4 Marzo 2021

Una rassegna chiamata “Sguardi perduti” non poteva che dire la sua ultima voce su un film che parla di un qualcosa che si è perduto: qualcosa che si è visto privare della sua bellezza più autentica, della sua storia, della sua identità. Una terra, un luogo che simboleggia un Meridione lasciato a se stesso, abbandonato se non abusato, dove c’è sempre più un divario tra l’Italia e gli italiani. Nella fattispecie si tratta della Campania di quella Terra dei fuochi in preda a un disastro e a un degrado che in realtà rappresenta un paradigma e una spia estesi su scala nazionale: è l’inesorabile scenario di tutto il Bel paese, quello di una bellezza che non viene valorizzata, e che va in rovina, viene perduta.

E’ “Bella e perduta”, appunto, il titolo di questo film, col quale si chiude la rassegna di questa stagione offertaci dal Circolo del Cinema Kinoglaz, che ha portato nella città di Livorno non solo uno spazio di aggregazione e condivisione, dove poter analizzare la realtà che ci circonda, ma anche un cinema di pregevole qualità che è rimasto lontano dalla grande distribuzione e dal grande pubblico, ma non per questo dai festival cinematografici. Infatti questo film è stato presentato al festival di Torino nel 2015 e ha partecipato al festival di Locarno. Diretto da Pietro Marcello, è la storia dell’incontro tra il pastore Tommaso Cestrone (detto “l’Angelo di Carditello” per aver accudito nella vita reale la reggia borbonica in stato d’abbandono contribuendo a rilanciare il dibattito sul degrado del casertano), e un bufalotto di nome Sarchiapone, che senza questo incontro sarebbe stato destinato a morte certa. Cestrone, interpretato nel film da se stesso, svolse il suo lavoro di salvaguardia così bene da ricevere minacce da chi considera quel territorio solo oggetto di conquista. Dovette terminare per sempre il suo eroico ruolo di difensore della reggia a causa della sua prematura scomparsa, la notte di Natale del 2013, due settimane prima che lo Stato finalmente onorò i suoi sforzi ( e la sua memoria), con l’allora ministro della cultura Massimo Bray che mantenne la sua promessa facendo acquisire la reggia al patrimonio dello Stato, sottraendola così alla criminalità. Per questo il film fu interrotto; ma riprese a parlare e a raccontarci la sua storia con delle conseguenze narrative inattese e sorprendenti.


Il bufalo Sarchiapone è rimasto solo e abbandonato; ma lo spirito-guida di Cestrone continua a illuminare. Dall’aldilà infatti interviene Pulcinella (Sergio Vitolo), intermediario tra i vivi e i morti, che ha la missione di esaudire le ultime volontà del pastore, portare in salvo Sarchiapone. E’ l’elemento mitico, fiabesco, sacrale che come d’incanto si posa improvvisamente sulla cruda e dura realtà: Pulcinella è un “Dio sceso sulla terra” che vuole liberare il bufalotto dalla violenza e dal male che affliggono la sua terra. I due intraprendono quindi un viaggio verso la Tuscia, dove Sarchiapone sarà affidato al pastore Gesuino, una specie di Mangiafuoco che recita ad alta voce per se stesso le poesie di D’annunzio. E’ la prima tappa di un lungo viaggio che i due intraprendono attraverso un’Italia bella e perduta, un viaggio alla ricerca disperata di un’anima, di una salvezza (e di una bellezza), alla fine del quale non ci sarà però quello che speravano di trovare.

Il mondo e l’umanità che circondano queste due creature sembra mancare di alternative. Il tentativo di salvare le sorti dell’animale di fronte alla sua inutilità e quindi alla sua impossibilità di vivere, diviene un tentativo inutile di sovvertire ciò che è già scritto: è la tragedia di Sarchiapone; ma è anche la tragedia dell’uomo abitante di queste terre. Il bufalotto simboleggia in realtà una condizione umana, è egli stesso un essere umano, dotato di un’anima, di una identità e addirittura di una voce (i suoi pensieri infatti vengono espressi ed affidati ad una voce off, che è quella di Elio Germano). “In un mondo che ci nega l’anima, essere un bufalo è un’arte”, dice il bufalo di se stesso. Si fondono dunque elemento fiabesco, magicamente onirico, ed elemento tragico, duro e reale, costituendo entrambi la cifra stilistica del film e restituendo ad esso la sua poesia e la sua sacralità. E la sofferenza, il dolore, non sono che un modo per arrivare a una purificazione, una catarsi, una purezza che con la morte si liberano con tutta la loro forza.

“Bella e perduta” è nato come un viaggio, teso a guardare qualcosa, a contemplare bellezze e rovine di un territorio. Ma non vuole essere un film che denuncia appositamente qualcosa, come disastri ambientali, camorra e Terra dei fuochi. Insieme alla tecnica del documentario, infatti, Pietro Marcello si concede, in maniera fantastica, la licenza della finzione, del mito, caricando la realtà di un lirismo fuori dal tempo e di una magia, resi ancora più forti dalla presenza della musica, che con le sue note accompagna tutto il film. Così il disastro ambientale e l’ecologia diventano più un problema legato al sacro, al rapporto reso sempre più difficile con la terra, con la madre cui apparteniamo e al tempo stesso siamo. In tutto questo c’è l’emblema di un’Italia sempre più incurante di se stessa. La Reggia di Carditello, gioiello borbonico lasciato nell’abbandono e nel degrado assoluto, rappresenta la bellezza perduta, e la lotta del singolo, che non si arrende a un meccanismo incancrenito di distruzione e disfacimento.

 

 

 

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