20 Ottobre 2020

His Dark Materials, la serie prodotta da BBC e HBO – e distribuita in Italia da Sky – trae ispirazione dall’omonima opera letteraria di Philip Pullman, Queste oscure materie. Il titolo rimanda ai versi del Paradiso perduto di Milton, laddove viene descritta la Creazione – per mano di Dio – dell’universo (o degli universi?) a partire dal caos primordiale, una massa di materia vorticante, ribollente, indistinta e tenebrosa. Questo miscuglio sarebbe stato quindi plasmato e ordinato dall’azione divina, e così il mondo avrebbe avuto inizio.

La serie si svolge in una Oxford dei giorni nostri, ma non è la nostra Oxford. La coincidenza dei due universi si ferma al livello temporale. Siamo in un mondo in cui – a differenza del nostro – la triade scienza-magia-religione non si è del tutto smembrata. La contesa tra queste branche del bagaglio antropologico è tutt’altro che terminata, nessuno dei duellanti ha nettamente ottenuto il predominio sugli altri, né vi è un contendente che sia stato ferito e quindi eliminato o incorporato da un altro. Tuttavia, l’ago della bilancia del potere punta – seppur non in modo schiacciante – verso la fede. Esistono comunque dei punti di passaggio nascosti, che consentono di viaggiare da un piano di realtà ad un altro, in particolare da quello in cui ha luogo la vicenda al nostro (e viceversa). Abbiamo dunque molteplici mondi che coesistono simultaneamente, con proprie regole e dinamiche, apparentemente privi di connessioni ed influenze reciproche.


Gli esseri umani, in questa contemporaneità alternativa, sono letteralmente accompagnati dalle loro anime, materializzate in forma animale e designate col termine daimon, che già Socrate utilizzava per riferirsi a quell’istanza morale presente in lui – il prototipo della più tarda idea di coscienza – e che egli avvertiva come una voce, una voce interiore di natura semi-divina. Un demone, appunto. E i daimon di questa serie, ossia le anime umane, non solo hanno forma e corpo, ma parlano, hanno una loro voce. Non sono semplicemente delle voci, bensì entità complete e indipendenti, con propri pensieri e una propria voce. Il daimon è un’anima fuori dal corpo. E fuori dalla mente, anche, dato che l’individuo è in possesso delle proprie facoltà cognitive e delle proprie emozioni. Persona e daimon possono infatti intessere dialoghi, avere discussioni, discordare tra loro. Sono legati molto, molto strettamente, sì. Ma non si identificano. Sono materialmente distinti e autonomi. Ciononostante, il daimon non può allontanarsi più di tanto dalla persona. Oppure viceversa. La soglia massima sopportabile è costituita da pochi metri: la lontananza fisica è percepita da entrambe le parti come un qualcosa di innaturale, e pertanto crea un forte, condiviso disagio. Oltre a ciò, daimon e persona risentono vicendevolmente dell’influsso delle sensazioni e delle emozioni dell’altra parte (come ad esempio nel caso di sofferenza fisica o di intenso malumore). Se muore l’uno, perisce anche l’altra.

Altra peculiarità dei daimon è quella di poter cambiare aspetto, trasmutare piuttosto liberamente da una forma animale all’altra, finché il bambino/ragazzino non si fa adulto. In questo senso si evidenzia un parallelismo tra la malleabilità del carattere dei bambini – ancora aperti a pressoché infinite possibilità – e la massa caotica ancestrale cui Dio avrebbe imposto la sua legge e la sua volontà, modellandola in vista della Creazione. Una volta formatasi e stabilizzatasi la personalità, una volta che sia raggiunta la maturità psichica, anche il daimon si stanzia in un’unica conformazione, l’animale che per sempre accompagnerà l’umano.

La massima autorità politica, il Magisterium, non ha carattere laico. È una struttura molto ramificata, di matrice religiosa più che politica, ed esercita un controllo – in termini di censura se non di vera e propria direzione – sugli scienziati, le cui ricerche devono essere svolte attenendosi alle linee guida disposte dall’alto. Vi sono campi di studio che gli accademici non hanno il permesso di esplorare autonomamente. La ricerca è svolta in funzione degli scopi del Magisterium. Vi sono però dei dissidenti, tra i quali spicca Lord Asriel Belacqua, interpretato da James McAvoy. Egli è il “classico” uomo di scienza, un uomo per cui niente viene prima delle sue ricerche. Ha rinunciato alla vita nei suoi aspetti più materiali, evidentemente considerati effimeri. Asriel ha consacrato se stesso e la sua vita a scoprire la verità sulla Polvere, un’entità metafisica dalle origini e proprietà misteriose, che si trova al centro della serie. La Polvere sembra collegata in certo modo con il concetto cristiano di Peccato o Colpa. Non si tratta però di un peccato innato o originale, poiché la Polvere – che avvolge qualunque persona – non viene rilevata nei bambini. Comincia a manifestarsi invece con la crescita, al completamento dello sviluppo individuale che inizia all’incirca in età puberale. Asriel – che conduce studi ed esperimenti per conto proprio, eludendo la sorveglianza del Magisterium e pertanto dipinto come un criminale – viene presentato come lo zio della giovanissima protagonista della vicenda, Lyra (alias Dafne Keen).

Lyra Belacqua è più o meno agli inizi del periodo adolescenziale, perciò il suo daimon è ancora capace di trasfigurarsi in varie bestie. La giovane intraprenderà un viaggio che sarà sia di scoperta che di formazione, conducendola alla rivelazione di alcuni terribili segreti sulla propria famiglia.

Poniamo l’attenzione sulla rappresentazione dell’anima che viene veicolata in questa coproduzione BBC-HBO: il daimon, la concrezione in sembianze bestiali della parte spirituale dell’uomo. L’assunto di base non è la separabilità – come invece troviamo, ad esempio, nella serie Netflix Altered Carbon – bensì l’innata separatezza di anima e corpo/mente. In Altered Carbon, la coscienza individuale può essere impiantata in un piccolo congegno, la pila, per poi essere trasferita in un altro corpo, senza alcun problema di rigetto. Qua, invece, ciascuno risulta legato al suo proprio daimon, in maniera esclusiva. È un’anima posta all’esterno del soggetto, sì, ma non da esso radicalmente scindibile. Il daimon è unico e insostituibile per ognuno. Tale nesso non è di tipo biologico, e non vi è nemmeno un impianto tecnologico al suo fondamento. Si tratta di qualcosa di profondamente spirituale, un legame esistenziale. Anzi, essenziale. Poiché il rapporto col proprio daimon fa della persona ciò che è, la definisce nel suo nucleo e la rende realmente se stessa, un ente integro e completo.

Ma nel corso della serie vengono mostrati degli orribili esperimenti volti alla rescissione di questo legame. Una sorta di ghigliottina con caratteristiche specifiche viene fatta calare tra individuo e daimon, operando così un “taglio” dell’anima dal suo possessore. E quest’azione, denominata intercisione, è tutt’altro che priva di conseguenze. L’individuo “spogliato” definitivamente della sua componente spirituale diviene un involucro vuoto. Qualcosa si spegne nel profondo, ponendolo in una condizione simile a quella vegetativa, un irreversibile coma in stato di veglia. Anche il daimon esce praticamente distrutto dalla recisione, versando in uno stato di totale apatia o sprofondando nella follia per il dolore. L’esito dell’operazione può talvolta essere addirittura fatale. Per entrambi, poiché la vita dell’umano e quella del daimon sono inestricabilmente avvinghiate l’una all’altra.


Lo stesso Lord Asriel, da tempo interessato – o meglio, ossessionato – dalla natura del Multiverso, non si fa scrupoli nel recidere la connessione tra un amico di Lyra, Roger, e il suo daimon: ciò al fine di sprigionare un’immane quantità di energia, sufficiente ad aprire un varco verso un altro mondo. L’impresa riesce. Ma Roger, il quale è poco più che un bambino, perde la vita. Così come il suo daimon.

Dunque, se la situazione di normale, “naturale”, congenita separatezza tra parte corporea e parte spirituale non reca disagi, diverso è il caso di una loro scissione basilare, essenziale. Con l’intercisione, l’identità e la vita stessa risultano compromesse, irrimediabilmente danneggiate. Mentre la mente/anima contenuta nella pila di Altered Carbon può pur sempre sperare in un successivo, nuovo alloggiamento – vivendo placidamente, come una questione abbastanza indifferente, l’esperienza di abitare corpi alternativi – in His Dark Materials non ci sarà un altro individuo a cui il daimon potrà unirsi, né un altro daimon a cui il soggetto umano riuscirà a legarsi. L’esistenza di entrambi sperimenta una frammentazione non ammortizzabile, problematica e disperata.

Nicolò Mazzi

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