2 Agosto 2021

In quest’anno, Fridays for Future ha assunto centralità nella lotta a difesa dell’ambiente: a Greta Thunberg e tutto il suo staff va senza dubbio riconosciuto il merito di aver costituito decine e decine di luoghi operativi in cui tanti ragazzi, consapevolmente o no, hanno deciso di dedicarsi alla tutela dell’ecosistema.

 

Luigi Ferrieri Caputi (in alto) e Samuele Leoni (in basso) in un loro intervento in Consiglio Comunale

Nelle ultime settimane, ho avuto la possibilità di confrontarmi con Luigi Ferrieri Caputi e Samuele Leoni, anime del collettivo Fridays for Future Livorno; ne è venuta fuori questo dialogo.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Quali possono essere secondo voi le ragioni dietro la nascita del Movimento Fridays For Future e, contemporaneamente, le motivazioni della sua repentina diffusione?

    Fridays For Future nasce in risposta ad una esigenza, un’esigenza di scrivere un futuro diverso, che ci appartiene e che non sia frutto di scelte scellerate di una classe dominante che per i propri interessi non se ne cura calpestandolo.
    Nasce per dare una svolta, un cambiamento per evitare di arrivare al punto di non ritorno a cui inesorabilmente stiamo arrivando. Il movimento ha avuto un successo planetario perché la forza distruttiva dei cambiamenti climatici unita a politiche totalmente non curanti del destino delle prossime generazioni era talmente evidente che è bastata la protesta di una ragazzina di 16 anni a smuovere milioni di persone.

  2. Come siete strutturati al vostro interno? Età media dei vostri membri?

    La struttura ha una natura assembleare, libera ed aperta.
    La struttura non si esplica attraverso incarichi di vertice ( Segretari o Presidenti) ma si fonda sull’assemblea e sul criterio di maggioranza. Abbiamo però dei referenti 2 Regionali e 2 Nazionali che partecipano alle assemblee informando il resto del gruppo locale.

    Siamo principalmente ragazzi dai 14 ai 25 anni tendenzialmente copriamo le scuole superiori (di tutti gli indirizzi) e le università.

  3. Cosa chiedete alle forze pubbliche? Al Comune, anche se privo di numerose competenze in materia ambientale, ma anche alla Regione e al Governo

    Come prima cosa chiediamo che alle dichiarazioni di emergenza climatica seguano coerentemente delle misure che vadano realmente nella direzione degli accordi di Parigi sul clima. In generale, intendiamo una vasta politica di conversione del tessuto produttivo del Paese, con particolare riguardo verso la filiera alimentare e dei mezzi di trasporto, che siano essi pubblici o privati. Debbono essere stanziati forti incentivi per la transizione ecologica delle piccole, medie e grandi imprese con pressioni e multe per quegli enti che si rifiutino di accettare il cambiamento, necessario e dovuto al fine di combattere la catastrofe climatica in arrivo.
    Sarà poi probabilmente necessaria una pianificazione almeno generica dell’economia: il pianeta non può reggere il devastante consumo di risorse necessario al sostentamento dell’attuale modello economico(“There is no planet B”).
    Non è più il tempo della produzione incontrollata e del consumismo senza freni, dobbiamo imparare a produrre per ciò di cui necessitiamo realmente e allo stesso tempo capire come poterlo produrre senza devastare il clima terrestre e mettere di conseguenza in pericolo l’esistenza stessa della specie.
  4. Con che metodo portate avanti le vostre battaglie?
    I metodi adottati da Fridays per portare avanti le sue battaglie sono i più svariati: si va dalle classiche manifestazioni di piazza non-violente, ai sit-in o ai flash mob; allo stesso tempo sul piano informatico, in particolare per via dell’attuale situazione legata alla pandemia globale, abbiamo adottato pratiche come il mail-bombing, le petizioni on-line o i tweetmob. In generale ciò che riteniamo importante è di sviluppare una pressione di massa sulla questione ambientale, al fine di spingere il governo e le istituzioni nella direzione di maggiori azioni nell’ambito della questione climatica.
  5. Spesso si rischia, mediante incentivi ecologici, di causare danni rilevanti al tessuto sociale e all’economia, nel primo caso attraverso politiche di risanamento ambientale a carico dei ceti meno abbienti (penso al caso emblematico dei Gilet Gialli in Francia), nel secondo con l’erosione delle attività produttive, costrette a misurarsi con spese marcatamente superiori a quelle di altri contesti economici e indotte a spostare altrove la propria sede (in Italia si era creato un episodio con la cosiddetta Plastic Tax, negli Stati Uniti l’esempio classico è la Rust Belt passata nel 2016 a Trump dopo la deindustrializzazione).
    Voi cosa ne pensate?

    Foto tratta da www.ilpost.it

    Quello dei gilets jaunes è un esempio perfetto di una transizione ecologica guidata male, oltre a un chiarissimo caso di mala gestione economica. Fu un errore fatale non comprendere dove sarebbe ricaduto l’onere della tassazione (che sta sempre in maggior parte sul lato meno elastico, e quindi “più dipendente” del mercato).

    Un tentativo di transizione fatta male senza tenere di conto del principio di giustizia climatica e sociale…Se per lavorare (e quindi, per estensione, per guadagnare il salario necessario a vivere) necessito di fare 200 km ogni giorno e per me il mezzo privato, sia il camion o l’auto, è imprescindibile un aumento del genere non farà che ridurre drasticamente il mio reddito; rischiando anche di mandarmi “in perdita”.
    Le politiche di deindustrializzazione che hanno portato alla prima elezione di Trump, e che sono anche uno degli argomenti di “Popolo, Potere e Conflitti” il nuovo saggio del premio Nobel Stiglitz, non dovrebbero distrarre dall’urgenza di un’azione immediata; che da una parte deve prevedere anche misure di sostegno al reddito. Dal punto di vista economico, inoltre, è lo stesso premio Nobel Stiglitz ad affermare che gli investimenti nella transizione ecologica creino, per milioni di $ investiti, 3 volte i posti di lavoro di quelli nelle industrie del fossile e del gas. §
    Non solo, lo stesso Bloomberg ritiene tali investimenti fino a 4 volte più remunerativi.
    Tra l’altro, la Rust Belt ora è tornata blu; eppure il piano di Biden sul clima è molto più coraggioso di quello di Obama, soprattutto grazie al notevole contributo di Bernie, della Cortez e della sua Squad.
    Dobbiamo aggiungere che le conseguenze di una mancata mitigazione della crisi climatica si faranno sentire soprattutto sulle fasce più povere della popolazione, come accade in tutte le crisi (lo vediamo particolarmente bene ora, con la pandemia).
    Una delle prime politiche da applicare sarebbe quella di una carbon tax, classico esempio di tassa pigouviana. Anche – e soprattutto – “alla frontiera”, così da incentivare paesi come la Cina che sono grandi esportatori a una rapida transizione. Insomma, i prodotti devono essere tassati in base alla quantità di CO2 emessa per produrli, e la stessa CO2 deve essere vista come un’esternalità, portando quindi a implementare una misura come la Carbon Tax che vada a rendere economicamente non conveniente continuare a emettere.
    Va aggiunto che solo in Italia la “Green Recovery” ha la potenzialità di creare fino a 800MILA posti di lavoro. La maggior parte degli economisti del mondo punta in questa direzione, e si è – letteralmente – sgolata, assieme ai climatologi, per ripetere l’urgenza di azioni immediate per la crisi climatica. La vecchia retorica lavoro/”ambiente” non regge più. Le misure necessarie creano posti di lavoro, molti di più di quelli del settore del fossile (petrolio, metano, carbone etc…) e sono imprescindibili per la sopravvivenza della società per come la conosciamo.
    Infine, dobbiamo aggiungere un particolare essenziale in un’ottica di medio-lungo periodo i costi di una mancata mitigazione (e di un mancato adattamento, che sono politiche diverse. La mitigazione significa ridurre le emissioni e “appiattire” la loro curva portandola a zero nel minor tempo possibile. Adattamento significa esattamente quello che si pensa: ci saranno conseguenze enormi – già visibili – comunque inevitabili. A questo nuovo mondo dobbiamo adattarci, perché – così come per la pandemia – le conseguenze dell’azione (o dell’inazione) sul clima si vedono 10/15 anni dopo. E stiamo già pagando le conseguenze delle scelte, o meglio delle non-scelte, del passato) saranno terribilmente più elevati rispetto a quelli attuali, che pure sono elevati – certo – lo riconosciamo. Tuttavia, è sempre il caso di chiedersi quanto costerà NON agire. Alcuni economisti, tra cui il celeberrimo Nordhaus, hanno stimato questi costi mettendo in evidenza come se non agiremo ORA questa sarà una crisi dalla quale non ci sarà più via di uscita.
    Non solo, come già ampiamente detto sopra al di là delle misure emergenziali prese durante la pandemia, quelle necessarie a impedire il collasso climatico potranno ridistribuire ricchezza e creare milioni di posti di lavoro ben retribuiti, che sono attualmente due necessità imperanti.
    Queste soluzioni creano lavoro, ridistribuiscono ricchezza, sono investimenti che rendono fino a 4 volte e potranno impedire il collasso climatico. C’è da chiedersi una sola cosa: perché non lo stiamo facendo?
  6. Ci sono Stati, soprattutto tra le cosiddette economie emergenti, che reclamano la stessa “facoltà” ad inquinare degli Stati Occidentali, motivando questa esigenza al fine di favorire il loro sviluppo economico e ridurre la povertà. Oltretutto, altri Paesi, per fornire un esempio la Cina, sostengono che il loro livello di inquinamento pro capite prodotto sia decisamente inferiore a quello Occidentale attuale, seppur complessivamente superiore per numero di abitanti.
    Cosa ne pensate?

     Partiamo subito con una verità: sia a livello pro capite, sia – soprattutto – a livello storico i maggiori responsabili delle emissioni sono, e sono stati, i paesi dell’Occidente politico ed economico.
    Non c’è altro da dire sulla faccenda. Quello che dicono i paesi emergenti è, essenzialmente, vero.
    Perché loro non dovrebbero avere il “diritto a inquinare”? Dopo che il colonialismo occidentale gli ha depredati di 150 anni di sviluppo, e dopo che noi siamo usciti dalla povertà grazie allo sviluppo industriale e – anche – allo sfruttamento delle risorse di questi paesi? Questo non fa una piega, anzi aggiungiamo carne al fuoco.
    Questi paesi – i minori responsabili (la Germania è responsabili storicamente del 6% delle emissioni globali. Come tutta l’Africa e il Sud-America ASSIEME) – saranno anche i più colpiti dagli effetti della crisi climatica (stiamo parlando di centinaia di milioni – fino a miliardi – di migranti, per esempio).
    Pensiamo all’India, per esempio.
    Il collasso – che non è affatto impossibile se le politiche resteranno quelle attuali – oppure la forte di riduzione dei ghiacciai dell’Himalaya porterà a una penuria d’acqua che colpirà più di un miliardo di persone, le quali saranno costrette a emigrare; sempre in India le temperature estreme renderanno impossibile il lavoro diurno per una buona parte dell’anno (le temperature medie annuali potrebbero superare i 30 gradi. Una stima che tiene di conto anche delle temperature minime notturne invernali).
    Venendo a noi: in Italia, al 2080 (che sembra una data lontana, ma ricordiamoci che se avete meno di 40 anni vivrete sicuramente gli effetti devastanti di questa crisi, che saranno progressivi e via via più devastanti) il bacino idrico dei fiumi potrebbe essersi ridotto fino del 40%, mentre gli eventi atmosferici estremi sono aumentati di più del 7500% (e sì, gli zeri sono corretti) dal 1999 al 2019.
    Che fare, dunque? Le soluzione le abbiamo, un buon esempio è Project Drawdown che le elenca tutte tenendo anche di conto di quale può essere l’impatto che hanno (e, tra l’altro, alcune sono molto sorprendenti. Per esempio alcune delle azioni più importanti sono l’educazione femminile e la promozione dei diritti fondamentali dell’uomo).
    Da una parte servono misure, per paesi come la Cina, di “protezionismo climatico”: una carbon tax europea alla frontiera, come detto sopra.
    Dall’altra parte serve il più grande sforzo di collaborazione internazionale mai visto prima, per permettere ai paesi in via di sviluppo (e non “già sviluppati”, come la Cina) di passare a un sistema industriale a emissioni zero e questo può essere fatto solo tramite la collaborazione internazionale; la crisi climatica non conosce confini e le sue conseguenze colpiranno tutti i paesi del mondo – alcuni maggiormente, alcuni in maniera minore – ma pensare che questo non avrà comunque effetti globali devastanti, mai visti prima, non è solo miope, è proprio errato politicamente e scientificamente. La giustizia climatica non può essere slegata alla giustizia sociale.
  7. In conclusione, perché credete che proprio il cambiamento climatico possa essere un evento peggiore di altri? Penso al costante aumento delle disuguaglianze o alla tragedia del crollo della natalità. 
    Perché è così.
    Non prendeteci per arroganti, ma questa è la realtà. Tutta la comunità scientifica mondiale è concorde, le più alte cariche internazionali, i più grandi economisti. Dal segretario generale dell’Onu che definisce la crisi climatica “La più grande minaccia per l’umanità di sempre”, al filosofo Chomsky secondo il quale rappresenta una vera e propria minaccia esistenziale.
    Questa domanda è molto interessante, perché fa capire quanta sia ancora ristretta la consapevolezza circa la gravità della crisi climatica (e usiamo il termine crisi climatica perché di crisi si tratta).
    Sarà l’emergenza più grande che dovremo affrontare, con l’effettiva potenzialità di stravolgere per sempre la società in cui viviamo. Non solo, ma le diseguaglianze sono tremendamente acuite dalla crisi climatica ed ecologica, si pensi alla pandemia il cui legame è stato più volte sottolineato (dalle cause, fino all’acuirsi dei sintomi del Covid nelle aree più inquinate).
    Secondo la CIA è la più grande causa di instabilità nel medio-oriente, citando la descrizione del libro “Effetto Serra, Effetto Guerra” di Pasini “Le aree dove questi sommovimenti si originano hanno tutte qualcosa in comune: il clima che cambia, il deserto che avanza e che sottrae terreno alle colture mettendo in ginocchio le economie locali”. “A tre anni dalla prima edizione di questo libro” osservano gli autori nella nuova introduzione “è per noi una magra consolazione trovare conferma delle dinamiche preoccupanti su cui avevamo cercato di attirare l’attenzione”. Il cambiamento climatico contribuisce al disagio e all’aumento della povertà di intere popolazioni, esposte più facilmente ai richiami del terrorismo e del fanatismo.
    In tutto questo, l’Italia è in prima linea: lo sanno bene a Lampedusa. Un climatologo e un diplomatico – così lontani, così vicini – hanno preso la penna giungendo alle stesse conclusioni: se abbandoniamo i più poveri al loro destino non solo facciamo finta di non capire ciò che ci insegnano la moderna scienza del clima e l’analisi geopolitica – che siamo tutti sulla stessa barca e che i problemi sono interconnessi e hanno una dinamica globale -, ma lasciamo crescere un bubbone di conflittualità che prima o poi raggiungerà anche noi; i primi migranti del clima lo sanno bene. Prendere coscienza dei rischi di un clima impazzito può favorire un’operazione di pace, integrazione e giustizia di portata inedita.
    Quando si parla di crisi climatica, si parla di centinaia di milioni, se non miliardi, di migranti, perdite di raccolti senza precedenti, aumenti esponenziali dei fenomeni atmosferici estremi, ondate di calore, siccità, innalzamento dei livelli del mare.
    Dobbiamo ancora iniziare ad affrontarla, e siamo già indietro coi tempi.
    Restano 7 anni, circa, prima di esaurire l’attuale carbon budget e rendere quasi inutile qualsiasi azioni per contenere le temperature al di sotto dei +1,5°, che è visto come il punto di non ritorno.
    Abbiamo la tecnologia, abbiamo le conoscenze, manca solo la volontà politica.
    Il primo passo? Trattare l’emergenza climatica come tale.
    Dopo tutto ciò, dopo tutti questi dati e numeri, dopo tutti gli appelli degli scienziati come è possibile che i media e la politica ignorino ancora quella che è la più grande minaccia alla nostra sopravvivenza?

 

 

profeta.giulio@gmail.com

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Giulio Profeta
Giulio Profeta

Dottorando, abilitato alla professione forense, livornese.
Sono uno dei fondatori del progetto "Uni Info News", nonché attuale presidente dell'associazione; ho avuto l'idea di buttarmi in questa avventura per promuovere uno stile di vita attivo fra tanti miei coetanei, all'insegna del confronto come motore di crescita personale.

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