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Butterfly. Colori proibiti: un silenzioso dolore

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Grande successo per la prima nazionale dello spettacolo Butterfly. Colori Proibiti, della Compagnia Artemis Danza di Monica Casadei, ospitata sul palco del Teatro Verdi di Pisa lo scorso 29 marzo.

La nuova creazione firmata Artemis Danza/Monica Casadei prosegue il pluriennale progetto Corpi(n)azione_opera, che indaga i personaggi, i temi cardine e gli archetipi dell’opera lirica in una chiave coreografica contemporanea.

Lo spettacolo Butterfly. Colori proibiti non è solo un omaggio alla celebre ed eroica protagonista femminile dell’opera di Giacomo Puccini, ma ne indaga l’animo lacerato da quel silenzioso dolore, prima del tragico atto finale.

Butterfly Colori proibiti ph Vincenzo Cerati

Madama Butterfly di Giacomo Puccini

Madama Butterfly è un’opera in tre atti di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. La prima rappresentazione andò in scena la prima volta al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio 1904.

Sbarcato a Nagasaki, Pinkerton, Ufficiale della Marina Americana, si unisce in matrimonio secondo le usanze locali, con una geisha quindicenne di nome Cio-Cio-San, termine giapponese che significa Madama Butterfly (Farfalla). Il matrimonio per l’americano è solo un gioco, fatto per vanità e spirito d’avventura, diversamente da Butterfly, la quale se ne innamora. Di lì a pochi giorni l’Ufficiale ritorna in patria abbandonando la giovanissima sposa che, forte di un amore ardente e tenace, pur struggendosi nella lunga attesa accanto al bambino nato da quelle nozze, fiduciosa attende il suo ritorno, sulle note dell’aria struggente Un bel dì vedremo.

Dopo tre anni, Pinkerton torna a Nagasaki per prendere il bambino, della cui esistenza è stato messo al corrente dal console Sharpless, accompagnato da una giovane donna Kate, da lui sposata regolarmente negli Stati Uniti.

Soltanto di fronte all’evidenza dei fatti Cio-Cio-San comprende di aver vissuto nell’illusione di un grande amore. Decide quindi di suicidarsi e, dopo aver abbracciato disperatamente il figlio, si trafigge compiendo il gesto dell’harakiri. Quando Pinkerton, assediato dal rimorso, si reca da Cio-Cio-San per chiedere il suo perdono, sarà ormai troppo tardi.

ph Vincenzo Cerati

Butterfly. Colori Proibiti di Monica Casadei

Lo spettacolo Butterfly. Colori proibiti di Monica Casadei ha svelato le emozioni di Cio-Cio-San, una ragazza di quindici anni costretta a vivere un dramma, nella compostezza di una posizione che ha mantenuto per tre anni, con rigore e fiducia, prima della sua grande delusione. Non è dunque uno spettacolo didascalico e narrativo, ma emozionale e intimo.

Il compito della danza è quello di liberare l’anima della protagonista, costellata di antichi valori della cultura giapponese: coraggio, rigore, umiltà, compassione, fedeltà e onore. In quest’ultimo risiede l’atto finale della Butterfly, l’harakiri, praticato dai samurai giapponesi, ovvero il taglio del ventre, sede dell’anima e simbolo della purezza. Non a caso la spada utilizzata dai samurai, wakizashi, veniva chiamata “la guardiana dell’onore”. Nella storia di Puccini, Butterfly prende il coltello e legge le parole che vi sono incise “Con onor muore chi non può serbar vita con onore” prima di uccidersi. È in questo esatto momento che Butterfly si trasforma in una donna samurai, compiendo un atto di fede verso quegli antichi valori ai quali ha reso onore.

Nel 1970 lo scrittore e drammaturgo Yukio Mishima, autore di Colori proibiti, scelse proprio l’harakiri per togliersi la vita a 45 anni di fronte al Ministro della difesa giapponese e di fronte alle telecamere, rivendicando l’antica cultura giapponese contro l’occidentalizzazione del suo paese.

Il tema del suicidio è purtroppo, come ha sottolineato Monica Casadei, molto attuale. Gli adolescenti, come la Butterfly, iniziano la loro apertura verso il mondo, pieni di sogni e speranze, poi succede il dramma, la loro fiducia vacilla ed il loro mondo virtuale dei social, li distrugge emotivamente e psicologicamente. La vergogna e il disonore prendono il sopravvento e si consuma la tragedia del suicidio.

ph Vincenzo Cerati

Butterfly sospesa e lacerata

Sospesa in aria in uno spazio-tempo altro, vestita con un kimono bianco e rosa, Butterfly (Elena Annovi) si muove sopra il palcoscenico agito da dodici danzatori che rappresentano le “viscere” della protagonista: angosce, dubbi, incertezze, solitudine, rabbia e coraggio. Così i danzatori non sono essere fisici, ma entità che esprimono il dramma interiore della protagonista, dalla straziante attesa alla lacerante disillusione fino alla morte.

Lo spettacolo si apre con uno schermo sul quale è proiettato un video in bianco e nero nel quale è riassunta per immagini, inquadrature e sguardi profondi degli attori, la storia di Madama Butterfly.

I danzatori sono divisi inizialmente in due gruppi. Il primo rappresenta le pulsioni umane, la rabbia, con movimenti impulsivi e carichi di pathos, inondati da una luce rosse, mentre il secondo evoca gestualità marziali giapponesi, con movimenti composti e lenti dentro a lunghi kimono scuri.

La duplice anima divisa tra forte emozioni e gli antichi valori è qui esaltata dai movimenti taglienti delle braccia che, come spade, fendono l’aria o evocano il gesto dell’harakiri.

La storia di Madama Butterfly viene suggerita dalla musica che interseca alcune arie dell’opera pucciniana, cantate da Cio-Cio-San con i suoni metallici ed evocativi realizzati dal compositore Luca Vianini.

Intenso e drammatico allo stesso tempo, è l’assolo di Butterfly che scende sul palcoscenico e, con movimenti incerti, si muove come un neonato ai suoi primi passi, evocando la nascita del bambino. Sicura e forte si lancia nello spazio come se fosse su un’altalena, simbolo non solo del gioco infantile, ma forse anche di quell’incessabile attesa, come un pendolo che oscilla tra “il dolore e la noia” descritto da Schopenhauer.

ph Vincenzo Cerati

I danzatori, con forza impulsiva ed esplosiva, trasmettono questo silenzioso dolore, fino all’arrivo della grande delusione: il ritorno dell’amato con una nuova donna. Mentre la musica recita “non ditemi nulla, nulla..forse potrei cader morta sull’attimo..“, i danzatori si inginocchiano formando un’unica fila sotto la Butterfly e oscillano le loro braccia, come se la cullassero, preludendo al saluto finale che lei darà al figlio.

Nel finale, Butterfly si lascia cadere inerme verso il suolo, mentre i danzatori eseguono sotto di lei il gesto dell’harakiri, per l’ultima volta, inondati da una forte e drammatica luce rossa.

La scenografia è impalpabile, come la Butterfly, sospesa e realizzata dall’artista pisano Delio Gennai, con intarsi di carta che fluttuano nello spazio dietro alla protagonista.

I due mondi di Butterfly, il rigore esterno e il moto dell’anima interiore, sono stati uniti dalla coreografa con grande fluidità e dinamicità, rendendo lo spettacolo intenso e vibrante.