Recensione di Nymphomaniac Vol. I

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Arte e terrorismo/ l’Isis, le opere d’arte e il denaro

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La recente distruzione dell’antico monastero cristiano di Sant’Elia in Iraq e la costituzione in Italia dei caschi blu della cultura ci offrono un’occasione preziosa per ricordare fatti e immagini che, solo un anno fa, ci avevano sconvolto ma alle quali a poco a poco abbiamo iniziato ad abituarci tanto che oggi appaiono erroneamente meno attuali o di secondo piano:

18 MARZO 2015, Tunisia: attentato al Museo nazionale del Bardo di Tunisi: 25 vittime.
7 MARZO 2015, Iraq: l’Isis distrugge i resti dell’antica città seleucidica di Hatra:
5 MARZO 2015: distruzione dell’antico sito archeologico assiro di Nimrud

26 FEBBRAIO 2015: video della devastazione del museo archeologico di Mosul.
29 GENNAIO: la mura di Ninive vengono danneggiate pesantemente.

Dal 2001, anno in cui i talebani fecero saltare in aria i grandi Buddha di Bamiyan in Afghanistan, ad oggi si sta verificando la più strutturale guerra alle testimonianze della storia. Nella loro interpretazione del Corano, tutto ciò che è pre-islamico, avvolto nell’ignoranza della verità svelata da Maometto, oppure tutto ciò che è idolatrico e allontana dalla shari’a deve essere buttato giù.
Mai era successo che queste devastazioni avvenissero su un territorio così ampio su tutto il pianeta, come sta accadendo oggi quasi sempre nei luoghi dove si trovano gruppi di islamisti più o meno organizzati (Al Qaeda, ISIS, ISIL, Boko Haram).
Colpito il neolitico di 14mila anni fa; colpita la civiltà assira del II-I millennio a.C.; colpita la civiltà egizia; colpita la civiltà romana; colpito l’induismo; colpito il buddismo; colpito il cristianesimo; colpito l’ebraismo; colpita la stessa tradizione musulmana. Non viene risparmiato nulla della storia: templi, moschee, chiese, bassorilievi, mummie, immagini sacre, siti archeologici, manoscritti, sepolcreti.

  • L’Iraq è il paese più colpito dal Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Ripetute distruzioni nelle città assire di Ninive (fondata, forse, nel 2.028 a.C., importante centro religioso, culturale e politico che raggiunse l’apice del suo splendore nel VII secolo a.C,. ai tempi del re Assurbanipal), Khorsabad, Assur e Nimrud, nelle centinaia di siti mesopotamici e nella città di Hatra (fondata nel III secolo a.C. dai Seleucidi, dinastia ellenistica erede di una parte delle terre conquistate da Alessandro Magno che passò poi sotto i Parti e divenne successivamente la capitale del primo regno arabo). Mosul è una città fantasma, distrutta la moschea del profeta Giona (uno dei più importanti monumenti storici e religiosi dell’Iraq, luogo di pellegrinaggio di musulmani sia sunniti sia sciiti), i santuari sunniti di Sheikh Fathi e di Sultan Abdullah Bin Asim, il santuario iconico di Yahya Ibin al-Qasim, le statue sufi, i luoghi di culto cristiani (ma questo, ormai, non fa più notizia), il Museo archeologico e infine anche le antiche mura risalenti all’VIII sec. a.C.
  • In Siria a dare il senso della gravità dei danni basterebbe ricordare che ben sei siti dei quasi 300 siti archeologici che hanno subito distruzioni sono inseriti nel patrimonio mondiale dell’Unesco: la città vecchia di Aleppo, Bosra, Damasco, le città morte del nord della Siria, l’antico castello crociato Krak dei Cavalieri e Palmira. L’elenco della distruzione si allunga con i santuari di Maaloula, il monastero di santa Tecla, abitato da monache ortodosse, e il convento di San Sergio che ospita preti greco-cattolici: luoghi di pace e di preghiera che il conflitto in corso non sta risparmiando. Ad Al-Raqqa sono state incendiate le croci della chiesa greco-cattolica di Nostra Signora dell’Annunciazione, mentre un vessillo nero dell’Is sventola su quella armena cattolica dei martiri.
  • In Libia, mentre l’Isis minaccia Leptis Magna e Sabratha, i Fratelli musulmani d’Alba libica, a Tripoli, hanno vandalizzato un vasto patrimonio, tra cui i sepolcreti di Gurgi e della Karamanli, la moschea Mizran, le tombe ottomane. A colpi di acido e solventi sono state anche danneggiate le pitture neolitiche (!) di Tadrart Acacus.
  • In Egitto, al Cairo, una bomba ha colpito la biblioteca nazionale, il museo di arte islamica e l’Istituto storico Dar al-Bab al Kutub Khalq; devastato il museo nazionale di Malawi a Minya.
  • A Gaza e in Cisgiordania i bulldozer di Hamas hanno rasato l’antico porto di Anthedon, che possedeva strutture e mosaici romani e bizantini.
  • Tra Nigeria e Niger l’organizzazione estremista di Boko Haram ha assaltato le chiese cristiane delle città di Niamey, Zinder, Maradi, Gourè, e la chiesa battista di Suleja.
  • Nel Mali i fondamentalisti di Ansar Dine legati ad Al Qaida hanno colpito le moschee di Timbuctù, la porta della moschea di Sidi Yahya (XV secolo) e 7 dei 16 mausolei dei santi musulmani.
  • In Libano, incendiati 60mila testi antichi musulmani della biblioteca «al Saeh» a Tripoli.
  • In Pakistan e Afghanistan, i talebani hanno assaltato statue buddiste e reliquie del Buddha del VII secolo, i siti archeologici della cittadina di Ghazni, che era la capitale dell’Impero ghaznavide intorno al XI sec.
  • In Tunisia, basti ricordare il recente attentato al Museo nazionale del Bardo.

Queste, insieme ad Indonesia, India, Algeria, sono le nazioni, a vario grado, più colpite dalle demolizioni, ma potenzialmente gli attentati, le dinamiti, le mazze e i martelli possono arrivare ovunque.
Negli ultimi 15 anni gli integralisti islamici hanno razziato un patrimonio immenso. L’elencazione è solo grossolana: l’Unesco è impotente, si limita a comunicati d’indignazione; le organizzazioni internazionali si dichiarano inadeguate. Manca del tutto una mappatura verificabile degli eventi. E poco importa se quanto accade è una palese violazione della risoluzione 2199 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condanna la distruzione del patrimonio culturale

Le voci di sdegno e condanna non sono naturalmente mancate in Italia e nel mondo. Sgarbi ha affermato che “la distruzione delle sculture del museo di Mosul è un crimine contro l’umanità, che impone un Tribunale Internazionale, come quello di Norimberga, per perseguire i criminali che lo hanno compiuto”; per alcune semplici ragioni:

Goebbels visita la mostra di Arte degenerata, 1937

In primo luogo l’utilizzo a fini di marketing di quella stessa arte che si condanna: l’entartete Kunst, l’arte “degenerata”, fu soggetto di una mostra itinerante in tutta la Germania, inaugurata nel 1937 a Monaco dallo stesso Goebbels. Una mostra che ebbe un enorme successo di pubblico. Una mossa propagandistica ai limiti della perfezione.Allo stesso modo, la distruzione dei Buddha riportò – anzi: in buona parte portò – l’attenzione su quello che stava succedendo in Afghanistan, come un mirabile trailer prima del colpo di scena dell’attacco al cuore dell’America nel settembre dello stesso anno, il 2001. Dunque, “banale” propaganda. Pare che i jihadisti abbiano creato una speciale unità di distruzione, detta “battaglione di demolizione”, la cui furia è finalizzata a creare spettacolo e indignazione: ne sono esempi i il fatto che le “pattuglie della moralità” abbiano obbligato la folla ad assistere alla distruzioni di monumenti, compiute con bulldozer e picconi oppure i filmati propagandistici in cui prendono a martellate i reperti assiri, provocando danni incalcolabili a testimonianze storico-artistiche di inestimabile valore.
Quello che stupisce è proprio l’universalità distruttiva dei militanti dell’ISIS che ha inferto colpi mortali al tesoro artistico e simbolico della «sua» terra, parte integrante di quella bellezza che arricchisce occhi, anima e mente di tutti noi uomini: la Charlie Hebdo della cultura passa anche attraverso la distruzione di mura antiche, di chiese secolari, di sacri tempi.
La strategia del terrore, strumento feroce di potere politico interno, diventa al contempo oscuro messaggio internazionale. Non è difficile immaginare cosa farebbero se riuscissero a sventolare i loro vessilli sulle città degli infedeli, a cominciare da Roma! Nei video dell’-ISIS infatti si inneggia a distruggere il Colosseo e il Duomo di Pisa ( per quanto queste ultime minacce sono state recentemente smentite dall’ambasciatore USA in Italia John R. Philips).
Proprio per questo il dg Luigi Gubitosi, il 30 marzo nel corso dell’audizione alla Commissione per i diritti e doveri relativi a internet alla Camera dei deputati, ha annunciato: ‘Niente più video postati su internet dall’Isis” in onda sulla Rai”;dopo un periodo di analisi e riflessione come azienda di servizio pubblico, abbiamo preso una decisione molto netta”.

Dunque come si può parlare di iconoclastia? non c’è nulla di dottrinario in questi atti tanto che lo stesso Mullah Omar, per tornare ai Buddha di Bamiyan, non li ha mai “giustificati” con argomenti teologici.
Papa Francesco ha spiegato: “Il fondamentalismo religioso, prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico”. “Tale fenomeno – ha detto – è conseguenza della cultura dello scarto applicata a Dio”.

Infine, l’enorme valore simbolico attribuito all’arte ha un suo pendant non trascurabile dal punto di vista economico.
La domanda che molti si pongono è, infatti, come abbia potuto l’Isis raggruppare enormi quantità di denaro per fornire al suo esercito un armamento sofisticato e completo. «Molte delle prove raccolte dai servizi segreti militari – si legge in un report pubblicato da lettera44 – sottolineano come il gruppo fondamentalista sia riuscito a far fruttare i pozzi petroliferi in sua mano in Siria. Ma all’inizio di giugno ufficiali dell’inteligence irachena hanno individuato una possibile nuova risorsa, confermata anche da un reportage del Guardian . Gli 007 di Baghdad, penetrati nell’abitazione di un comandante dell’Isis deceduto, hanno sequestrato 160 fra computer e memorie esterne contenenti dettagliati report finanziari dei terroristi e delle loro fonti di denaro». È così venuto fuori che tra i finananziamenti più importnati dell’Isis risultano una serie di fiorenti mercati sotterranei: i riscatti per i rapimenti, il contrabbando di oggetti antichi e le attività di traffico internazionale di eroina.
In effetti, alcune fonti attendibili suggeriscono che questo scempio sarebbe calcolato: alla distruzione delle statue (soprattutto quelle che hanno forma umana) farebbe da contraltare un diverso trattamento riservato ai tesori più preziosi o di piccole dimensioni (come le monete d’oro e d’argento), e quindi più facili da piazzare.
Basta avere un profilo Facebook per finanziare i terroristi dell’Isis. Tra le persone in chat si fa presto ad entrare in contatto con i contrabbandieri che stanno smerciando le opere d’arte (bassorilievi, statue, monili, sarcofagi, arredi funerari): se sono false o autentiche, lo si verificherà di persona ma, alla fine, voi avrete l’opera e i terroristi i vostri soldi. Lo scambio ovviamente non avviene per posta, ma in centri di smistamento del traffico illegale, come a Losanna in Svizzera, dove l’opera arriva grazie a rivenditori sottotraccia. Ci sono centinaia di queste trattative su Facebook, e molte altre avvengono senza social network, direttamente a Beirut o in Turchia. La forza di questo mercato nero dipende dal fatto che gli eserciti e i servizi di sicurezza non rispondono a una normativa internazionale sulla sorveglianza delle antichità, nessun satellite o drone è impegnato per seguire questo traffico, ogni Paese ha legislazione a sé, e in queste faglie il contrabbando regna, tessendo un filo diretto tra la vendita delle opere e l’acquisto delle armi per rifornire i terroristi.
Torniamo così al nazismo: quelle che bruciavano in piazza erano opere d’arte, certo, ma quelle “migliori” stavano nei caveau e venivano monetizzate. Vi sono segnalazioni indicanti che, durante la seconda Guerra del Golfo, alcune navi avevano la linea di galleggiamento più bassa di cinque centimetri per eccesso di carico…

Eppure, svolto fin qua, il discorso appare ancora incompleto; rimane aperto un aspetto, il più cruciale, che se per comodità preferiremmo evitare non ci possiamo esimere dal trattare: in un contesto di almeno apparente crisi generale della nostra civilità, quale alternativa può essere offerta a tale deriva distruttiva? Nel rispetto delle diversità, della libertà religiosa e con un approccio laico, quali valori oggi possono salvare l’uomo e il mondo?
L’incontro attuale fra culture non ci permette di risolvere con facilità questa questione, riducendo il tutto a un “giusto” o a uno “sbagliato” che non avrebbero altro risultato che imporre con violenza nostri giudizi sul resto del mondo, tendenza che da sempre contraddistingue l’uomo ma dalla quale già Erodoto nelle sue Storie ci poneva in guardia.
Se è vero che una certa interpretazione dell’islam vieta con vigore la riproduzione in qualsiasi forma di immagini ed essere viventi e sostiene una violenta forma di iconoclastia, è pure vero che anche sotto questo profilo l’islam ci appare come realtà caleidoscopica; lo stesso dicasi di analoghe posizioni che ritroviamo in altre religioni e situazioni storiche che riconosciamo come nostre: si pensi agli ebrei che non nominano il nome di Dio e all’iconoclastia nel cristianesimo (diffusasi in particolare nel VIII sec. soprattutto nell’impero bizantino e condannata durante il Concilio di Nicea del 787, ma si ricordi anche la distruzione della biblioteca di Costantinopoli da parte di certi cavalieri crociati, la lotta talvolta feroce alle immagini religiose da parte di certe frange protestanti, la distruzione della cattedrale di Cluny da parte dei sanculotti francesi).
Pertanto con una certa laicità riteniamo sia sempre complesso approcciarsi a certe tematiche. Sicuramente non possiamo più avere la superbia di risolvere i problemi fomentando, in vario modo, certe situazioni di guerra: la storia recente ci dimostra come un intervento armato vada a peggiorare la situazione.
Il terrorismo affonda radici nel disagio che porta anche a droga, depressione, rifiuto del lavoro, egoismo, obesità. Quello che Sigmund Freud chiamava “Il disagio della civiltà”, Erich Fromm “La società malata”, David Riesman “La folla solitaria”, ammoniva su un rifiuto di una civiltà tecnologicamente globale ma localmente non inclusiva. Molti poveri oggi non sono solo ‘poveri affamati’ ma ‘poveri di spirito’. Sono quindi esposti a ogni attacco vitale.E allora da dove ripartiamo? Come ha detto il Presidente della Repubblica durante il suo recente viaggio a Parigi, è una sfida culturale! “Si tratta di aggressioni contro la civiltà e la democrazia che richiedono una risposta immediata e collettiva della comunità internazionale; occorre un patto tra le democrazie per contrastare le campagne di odio e indottrinamento che si diffondono specie su Internet”; come ha detto Victor Hugo nello scritto “Guerre aux demolisseurs” è assurdo prendersela con opere fatte dal popolo per il popolo, “testimoni” della nostra civiltà che è civilità e storia di tutta l’umanità senza alcuna partigianeria, coscienza storica e testimonianza di ogni civiltà.