25 Gennaio 2021

10446421_10153117556707137_249508493_n[1]Uni Info News ha l’enorme piacere di intervistare un artista che sta facendo inorgoglire i livornesi e non solo, Luca Dal Canto, che con il suo meraviglioso cortometraggio presentato al prestigioso Festival di Cannes di quest’anno ha conquistato l’ammirazione di tanti addetti ai lavori e non solo, “Due giorni d’estate”, però, è soltanto l’ultimo di una serie di cortometraggi in cui il labronico si è cimentato, ricordiamo infatti “Il cappotto di lana”, ma anche “Lo specchio”.
Dal Canto, oltre che essere un regista, è anche un video maker e fotografo attivo su tutto il territorio italiano. Ha collaborato con importanti registi tra cui Sergio Rubini, Daniele Luchetti, Enrico Oldoini e tanti altri.
Oggi siamo qui per parlare direttamente con questo artista livornese, che pur giovane, sta progredendo nella giusta direzione, calcando i red carpet che contano. La sua opera ultima “Due giorni d’estate” (2014) ha partecipato al 67° Festival di Cannes nella sezione Short Film Corner ed è stata distribuita in 7 paesi europei e 4 paesi africani.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la presenza di tante persone che hanno affiancato Luca Dal Canto nella creazione di quella che possiamo definire una lucente perla in un mare di pece:


Locandina creata da Enrica Mannari

Il contributo nella stesura del testo e nella sceneggiatura: Anita Galvano

Aiuto regia: Giuseppe Di Palma
Suono: Alberto “Abi” Battocchi
Operatore: Filippo Morelli
Trucco: Rubina Sarri
Coordinatrice di produzione: Anita Galvano
Foto di scena: Sergio Beccaceci

Interpreti:

Lorenzo Aloi
Giulia Rupi
Marco Conte
Simone Fulciniti
Roberta Stagno

Produttori: Luca Dal Canto, Bredenkeik,  Vertigo Cinema.

 

 


 

“Due giorni d’estate” prossimamente sarà anche al Fil’m Hafizasi di Istanbul (un importante festival turco) e, in Italia, in finale al Festival VideoCorto Nettuno, al Festival Internazionale Malescorto e al Festival Cinestesia.



 

Hai realizzato diversi cortometraggi, che hanno ricevuto diversi riconoscimenti e premi, avresti mai pensato che “Due giorni d’estate” avrebbe raggiunto questo traguardo? Perché?

Ti dico la verità? No… Perché è stato girato praticamente a budget zero una settimana dopo che mi era stata rifiutata una richiesta di finanziamento causa “infattibilità” del progetto. Il morale, quindi, almeno inizialmente era molto basso. Poi ho detto: ma chi se ne frega, lo giro ugualmente e dimostro che il progetto è più che fattibile. Così, dopo aver purtroppo dovuto ridurre la troupe a sole tre persone, ci siamo messi al lavoro.

La sceneggiatura di “Due giorni d’estate” è stata scritta insieme a tua moglie. Quanto ha influito il suo genio nella tua opera?

La mano femminile credo che si veda sia nel precedente “Il cappotto di lana” che in “Due giorni d’estate”. Penso che quando si scrive un film non si debba mai essere da soli e l’occhio femminile dà sempre quel tocco fondamentale di sensibilità e dolcezza. Anita poi è bravissima nel limare e rivedere i dialoghi, rendendoli il più credibili possibile.

La figura di Amedeo Modigliani è frequente nelle tue opere. La ritroviamo in un modo o in un altro sia ne “Il cappotto di lana” che in “Due giorni d’estate”. Quanto e in che modo questo personaggio, “il principe di Montparnasse”, ti ha influenzato?

Diciamo che sono letteralmente affascinato dalla sua figura, un po’ perché è livornese, un po’ perché la sua vita è stata, ahilui, incredibilmente sfortunata e tragica e mai gli è stata resa la giusta grazia. Dal punto di vista artistico, inoltre, è un artista geniale; la sua opera è ipnotica, unica e originalissima nel contesto dell’arte del primo Novecento. Non riesco ancora a credere come è possibile che in Italia, e a Livorno, molti non sappiano neanche chi sia, quando in Francia è considerato una specie di mito e gli adolescenti hanno il suo poster (o quello di una delle sue opere) in camera, come fosse una rockstar.

Le istituzioni ti sono state vicine, ti hanno aiutato in qualche modo? Reputi che chi di dovere sia cieco dinnanzi al talento? Il tuo caso sembrerebbe di sì. Mi spiego: le istituzioni si sono accorte di te solo quando sei andato al Festival di Cannes eppure altri tuoi cortometraggi hanno ricevuto tanti premi.

Beh, su “Due giorni d’estate” – nonostante i 16 premi e i 48 festival de “Il cappotto di lana” (che parlava ancora di più di Livorno e in particolare di Giorgio Caproni) – direi proprio di no, almeno quelle che avevo chiamato in causa (il corto non è stato girato a Livorno). Poi è logico che
all’indomani del “successo” e dei risultati ottenuti, gli atteggiamenti siano completamente mutati e, sinceramente, mi ha fatto anche piacere perché significa che il lavoro svolto è stato così buono da suscitare interesse e magari far ripensare qualcuno sull’indifferenza mostrata inizialmente.

Hai insegnato in diverse scuole. Reputi che i giovani siano lasciati a sé stessi per quanto riguarda l’esprimersi artisticamente? O invece lo spazio esiste e sono i giovani che non riescono a trovarlo?

Io – e me ne dispiace – consiglio sempre di lasciare l’Italia. Lo so è brutto da dire, ma è la verità. La cosa migliore che in questo momento un regista in erba, un fotografo o un artista in generale possa fare è valicare i confini. Ultimamente sono spesso in Francia per lavoro e ho constatato che l’atmosfera – nonostante la crisi e i problemi che sono ovunque – è completamente diversa. C’è rispetto nei confronti di chi vive di Cultura, c’è più gentilezza, più disponibilità, più onestà.
In Italia la situazione, soprattutto in ambito cinematografico, è piuttosto tragica. Le scuole ci sono, gli insegnanti pure, una tradizione gloriosa idem; i giovani che vorrebbero intraprendere questa strada sono tanti e spesso di grande talento, ma da lì all’affermarsi c’è un muro quasi invalicabile di ostacoli di vario genere, dall’incapacità di scoprire i talenti da parte di molti produttori, alla paura di andare contro i gusti di un pubblico ormai diseducato e disinnamorato del Cinema, fino ad arrivare ad altre situazioni e atteggiamenti molto più preoccupanti.
In Italia c’è pochissimo mercato (per quanto riguarda cortometraggi e documentari soprattutto, ma direi anche per i lungometraggi) e questo, per chi vuole vivere di Cinema, è un problema di non poco conto. Per trovarlo, se non si vuole rimanere nell’ambito dell’hobbistica e si vuole trasformare la propria passione in arte e lavoro, si deve quindi andare altrove, almeno nell’80% dei casi.

Credi che in Italia l’unico modo per realizzare un prodotto di qualità, indipendente, se non si è artisti affermati o con i “contatti giusti” sia il crowdfunding o vi sono altre vie?

Sul crowdfunding non ci credo affatto. Ho visto che all’ estero, negli Stati Uniti soprattutto, funziona ma in Italia non conosco nessuno che sia riuscito a realizzare qualcosa con questo intelligente sistema di autofinanziamento. Per produrre un prodotto di qualità devi avere quindi tanta voglia di fare, avere la fortuna di contornarti di persone serie, professionisti possibilmente, che hanno la tua stessa serietà e caparbietà nel portare avanti i progetti. Infine, impegnarti al massimo.
Le attrezzature sono ormai alla portata di tutti, ma un film non si fa soltanto con le attrezzature. Ci vogliono anche organizzazione, creatività e professionalità. Solo in questo modo si può riuscire a fare un prodotto presentabile e di qualità. Attenzione, con questo non voglio assolutamente dire che si possono e si devono fare film esclusivamente a budget zero. Anzi. Le professionalità andrebbero sempre pagate poiché il Cinema – e la Cultura – lo ricordo a tutti, è per molti un lavoro.

A Livorno sono stati girati numerosissimi film immortali, come Ben-Hur; la città può ancora dare qualcosa ai registi di oggi?

La città potrebbe dare ancora tantissimo ai registi così come ai pittori, ai musicisti, agli scrittori, alla Cultura in generale e a tutte le attività connesse (turismo in primis). Basterebbe che ci sia la volontà. E sinceramente, io, in questa pazza bellissima città, in questo momento non la vedo.
L’atteggiamento che osservo in giro è quello tipico dei kamikaze. Ecco sì, questa è una città bellissima, luminosissima, cinematograficissima, ma kamikaze.

Quali sono i prossimi progetti futuri?

In questo momento sto preparando una mostra fotografica sui luoghi di Amedeo Modigliani che sarà alla Bottega del Caffè in viale Caprera dal 12 luglio al 3 agosto e poi, prossimamente, sarò in Francia per un documentario.

Ringraziamo Luca Dal Canto per il gentile tempo speso per rispondere alle nostre domande, non ci resta che mandargli i nostri migliori auguri!

Matteo Taccola

matteo.taccola@uninfonews.it

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Matteo Taccola

Sono uno studente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, curioso, estroverso, mi piace scrivere.
Ho voluto accettare la sfida postami da “Uni Info News”, mettermi alla prova e scrivere quello che penso con l’intenzione di potermi confrontare con tutti quelli che ci leggono.

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