13 Luglio 2020

Martedì 1 e Mercoledì 2 Marzo, nell’ ennesimo appuntamento col teatro di prosa offerto al pubblico dal Goldoni, è andata in scena La Bastarda di Istanbul, uno spettacolo tratto dal romanzo di una delle scrittrici più note nel panorama letterario turco, Elif Shafak. Trasporre a teatro un romanzo ricco di avvenimenti, colpi di scena, situazioni e tensioni che si vengono progressivamente a creare in un nucleo familiare non è certo un lavoro facile e scontato: questa difficoltà si nota in una drammaturgia, adattata e diretta da Angelo Savelli, un po’ bloccata nella preoccupazione di raccontare la storia, e quindi inevitabilmente non troppo fluida e libera, rischiando talvolta di inciampare nel banale, ma che almeno riesce a enfatizzare i vari aspetti della vicenda, dando una caratterizzazione a ciascuno di essi. Il mondo che viene rappresentato, quello contraddittorio e variopinto di una famiglia turca, le cui sorti verranno a intrecciarsi con quelle di una famiglia armeno-americana, è popolato da donne, che condizioneranno la psiche e la visione della sessualità di un represso Mustafà, l’unico uomo di casa, da tempo

La famiglia turca, tutta al femminile
La famiglia turca, tutta al femminile

emigrato in America.


Ed è proprio intorno alla figura e alle disavventure di Mustafà che si dipana la vicenda. Viziato dalla madre e inadatto a vivere fuori dalle mura domestiche, è stato mandato a studiare in America. Qui si sposerà con l’americana Rose, che a sua volta era già sposata con un immigrato armeno, con cui ha avuto una figlia ma ha dovuto divorziare a causa delle angherie della famiglia di lei, contraria al matrimonio. Rose allora per ripicca decide di sposarsi proprio con un turco: da qui il matrimonio col malcapitato Mustafà; da qui anche l’inizio di una situazione ambigua che si trova ad affrontare la figlia che Rose ha avuto con un armeno, ma che ora è figliastra di un turco. E stavolta è su di lei, Armanoush, e su un suo proposito, che si snoda la storia. Decide infatti di andare di nascosto ad Istanbul, presso la famiglia del patrigno, per ritrovare le proprie radici armene e consapevole di andare incontro a un passato che porta ancora con sé ferite profonde nella coscienza, quasi impossibile da redimere. Ma l’incontro con la cugina Asya, la ribelle della famiglia, la bastarda di Istanbul appunto, le offre l’occasione per riflettere sul rapporto tra turchi e armeni e guardare in faccia al passato. Tuttavia, oltre alla storia, riaffiorano nel loro incontro elementi sociologici e antropologici: Asya mette di fronte ad Armanoush quelle che sono le tradizioni turche e i suoi drammatici segreti, raccontando la realtà ironizzandola. In ciò si rispecchia la storia della Turchia, la vera protagonista dell’opera.

Grazie alla guida premurosa di Banu, interpretata dalla magnetica Serra Yilmaz, conosciuta perlopiù nel grande schermo per i suoi film con Ferzan Ozpetek, lo spettatore  non solo viene trasportato  all’interno delle complesse vicende familiari rappresentate, ma inizia anche ad esplorare la realtà affascinante e contraddittoria di una nazione caratterizzata da un passato millenario

Serra Yilmaz, nei panni di zia Banu
Serra Yilmaz, nei panni di zia Banu

ed alquanto doloroso.

La scottante vicenda dell‘eccidio degli armeni infatti, che brucia ancora nella coscienza della Turchia, viene messa a nudo di fronte al pubblico e lo obbliga a riflettere: perché questo negazionismo dopo 100 anni dalla ricorrenza dei fatti, e non solo da parte dei governi turchi? Perché costringere una parte della società turca ad ignorare gli orrori commessi nel passato?

Posta la giusta attenzione sulla questione armena, la trasposizione teatrale del romanzo di Elif Şhafak mette in evidenza, inoltre, i temi dell’emancipazione femminile e della mescolanza di etnie: tema quest’ultimo che costituisce il pregio e il difetto, la luce e il buio di una città straordinaria come Istanbul. Rintracciare il diverso da sé è più facile che accettare la mescolanza e l’integrazione. Ma non è l’unica città multietnica a dover fronteggiare questo problema; anzi, quel crogiolo di anime e culture può trovare nel tipico dolce “ashure” il suo simbolo, come racconta con la sua saggezza la zia Banu: un dolce formato da dieci ingredienti diversi, che danno ciascuno il nome ad ogni capitolo del libro. E’ un dover fronteggiare costumi e tradizioni diverse, che formano in maniera unica il patrimonio culturale del Paese.

L’immagine della Turchia riportata agli spettatori, è quella di una terra di mezzo, bloccata tra Oriente ed Occidente e  per questo capace di fondere  in sé elementi di due mondi molto diversi tra loro; e poi nello specifico c’è Istanbul, presentata in tutta la sua bellezza e vivacità. Per restituire al pubblico questo cromatismo, questa espressività, sono state adottate delle video-scenografie, talvolta abbaglianti e appariscenti, ma che rischiano di essere troppo vistose, di servizio, e di distrarre l’occhio del pubblico, ormai sempre più (malamente) abituato ad accecanti stimoli visivi, come al cinema.


La Bastarda di Istanbul è un’opera profonda, allo stesso tempo drammatica e divertente che rende protagonisti, dando loro una voce, gli sconfitti della storia. Insegna che ogni popolo è legato al proprio passato e non può dimenticarlo; è necessario che i segreti della storia, soprattutto quelli più tragici, tornino prima o poi alla luce affinché si possa andare avanti ed affrontare il futuro con consapevolezza.

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