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Generatività sociale: cosa significa?

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La libertà non è pienamente matura e autentica se non genera altra libertà feconda, se non «genera la vita oltre di sé».


Il Festival della Generatività, tenutosi a Livorno il 15 e il 16 novembre scorsi, verteva attorno a questo termine che richiama il campo semantico del generare. Numerosi ospiti celebri sono stati invitati da Livorno Generativa (Caritas con altre realtà associative) a parlarne. Ma cosa vogliamo veramente dire – in teoria e in pratica – quando parliamo di generatività? A dare una risposta è stato Mauro Magatti, autore di numerosi saggi e pubblicazioni, tra cui Generativi di tutto il mondo: unitevi!


«Quando parliamo di “Generatività”– esordisce Magatti all’inizio del suo intervento – stiamo utilizzando un termine nuovo per dire qualcosa di già detto: ci appoggiamo al pensiero di grandi del passato, che a loro volta si sono appoggiati sulle spalle di altri». La domanda sul significato di questo termine in realtà è un interrogativo sul senso della libertà, e quindi ha un’origine molto antica. La generazione del dopoguerra e quella successiva sono cresciute con il mito ideologico della libertà infinita come categoria individuale. Si trattava di una promessa di perfetta realizzazione personale attingendo all’infinita gamma di possibilità che la società tardocapitalista aveva assicurato. La storia, a partire della crisi del 2008, ha dimostrato l’inconsistenza di questa narrazione mitizzata.

La libertà autentica si configura quindi come la «facoltà dell’uomo di poter prendere le distanza», e quindi la libertà di scelta è solo uno degli ingredienti dell’essere pienamente libero. Inoltre, l’ipertrofia della libertà assoluta sta portando in questi ultimi anni al pericoloso contraccolpo del suo opposto: la sicurezza. Nel momento in cui il mito dell’individuo libero ha rivelato l’effetto collaterale dell’insicurezza e della fragilità umana, allora spinte contrarie portano alla cultura del muro, dell’esclusione, della separazione e del securitarismo.

Erik Erikson – uno dei padri della generatività – descrive il mito della libertà del dopoguerra come un’esigenza adolescenziale. La ribellione e il desiderio di individuazione e autonomizzazione dell’adolescente sono sentimenti legittimi che caratterizzano una fase esplorativa. Si superano i limiti imposti e si ricercano nuovi orizzonti di espressione dell’individualità. Questa libertà adolescenziale, tuttavia, se non matura è destinata a chiudersi nel circuito della stagnazione, ovvero della ripetizione infantile del capriccio soggettivo. Come evitare questa chiusura nella spirale del ristagno? La risposta di Erikson è chiara: solo il paradigma generativo può permettere un’autentica maturazione della libertà, trasformandola da necessità esplorativa a fecondità.

Un’altra grande madre del pensiero generativo è Hannah Arendt, secondo cui l’unicità e l’imprevedibilità dell’essere umano sta proprio nel fatto che esso è il risultato di una generazione, e non di una produzione. Il paradigma produttivo è quello della macchina: prodotto determinato delle sue cause. La generazione, viceversa, introduce il fattore dell’azzardo, e proprio in questo rischio sta il potere della libertà.

La generatività si configura quindi in tre fasi: (1) il momento imprenditivo (il mettere-al-mondo); (2) il momento organizzativo, quindi quello dello sviluppo e del prendersi-cura; e infine (3) il momento propriamente generativo, quello del lasciar-andare. Ed è proprio in quest’ultima fase che sta il nucleo duro del pensiero generativo: la libertà non è pienamente matura e autentica se non genera altra libertà. Questo paradigma, fa notare Magatti, è pienamente rappresentato dal mito biblico della creazione. A Dio non basta creare (e quindi produrre) un cosmo infinito e maestoso, né è sufficiente la vita organica del mondo animale e vegetale, bensì è necessaria la generazione di un essere sovrano e libero (“a Sua immagine“). Ed è ovvio che si tratta di una scommessa pericolosa, perché la vita generata può -in assoluta libertà- prendere le distanze da chi la genera.

In questo senso la libertà “deve saper lasciar andare” la vita che genera, deve saper quindi “giocare la vita oltre di sé. Il fatto che il mito della libertà individuale abbia rimosso culturalmente la morte dal nostro pensiero (al livello micro- e macro-sociale) è la prova dell’infantilità con cui viviamo il nostro essere liberi. Tutto ciò dimostra, secondo Magatti, che «la libertà vera (non quella assolutizzata che ci ha promesso la società triste dei consumi) non è affatto una questione individuale, ma bensì un qualcosa che trascende sempre sé nell’altro».

L’impresa generativa (come testimoniano le esperienze raccolte nell’Archivio della Generatività sociale) ha tre caratteristiche:

  1. Recupero del lungo periodo: laddove il paradigma economico-finanziario era diventato un accorciamento della prospettiva in favore del profitto immediato (a scapito degli “scarti umani” di cui parla Bauman, ma anche dell’equilibrio ambientale), l’impresa che adotta il paradigma della generatività guarda in avanti, anche in senso trans-generazionale e eco-sostenibile;
  2. Paradigma dell’esemplarità, secondo cui «si afferma la vera pluralità (contro la standardizzazione della società ‘produttivista’) e ci cerca una mediazione tra strumento e senso, tra mezzo e fine»;
  3. Autorità come porta: al modello dell’autorità muscolare intesa come forza di controllo e dominio si sostituisce «l’autorità come strumento di mediazione e di elevazione: quella che “porta in alto e in avanti” gli ultimi della società». La crisi del principio di autorità non si risolve quindi in un annullamento anarchico, ma in una riqualificazione del paradigma basato sull’autorevolezza.

L’intervento di Mauro Magatti si conclude con una riflessione sulla tecnica. Dopo l’epoca del delirio religioso (la soppressione in nome dell’onnipotenza di Dio) e l’epoca del delirio politico (soppressione in nome dell’onnipotenza del sociale-collettivo, secondo sogni di perfezione utopistica) viviamo oggi l’epoca del delirio tecnico. La soluzione, naturalmente non consiste in un passatismo luddista e primitivista, ma in un giusto controllo dello strumento tecnico. E come è possibile? Secondo Magatti si può incanalare la tecnica nei bisogni umani «tenendo il passo dell’ultimo(quindi mettendo lo sviluppo a servizio dell’uomo e non viceversa, e stabilendo quindi una gerarchia di priorità nell’uso della tecnica) e tenendo aperta la domanda e il mistero», senza la pretesa di assolutizzare lo strumento tecnico.

La generatività sociale, in definitiva, non è altro che l’applicazione del principio secondo cui «la libertà non è matura se non genera altra libertà feconda» alle relazioni umane, alle strutture politiche, ai sistemi economici, e alla società tutta. Questa trasformazione antropologica ci chiede prima di sradicare il paradigma produttivista, e quindi di rivedere (progressivamente e pazientemente) il nostro modo di fare comunità. Tuttavia si tratta di un passo necessario per un’evoluzione umana autentica, che lasci spazio a tutti e che ci liberi dall’individualismo, portandoci a un livello pieno di libertà. Generatività, quindi, non è altro che il “divenire adulta” della nostra comunità umana. Era proprio necessario creare un nuovo termine per esprimere questo concetto? Magatti risponde: Forse sì, forse no, l’importante è tenere bene a mente questo nuovo paradigma e applicarlo nell’edificazione di una società più umana, più generativa.