Arte e terrorismo/ l’Isis, le opere d’arte e il denaro

Simone Bacci - 1 Giugno 2015

A TUTTA B. Giornata 28: il Cagliari cade a Cesena, si avvicina il Crotone.

Simone Bacci - 1 Giugno 2015

A tutto c’è un perché: riflessioni elettorali

Simone Bacci - 1 Giugno 2015
Share

Il giorno dopo le elezioni è un giorno lungo per tanti, per chi è stato sconfitto, per chi ha vinto, per i giornalisti che ne traggono ogni sorta di analisi, ma soprattutto per gli elettori votanti che credono ancora nella Politica. Ci sono molte riflessioni significative da fare parlando dell’esito del midterm italiano, ossia le elezioni regionali, tra queste niente può prescindere dal prendere atto della vera sconfitta: quella del diritto-dovere di voto. 

In Toscana si registra un’affluenza appena sotto il 50%, precisamente 48,24%, ovvero più della metà non ha votato. Estendendo il discorso alle altre regioni il trend è più o meno lo stesso. I perché sono tanti, in primo luogo la mala-politica e la conseguente sfiducia del popolo nei confronti della classe politica attuale, ma se da una parte questo motivo va legittimamente riconosciuto all’elettore non votante, dall’altra non può essere giustificato. Tralasciando discorsi sul valore morale e civile del voto, va detto -e ripetuto con convinzione- che i politici non sono tutti uguali, c’è sempre un movimento, un partito, una persona che si meriti di essere votata o che sia in linea con il pensiero politico di almeno un elettore. Possiamo anche discutere sul perché sia stato deciso di andare al voto a fine maggio, ma non avrebbe troppo senso parlarne, la maggior parte di chi ha votato lo avrebbe fatto anche a Ferragosto. La verità è che il non voto, giustificato dal “tanto sono tutti ladri” o “nessuno mi rappresenta”, è solo una scusa per cercare di sviare da quel che non vogliamo ammettere: il nostro disinteresse alla politica. Non è difficile accorgersi infatti che il popolo italiano è sempre più disinteressato alla “cosa pubblica”, e se è certo che la vocazione civile del passato ha subito un drastico calo, per colpa della politica stessa, va riconosciuto che questo è dovuto anche al progressivo disinteresse degli elettori.

Basta prendersi una giornata per fare qualche chiacchera con amici e conoscenti per capire quanto siano diffuse disinformazione, confusione e soprattutto un auto-giustificato disinteresse verso le questioni politiche (“siccome la politica ha raggiunto il massimo declino tanto vale fregarsene” n.d.r.). Sia chiaro, lo so che un mondo ideale in cui tutti sono criticamente informati e attivi sul piano politico è pura utopia, ma è anche vero che negli ultimi anni c’è stato un grande peggioramento in tal senso.

Ed è in questa situazione che si va ad imporre la rivoluzione della comunicazione politica, di modello made in USA, derivante dall’uso dei social network. In questo scenario i media indirizzano il dibattito pubblico seguendo la “pancia del popolo”, per incrementare i guadagni, e così i grandi leader per raccogliere consensi sono costretti a fare lo stesso, con poche eccezioni, e allora l’elettore che fa? L’elettore si trova a navigare in un mare di possibilità, informazioni di ogni genere, propaganda continua; e in questo caos che ci perseguita quotidianamente, chi non ha lucidità e cultura abbastanza forti da riuscire a filtrare le informazioni, cade nei tranelli del populismo e del qualunquismo.

Di chi è la colpa? Non esiste una colpa univoca, si potrebbe dire che la moderna comunicazione politica faccia parte dell’evoluzione della società, essendo la diretta conseguenza della nascita di internet e dei social network, tuttavia si possono riscontrare molteplici complicità quali l’affermazione della cultura di massa, il diffondersi del senso comune, e il relativismo morale post-ideologico. 

Quel che è importante notare è che in questo mare di posizioni, immagini, idee e informazioni, che fluiscono quotidianamente, l’elettore dovrebbe sforzarsi di ricercare sempre la verità, e ai nostri giorni non è cosa facile, soprattutto perché per conoscere la verità è diventato di fondamentale importanza conoscere i retroscena nascosti dietro a “ciò che appare”. 

Ad esempio ieri notte, mentre era in corso lo spoglio, Filippo Sensi, l’uomo-ombra della comunicazione di Casa Renzi, caricava sul suo profilo Instagram la foto di Renzi e Orfini che giocano alla Playstation in attesa del voto. Sensi è un autentico genio della comunicazione politica, del suo account Instagram -Nomfup- e delle sue strategie ha parlato in maniera approfondita Wired, di cui tra l’altro è collaboratore. Pensate che tutto questo sia ininfluente?

Un altro esempio? La strumentalizzazione dei problemi dell’immigrazione condotta “abilmente” da Salvini o l’ondata di giustizialismo incentivato dal Movimento Cinque Stelle e da un Marco Travaglio, che nonostante la passione con cui scrive, si lascia sedurre dall’idea di fare de Il Fatto Quotidiano un unicum altamente redditizio. Dobbiamo stare attenti, che al giorno d’oggi tutti i retroscena sono decisivi e nulla emerge nel dibattito pubblico senza una decisione strategica nascosta alle spalle. 

In uno scenario simile, di fronte ad un centro-destra frammentato ed un Partito Democratico come unica spiaggia rimasta ai moderati, come ci si può meravigliare se l’affluenza alle urne è così bassa? 

Con l’avanzare dell’antipolitica e la strumentalizzazione mediatica in atto, perché ci merivagliamo che la Lega Nord in Toscana prenda il 20% rubando “voti di protesta” al Movimento Cinque Stelle?

Tutto questo porta l’elettore a vagare nel caos, e a lungo andare il caos genera disinteresse e quindi sfiducia. Proprio per questa sfiducia indotta si assite all’affermazione progressiva del non-voto, del voto di protesta e del “voto a sentimento”. 

Allora noi elettori se vogliamo fare qualcosa per riaccendere la “fiamma del voto consapevole” dovremo smetterla di rumoreggiare nell’autocommiserazione e iniziare ad andare a fondo della realtà, ma finché l’elettore medio immerso nel caos dimostrerà disinteresse verso “la cosa pubblica”, a vincere saranno ancora una volta l’anti-politica, l’astensionismo e la manipolazione mediatica.

Perché al di là delle convinzioni epistemologiche su quale sia la realtà politica a cui tutti dovremo tendere, non possiamo che essere d’accordo che un serio dibattito pubblico incentrato sui contenuti sia la base del progresso democratico di un paese; lo scontro tra idee diverse frutto di seri studi, informazione critica e approfondimenti è la base per ricostruire la politica dalle fondamenta.

Purtroppo invece in questo scenario confuso, fatto di apparenza e discorsi vuoti, dove tutti vogliono parlare, l’unico modo per tornare ad alimentare un dibattito serio passa dal ripensare mezzi e fini della comunicazione politica e mediatica, riportando al centro l’amor per il vero, la cultura e il buon senso, lasciando in secondo piano gli interessi di parte e i giochi di potere. 

Questa secondo me dovrebbe essere la vocazione del giornalista e del politico.