20 Gennaio 2022

È ormai passata una quantità sufficiente di tempo per riuscire a fare un bilancio a mente fredda di quello che è stato l’evento più rilevante ed importante dell’anno: la COP 26. La conferenza si è finalmente tenuta a Glasgow, con un anno di ritardo dovuto alla pandemia. Questo slittamento non ha fatto altro che aumentare l’attesa per questo evento, rendendolo ancora più denso di aspettative. Ma queste aspettative sono state rispettate? Possiamo ritenerci soddisfatti delle decisioni prese a Glasgow?

Per rispondere a queste domande ci siamo rivolti a Luigi Ferrieri Caputi, studente di Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze e membro di Fridays for Future Italia. Abbiamo pensato a Luigi non solo per il suo impegno in tema di cambiamento climatico, ma anche perché lui a Glasgow c’è stato e ha visto i negoziati da vicino.


 

Ciao Luigi, prima di parlare dei contenuti di COP 26, come sei riuscito ad ottenere il pass per seguire i lavori a Glasgow?

Faccio parte del collettivo di Destinazione Cop, un progetto per il quotidiano Domani che ha seguito da vicino tutto il percorso di avvicinamento alla COP 26. Il direttore di Domani ha mandato una lettera per ricevere l’accredito, riuscendo ad ottenerlo per tutti noi. Così io, Giovanni Mori, Sofia Pasotto e Lorenzo Tecleme siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo di raccontare la COP direttamente da Glasgow. È stato buffo perché redazioni di giornali molto più grandi erano in 2 o 3 mentre noi eravamo in 4.

 

A proposito di media, questa è stata forse la COP più coperta dal punto di vista mediatico. Secondo te come è stato svolto questo servizio dalle televisioni, dalle radio e dai giornali?

Naturalmente essendo impegnato all’interno della COP non ho potuto seguire le trasmissioni televisive che ne parlavano. Però mi sembra che ci sia stata molta attenzione per questa conferenza. Ci sono state molte ore di diretta televisiva da parte di alcune reti e molta copertura da parte della stampa. COP 26 ha ottenuto una grandissima risonanza. Non poteva essere altrimenti visto la crucialità del tema e l’attesa riposta.

 

Passiamo ai contenuti di COP 26. Quali erano gli obiettivi prefissati di questa COP? Secondo te sono stati raggiunti?

Alok Sharma, presidente di COP 26, si era dato due obiettivi principali: il phase-out dal carbone e reperire finalmente i 100 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo. Possiamo dire che i negoziati non hanno raggiunto nessuno di questi due obiettivi. Per quanto riguarda il phase-out, l’India ha fatto saltare il banco in favore di un “phase-down” molto più graduale. L’atteggiamento dell’India è senza dubbio da condannare, ma da parte dei Paesi ricchi non c’è stata la sponda giusta per portare a casa il risultato. Infatti anche l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari all’anno non è stato raggiunto. I Paesi più ricchi hanno preso l’impegno di investire questi soldi per aiutare i Paesi più poveri ad affrontare il cambiamento climatico nel 2009. Dopo COP 26 questa cifra ancora deve essere raggiunta. Non sono stati stanziati nemmeno i fondi per le perdite e i danni dovuti al cambiamento climatico per i più paesi colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico.


 

Questo nonostante le parole di Draghi, che durante la prima giornata di COP 26 ha affermato che “i soldi non sono un

problema”…

Esattamente. Noi abbiamo accolto con entusiasmo le parole di Draghi, perché a prima vista può sembrare che 100 miliardi all’anno siano tanti. Ma in realtà se pensiamo ad una manovra finanziaria italiana capiamo che 100 miliardi all’anno fra tutti i Paesi più ricchi non sono una cifra alta. Per questo durante i negoziati, l’Unione Europea è stata la grade assente. Si è dimostrata sorda nei confronti di queste esigenze, soprattutto in virtù di ciò che rappresenta. Il ministro degli esteri di Tuvalu che lancia il suo tragico appello con il mare che gli arriva alle ginocchia è senza dubbio l’immagine di COP 26. Ecco, i Paesi ricchi e l’UE in primis, stanno chiudendo gli occhi di fronte a questo.

 

 

Ma se la cifra non è poi così alta, come mai non si riescono a trovare questi 100 miliardi all’anno?

L’unica possibilità è che questi soldi non si vogliano tirare fuori. Manca la volontà politica, non ci sono altre spiegazioni perché è una cifra veramente bassa. Anzi si dovrebbe presto arrivare a 1000 miliardi di dollari all’anno.

 

Hai parlato delle mancanze dell’UE. L’Italia invece, che era anche co-organizzatrice della COP, che ruolo ha avuto?

Sicuramente marginale. Non avevamo nemmeno un nostro padiglione. C’erano Paesi davvero poveri che erano riusciti a mettere su qualcosa. Oppure anche l’Arabia Saudita nel suo padiglione aveva messo una mappa di tutto il deserto diventato verde grazie agli alberi che vorrebbero piantare. Era solo apparenza ma comunque l’Italia è mancata. Inoltre anche la Pre-COP 26 e lo Youth4Climate di Milano non sono risultati decisivi per quanto riguarda i negoziati.

 

Abbiamo parlato solo di cose negative per ora. Ci sono state cose positive? Se sì, quali?

Alcune cose positive ci sono senz’altro. Innanzitutto è stata fissata la riduzione di emissione di CO2 del 45% nel 2030. Questo è molto importante perché è la prima volta che viene preso un impegno intermedio a livello mondiale. Inoltre gli Stati dovranno presentare i propri target di riduzione volontaria già a partire dal 2022, non più dal 2030. Inoltre viene citato per la prima volta un gas serra non CO2, ovvero il metano, anche se la richiesta di riduzione entro il 2030 è solo un invito. Importante poi il riferimento alla Giusta transizione, in cui si riconosce il bisogno di rendere la transizione ecologica anche e soprattutto equa. Questi successi hanno reso meno pesante l’esito della COP, che è comunque andata male.

 

Quindi non sei dello stesso avviso di Greta Thunberg che ha definito COP 26 un fallimento?

La COP 26 non è andata bene. Non sono stati raggiunti i principali obiettivi. Però ad esempio un’altra cosa positiva è stata chiudere le regole mancanti degli Accordi di Parigi. Le emissioni saranno conteggiate con lo stesso metodo garantendo trasparenza. Inoltre è stato chiuso anche l’accordo sull’Art. 6  per il mercato del carbonio. Possiamo ancora restare all’interno degli 1,5°, non tutto è perduto. Quindi direi che pure essendo andata male, non siamo al totale fallimento, anche se ci andiamo molto vicini.

 

Visto che sei stato a Glasgow durante COP 26, puoi dirci qualcosa in più su cosa succede durante i negoziati?

Naturalmente non avevo accesso alle stanze dei negoziati. Però l’ambiente che si respirava all’interno di COP 26 era alienante. Il posto era enorme e ti separava totalmente da ciò che poteva avvenire fuori. Era praticamente una città. C’era la zona dei box, poi quella dei padiglioni, la plenaria e poi c’era una zona più colloquiale, dove magari i vari delegati di diversi Paesi prendevano il caffè insieme. A noi ci arrivavano solamente delle voci di corridoio, mentre alcune agenzie di stampa riuscivano ad ottenere informazioni sui negoziati direttamente dai delegati.

 

Durante COP 26 ci sono state grosse manifestazioni all’esterno per protestare contro il cambiamento climatico. Secondo te queste mobilitazioni anche durante li svolgimento della COP hanno potuto dare un’ulteriore spinta ai negoziati?

Se guardi alle manifestazioni che si sono svolte a Glasgow con gli occhi di chi era dentro alla COP, l’effetto è quello di essere riportato con i piedi per terra. Si percepisce tutta la distanza fra i manifestanti e i governi. Proprio a causa della frenesia e dell’atmosfera totalmente alienante che si respirava alla COP, era però difficile che dall’esterno le azioni dei manifestanti avessero un reale impatto. Proprio per questo sono state importanti alcune iniziative da parte dei manifestanti che si sono tenute all’interno, portando la protesta nel cuore di COP 26. In questo modo si è potuta suonare un po’ la sveglia ai delegati riguardo ai veri problemi e alle vere tematiche da affrontare.

 

Ormai siamo arrivati alle ventiseiesima COP. Mi chiedevo, secondo te le COP funzionano? Pensando anche al metodo con il quale vengono prese le decisioni,  possono migliorare come strumento?

Le COP sono sicuramente eventi pensati per altri tempi. Il fatto stesso che le decisioni debbano essere prese all’unanimità porta sempre ad un compromesso che per ora è sempre stato al ribasso. Ciò, ad esempio, ha permesso all’Arabia Saudita di rallentare il più possibile i lavori, in maniera anche palese, praticando del vero e proprio ostruzionismo. Questo per evidenti ragioni di interessi. Mettere d’accordo tutti quando è chiaro che ci siano interessi diversi in gioco è molto complicato. Anche quando si riesce a raggiungere un accordo ci sono difficoltà oggettive a farlo rispettare. Ad esempio, lo stesso accordo di Parigi è bellissimo, ma intanto le emissioni continuano a salire. Diventa difficile infatti costringere uno Stato a fare qualcosa, non c’è nulla al di sopra degli Stati. Il fatto stesso che siamo alla ventiseiesima COP e che già siano state programmate COP 27 e COP 28 è un chiaro fallimento, vuol dire che non ne sono bastate 26 e non ne basteranno 27 per mettersi d’accordo e salvare il pianeta. Resta però il fatto che il multilateralismo è l’unico modo per poter prendere decisioni in grado di affrontare problemi così gravi su scala mondiale come il cambiamento climatico. Anche se per ora sta fallendo.

 

Quindi l’unica cosa da fare è aspettare che arrivi il limite vero e proprio, in modo tale che gli Stati siano veramente costretti a prendere le dovute misure?

Diciamo di sì, anche se il limite è veramente molto, ma molto vicino. Va detto comunque che il multilateralismo, pur non avendo risolto il problema, ha portato comunque molti Paesi a ideare piani nazionali per contrastare il cambiamento climatico molto ambiziosi. Come nel caso di USA e Unione Europea. Grazie al multilateralismo anche Paesi in via di sviluppo si muovono in questo senso. Anche in questa COP, il momento decisivo è stato senza dubbio l’accordo di cooperazione fra USA e Cina per ridurre le emissioni. Il momento diplomatico fra le due superpotenze è molto teso, ma nella dichiarazione congiunta John Kerry, l’inviato speciale americano per il clima, ha ribadito l’importanza della cooperazione, pur riconoscendo le grandi divergenze fra le due parti. Infatti ha dovuto mettere da parte le tensioni dovute alla mancanza del rispetto dei diritti in Cina, come nel caso delle persecuzioni degli Uiguri, in favore di una cooperazione per il clima. Anche qui si parla di compromessi. In ogni caso l’obiettivo di rimanere entro e non oltre gli 1,5° è ancora vivo anche grazie ai piccoli risultati di cui abbiamo parlato prima. Anche questi ultimi sono stati raggiunti grazie al multilateralismo. Bisogna però fare davvero qualcosa per non superarli, altrimenti le conseguenze saranno gravissime e lo saranno per tutti.

 

 

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Rodolfo Ortolani

Studente livornese di Scienze Politiche all'Università di Pisa. Analisi e opinioni sulle mie due passioni: sport e politica.

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