19 Ottobre 2021

Completata in poche settimane la scenografica riconquista dell’Afghanistan, come ampiamente previsto dagli analisti di tutto il mondo e perfino da chi scrive (seppur sbagliando totalmente il pronostico sulle tempistiche e sulla permanenza di almeno una base aerea statunitense sul territorio afghano), i talebani si sono ritrovati, al pari di ogni vincitore di conflitto della storia dell’umanità, ad affrontare il ben più arduo compito di costruire la pace successiva alla guerra.

 

Esaurito, infatti, il momento del trionfo non solo militare, ma anche e soprattutto politico e mediatico, dato in pasto alle televisioni di tutto il mondo con le sue immagini di parate in pompa magna e di fughe a gambe levate di occidentali e collaborazionisti, gli studenti hanno impiegato quasi un mese per formare il primo governo della loro restaurazione, evidenziando, dunque, fin da subito, difficoltà nel raggiungere un sostenibile equilibrio di potere. Del resto, contrariamente a quanto viene quotidianamente suggerito all’opinione pubblica occidentale dai media generalisti, i talebani non sono affatto un blocco monolitico e dalla compattezza granitica, bensì un movimento politico e religioso contraddistinto da una pluralità di anime, di visioni e di obiettivi, tenuto insieme per decenni, non senza frizioni, dalla presenza, sul territorio afghano, di un nemico comune da combattere.


L’Afghanistan stesso, a ben vedere, è qualcosa di molto simile a ciò che il principe di Metternich avrebbe definito un’espressione geografica, essendo popolato da più etnie in contrasto tra loro, tra le quali spicca quella maggioritaria dei pashtun, di cui i talebani sono espressione, pur non mancando fiancheggiatori appartenenti ad altri gruppi. Non è un caso, invero, che, nell’esecutivo presentato dagli studenti il 7 settembre, siano presenti solo esponenti pashtun, ad eccezione di due tagiki e di un uzbeko, mentre nessun seggio è stato assegnato agli hazara, di lingua persiana e di religione prevalentemente sciita. Da segnalare, inoltre, la nomina presso i ministeri dell’interno, dell’istruzione, delle telecomunicazioni e dei rifugiati, di membri della potentissima famiglia Haqqani, da sempre al comando di una delle fazioni più estremiste, agguerrite e radicalmente antioccidentali dell’alleanza talebana, la cui sfera d’influenza è situata nella fascia centro-orientale del Paese.

In un quadro interno così complesso e delicato, poi, si inserisce un’altra problematica che i talebani, giocoforza, saranno chiamati a gestire, ossia la reintroduzione della sharia su tutto il territorio nazionale, come nella loro precedente esperienza di governo, tra il 1996 e l’invasione statunitense del 2001. La questione è solo apparentemente semplice, poiché gli studenti si trovano, di fatto, tra l’incudine e il martello.

Da un lato, necessitano disperatamente di aiuti internazionali, indispensabili per consentire all’economia del Paese di rimettersi almeno parzialmente in moto, nonché, molto più banalmente, per impedire che la popolazione inizi a morire di fame o, peggio ancora, a insorgere contro il neonato regime, ma né gli Stati occidentale né le principali organizzazioni internazionali, che dell’Occidente costituiscono la longa manus, saranno mai disposti a concedere supporto finanziario o umanitario a un regime dichiaratamente liberticida, illiberale, teocratico e antidemocratico, soprattutto dopo la tempesta mediatica conseguente al suo avvento al potere; dall’altro, tuttavia, eventuali aperture moderate dei talebani, specialmente nei confronti delle donne e delle minoranze, potrebbero costituire un motivo di indebolimento della loro presa sull’Afghanistan, alla luce del fatto che il consenso e la legittimazione di cui godono presso la popolazione, soprattutto rurale e pashtun, risiedono proprio nel ruolo di garanti dell’Islam tradizionale che si sono arrogati fin dagli anni ‘90 e che verrebbe sostanzialmente tradito dall’adozione di politiche meno intransigenti. Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che, in Afghanistan, è attiva la locale divisione dello Stato Islamico, denominata Provincia del Khorasan (o ISIS-K, per la stampa anglofona) e divenuta famosa in tutto il mondo per l’attentato perpetrato all’aeroporto di Kabul, durante l’evacuazione del personale occidentale e dei collaboratori afghani. La narrativa fondamentalista dell’ISIS-K, che scredita da sei anni i talebani in quanto eretici, jihadisti minimalisti e servi del Pakistan, avrebbe gioco facile a far leva sul malcontento degli afghani più ortodossi, fondamentalisti e conservatori, se il nuovo regime di Kabul attenuasse, in qualche misura, la reintroduzione della sharia.

In quest’ottica, l’esigenza di mantenere l’ordine interno e quella di ottenere riconoscimento e supporto internazionale, dalla rilevanza pressoché equivalente, sembrano correre, per il regime talebano, su binari paralleli e distanti, richiedendo scelte politiche diametralmente opposte e inconciliabili.

Come è emerso fin dalle prime ore successive alla caduta di Kabul, un aiuto agli studenti potrebbe giungere dalla Cina, che confina con l’Afghanistan attraverso il Corridoio del Wakhan. La Repubblica Popolare, rivale strategica degli Stati Uniti, avrebbe tutto l’interesse ad approfittare della situazione per aggirare il blocco marittimo nel Pacifico che Washington, attraverso anni di diplomazia, le ha costruito intorno per contenerla, costruendo strade e ferrovie che, partendo dal territorio cinese, attraversino l’Afghanistan fino al confine pakistano e raggiungano, da lì, il porto di Gwadar, costruito e pensato dal regime di Pechino come crocevia della sua Nuova Via della Seta. Rispetto all’Occidente, la Cina comunista ha il “vantaggio” di non dover rendere conto alla propria opinione pubblica delle sue politiche, essendo essa stessa uno dei regimi più autoritari e liberticidi del mondo; in tal senso, dunque, non incontrerebbe ostacoli interni al relazionarsi politicamente ed economicamente con il governo talebano, al quale potrebbe concedere supporto e finanziamenti senza colpo ferire. Neppure la Cina, tuttavia, vedrebbe di buon occhio l’instaurazione di un regime islamista eccessivamente intransigente, non per motivi idealistici o presunti tali, bensì per esigenze di ordine pubblico interno. Non bisogna dimenticare, infatti, che Pechino è alle prese, da decenni, con la difficile gestione della minoranza musulmana e turcofona degli uiguri, che già le ha attirato, tra campi di concentramento e rieducazioni forzate, le critiche di buona parte della comunità internazionale; non è un mistero che, soprattutto a partire dagli anni ’90, molti uiguri, animati tanto dall’estremismo islamico quanto dal nazionalismo indipendentista, abbiano abbandonato il natio Xinjiang e trovato rifugio proprio nel limitrofo Afghanistan, tra le braccia dei talebani e di Al-Qaeda, all’epoca ivi ospitata dal Mullah Omar. La leadership comunista teme, non a torto, che un Afghanistan fondamentalista e marcatamente islamista possa contagiare anche lo Xinjiang, al quale è adiacente e il cui confine, montagnoso e impervio, è difficilmente controllabile. Sia chiaro, beninteso, che il regime cinese non avrebbe difficoltà a reprimere un’insurrezione armata islamista sul proprio territorio (anzi, ne incontrerebbe meno rispetto a un qualsiasi Paese occidentale, non essendo vincolato al rispetto dei diritti umani), ma, nel farlo, calamiterebbe le critiche e gli strali dell’intera comunità internazionale, con tutte le conseguenze del caso in termini di credibilità, già messa a dura prova dalla rivolta di Hong Kong e assolutamente indispensabile per la realizzazione della Nuova Via della Seta, progetto a cui Xi Jinping ha indissolubilmente legato la sua intera avventura politica. Sul versante talebano, peraltro, non sarebbero da escludere rimostranze delle fazioni più fondamentaliste, di fronte alla possibilità di divenire, de facto, satelliti di un Paese laico e persecutore di musulmani.

Anche la Russia di Vladimir Putin, gigante dai piedi d’argilla e, soprattutto, dal ventre molle (costituito dalle repubbliche centroasiatiche musulmane post-sovietiche, che coprono quasi tutto il confine meridionale della Federazione), vuole evitare contaminazioni jihadiste idonee a ravvivare la fiamma della rivolta in Cecenia, in Daghestan e nel resto del Caucaso, eventualità considerata un autentico spauracchio dal Cremlino, che farà di tutto per scongiurarla.


 

In conclusione, è evidente, alla luce di quanto esposto, che le spine, per il nuovo esecutivo talebano, saranno ben più numerose delle rose. Si prospettano anni difficili, caratterizzati da un complesso equilibrismo tra rapporti di buon vicinato da coltivare (in quest’ottica, non va dimenticato neanche l’interesse iraniano nei confronti della storicamente discriminata minoranza hazara, cui si è fatto cenno in sede di premessa, tenendo anche presente che, già nel 1998, l’incidente di Mazar I Sharif rischiò di far scoppiare una guerra su vasta scala tra Teheran e Kabul) e consenso interno da mantenere con le unghie e con i denti, onde evitare nuovi conflitti intestini. L’unico vero alleato degli studenti resta il Pakistan, loro storico protettore, nonché satellite della Cina, al quale toccherà il compito di mediare tra tutte queste istanze e posizioni, non senza pericoli per la propria stabilità interna. Non è da escludere, in tale prospettiva, che Islamabad si ritrovi ad agire come “cavallo di Troia” di Pechino.

 

 

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