allora dovremo domandarci perché non dovrebbe essere lecito che due persone omosessuali, bisessuali o transgender possano amarsi.  

Mi trovo in difficoltà, soprattutto per la mia fede cristiana, nel contrastare questa opinione, perché sono estremamente convinto che si, due persone omosessuali possano amarsi, che l’amore sia una giustificazione sufficiente dal punto di vista non solo umano, ma anche giuridico, e che dunque lo stato sia tenuto a tutelare la felicità della persona e i suoi sentimenti più sinceri e vitali. Per questo nelle unioni civili ritengo che sia giusto consentire a chi, seppur dello stesso sesso, si ama, l’opportunità di essere tutelato dalla legge allo stesso modo in cui vengono tutelati due cittadini eterosessuali.  

Fin qui credo si possa ignorare la natura di cui parla Oriana Fallaci, ma fermi tutti, per le adozioni invece? 

Beh, innanzitutto se per adozioni, intendiamo la pratica disumana dell’utero in affitto, mi sento di dissentire completamente dal legittimare una nuova schiavitù ben peggiore persino della prostituzione, pari quasi alla deportazione. Perché strappare un bambino alla madre naturale per darlo ad una coppia in cambio di denaro, non è solo una pratica che lede i diritti delle donne partorienti, o dell’uomo inseminante, ma anche un salto indietro di almeno cento anni nei diritti sulle pari opportunità e contro lo sfruttamento della persona.  

Con riguardo invece alle adozioni normali la questione è ben più complessa perché per occuparsi di tale diritto la giurisprudenza non può non tener conto della psicologia, della biologia, insomma della natura umana. 

È proprio su questo punto che l’argomentazione di Oriana Fallaci assume un valore di ben più notevole spessore. 

Ma continuiamo con ordine, in primis occorre partire dal dettato Costituzionale dell’articolo 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio“. Nel significato costituzionale il termine “società naturale” indica “l’elemento base“, e non sarebbe quindi da considerarsi secondo un’accezione puramente biologica. Detto questo la Costituzione non è un baluardo inespugnabile, come ha affermato Rodotà in un articolo su La Repubblica, ma può essere cambiata tenendo conto dei tempi. 

Se dunque dessimo validità alla teoria che l’amore sia di per sé sufficiente a giustificare un’unione civile, o ancora di più, il matrimonio, dal punto di vista giuridico non ci sarebbero impedimenti a considerare le unioni dello stesso sesso come “famiglie fondate sul matrimonio”.  

E qui entrano in gioco le adozioni, perché se la natura dell’amore di cui prima abbiamo parlato può consentire a due persone dello stesso sesso di innamorarsi e quindi essere tutelate dalla legge nei loro reciproci diritti e doveri, la natura però non consente a due uomini  o due donne di avere un figlio. 

Infatti quando parliamo dei diritti relativi alle adozioni non possiamo essere così superficiali da commettere un grande errore, quello di confondere il diritto fondamentale di un bambino ad avere una famiglia, con il diritto di due genitori dello stesso sesso ad avere un figlio. Il primo è sacrosanto e reale, il secondo non è un diritto, bensì una smania, ed in questo senso è vero che si può parlare di “contro natura” perché comunque la si pensi è innegabile che la natura non permetta a due persone dello stesso sesso di procreare un figlio.

Allora l’obiezione da fare sarebbe: se la natura vieta a due omosessuali di avere un figlio, è sempre pur vero che lo vieta anche a due persone di sessi diversi in cui uno dei due è sterile. Perché per questi sono legittime le adozioni e per i secondi no? Se l’amore nei due casi è lo stesso perché discriminare? È su questo punto che il diritto costituzionale, che sarebbe possibile eludere nel modo sopracitato, deve fermarsi e prendere atto dell’impossibilità naturale. Il legislatore si trova così a sospendere il suo giudizio in nome di un’analisi biologica, sociologica e soprattutto psicologica, ovvero del cosa comporti per un bambino crescere in una famiglia, seppur amorevole, con persone dello stesso sesso. 

Su questa considerazione è mia intenzione alzare le mani e fermarmi.  

Esatto, avete capito bene, mi sono fermato, stop, mi blocco sul più bello. Perché non ritengo di avere le conoscenze adeguate per parlare in modo preciso dello sviluppo del bambino in famiglie omosessuali o eterosessuali.     

Penserete che non sono arrivato ad un punto conclusivo, che ho agitato le acque per niente, e invece no, non è mia la presunzione di avere la verità in mano. È mia intenzione quella di provocare il lettore per spingerlo ad una riflessione più approfondita sull’argomento, senza valutare a sentimento una questione così delicata, niente di più e niente di meno. In tutto questo mondo c’è già tanta superficialità e mancanza di solidità argomentativa, tanto vale fermarsi in tempo per evitare di sparare altre insensatezze su questioni così importanti a riguardo delle vite altrui

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