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Il Segreto della Vita

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Il segreto della vita

di Filippo Puddu

1. Avamposto di Ursus Arctos, Iunius 567

– Fuori da qui!
L’uomo scaraventò la lucerna contro il servo, questi fece appena in tempo a chiudere la porta alle sue spalle, prima che la ceramica esplodesse in mille pezzi colpendo il legno. Giulio Flavio Barisone gettò via con rabbia anche il cuscino, abbandonandosi sul materasso. Il sudore di una notte afosa e insonne si era insinuato nei recessi più nascosti del suo grasso corpo, rendendo ancora più fastidiosa quella chiamata. Si mise seduto sul letto, prese dal comodino un asciugamano ingiallito dall’uso e se lo posò sul capo rasato. Provò a modulare il respiro, nel tentativo di rilassare i nervi.
– Che sarà mai questa emergenza – esclamò, ritrovando la calma. Otto anni aveva trascorso in quella landa desolata, l’avamposto dell’Ursus Arctos era stato pensato per vigilare sul Golfo delle Galarie e sulla valle d’Arida, ma dei pirati tanto temuti neppure l’ombra. L’unica circostanza critica affrontata dai soldati era stata l’epidemia di obradichis del ’65. Solo un uomo era deceduto, ma non a causa della malattia, quanto per la disattenzione che l’aveva fatto affogare all’interno della latrina, in quel periodo, particolarmente colma.
Così quando Barisone uscì dal suo alloggio, dopo essersi dato una rinfrescata e aver indossato l’uniforme, non si aspettava certo l’invasione del popolo dei mari.
– Soldato – apostrofò la guardia che attendeva tra la polvere dello sterrato – Mi auguro, per il tuo bene, che ci sia un motivo ben valido, per questa infausta sveglia.
– Comandante Barisone – rispose l’uomo, battendo il pugno sulla lucida corazza – Uno straniero. È giunto uno… strano straniero in fin di vita, deve aver marciato per settimane. È crollato non appena è arrivato davanti alle porte.
– E perché non l’avete fatto marcire là fuori?
– È stato il capitano Meneca a ordinare di portarlo in infermeria. L’uomo… quella cosa… continuava a ripetere di aver trovato il segreto della vita. Sembrava delirare, ma il capitano mi ha ordinato di venire a chiamarvi.
– Al diavolo quel valerione! – imprecò Barisone – Portami da lui.

L’infermeria era un locale grande e arieggiato, numerose brande erano disposte ai lati della struttura pronte ad accogliere i malati. Ma al momento, soltanto il posto più vicino all’alloggio del medico, nell’angolo meridionale, era occupato.
Barisone raggiunse a grandi passi il capitano Meneca e Bargello, il responsabile della salute dei soldati. Il medico annotava qualcosa sulla tavola cerata, dando l’impressione di avere già visitato lo straniero.
– Allora, che cosa sta succedendo. Chi è lo…
Il comandante si interruppe non appena scorse l’uomo che, respirando a fatica, giaceva sul letto. Non indossava vesti e solo le intimità erano celate. Il corpo era ricoperto da una dura patina che pareva la corteccia di un albero; i capelli erano arruffati e tinti di un blu intenso; le palpebre calate nascondevano il colore degli occhi.
– Quest’essere ha parlato la nostra lingua?
Domandò Barisone, interdetto.
– Parla la nostra lingua perché è un valerione, Flavio, guarda!
Meneca sollevò il braccio esponendo i forti muscoli, dalle mani fece scorrere una semplice collana bronzea: il ciondolo, con un’anemone iscritta in un cerchio, non dava adito a dubbi.
– Un sacerdote della Foresta…
Si lasciò sfuggire il comandante. Il capitano Meneca parve trarre soddisfazione dallo stupore del superiore. Il giovane sorrise e rovistò nella bisaccia posata ai piedi del letto.
– Abbiamo trovato anche questo. Una miniera di informazioni… – disse, mettendo in mostra un consistente plico di fogli pergamenacei – un diario.

 

2. Dal diario di Manlio. Eliconia Cerulea.

Eliconia Cerulea, oh fiore del cielo caduto nel cuore della foresta, sarai la mia benedizione, o la tromba che annuncia la mia morte? Alla tua ricerca sono finito in questo mondo, sconosciuto e straniero, eppure così meraviglioso. Gaia deve aver concepito il cuore della Terra come ultimo diamante della sua creazione: il più bello.
Due settimane di marcia nella Foresta del Vento, mai nessuno prima aveva avuto l’ardore di addentrarsi tanto in profondità. Mia Eliconia, ti ho trovata. Ma Gaia mi è testimone: non mi aspettavo di trovare anche voi.

I singhiozzi dell’uomo si confondevano con i suoni della foresta, quasi fossero una loro naturale estensione. Accovacciato tra imponenti lecci e grandi querce, il viso nascosto sotto i lunghi capelli neri, Manlio non riusciva a trattenere le lacrime di gioia. Piangeva e rideva, mentre ammirava, per la prima volta nella sua vita, l’Eliconia Cerulea. A dire la verità, aveva avuto l’occasione di conoscere la pianta molto bene, grazie ai dettagliati disegni nei grossi tomi, redatti in età antica e gelosamente conservati nel Santuario di Gaia. Ma ora la leggenda andava a trasformarsi in realtà, il fiore capace di curare le ferite da taglio, aiutando la cicatrizzazione, esisteva e non era solo il frutto della fantasia degli avi.
Quello che gli apparve davanti agli occhi andava oltre ogni più fantasiosa immaginazione: decine di eliconie formavano un arco che, nella sempre più fitta vegetazione, dava vita a un misterioso passaggio. I petali delicati e forti parevano nascere dalla terra e piovere dal cielo, colorando la natura con luminose sfumature di blu.
Si premette la mano sul petto, oltre le trame della maglia in lino, alla ricerca delle forme del ciondolo e dei lineamenti dell’anemone: Gaia era lì, al suo fianco. Si rassicurò. Si mise in piedi, strinse a sé la bisaccia in pelle che teneva a tracolla, e decise di provarci. Fece uso del fisico agile e snello per oltrepassare l’intrico di rami, fogliame e fiori dal forte profumo dolciastro.
Gli istanti nel buio e nell’incertezza furono ripagati quando uscì alla luce. Si ritrovò in una luminosa radura ravvivata da un mare di eliconie che, elevandosi fiere, parevano gareggiare nel tentativo di raggiungere il Sole. Erano migliaia. Manlio si gettò a terra, recuperò un piccolo coltello e iniziò a cogliere i fiori.
Fece appena in tempo a recidere il primo stelo, che un vento improvviso si insinuò tra le chiome degli alberi, generando un fragoroso fruscio. La natura attorno parve sussurrare, come se gli alberi avessero iniziato a parlare tra loro.
“Sacrilegio.”
“Stolto.”
“Stupido umano.”
Manlio sollevò lo sguardo impaurito, si guardò attorno ma non vide niente di sospetto. Tuttavia i rumori della foresta andavano a intensificarsi: scalpiccii, rami staccati, bramiti e cinguetti insistenti, animali in fuga. E quelle voci che, sempre più insistenti, rimbombavano nella sua testa.
“Dobbiamo fermarlo, ora.”
“Gaia avrà vendetta.”
“Fermi. Lasciate che sia lei a giudicare.”
Fece appena in tempo a deporre l’eliconia all’interno della bisaccia, che una forza misteriosa lo travolse gettandolo prono a terra. Venne immobilizzato, le mani legate dietro la schiena. Urlò con tutto il fiato che aveva in gola, ma sputò solo vani suoni sconnessi che si confusero nel concitato fragore della natura. Finché una pesante botta sulla nuca non gli fece perdere i sensi.

Quando Manlio aprì gli occhi, la forte brezza e il fruscio delle foglie attorno a lui gli fecero comprendere che non si era addormentato in uno dei comodi alloggi del santuario. Provò a sollevarsi sulle braccia; faticò a mettere a fuoco l’ambiente che lo circondava. La vista era annebbiata, come la mente, eppure il ricordo della cattura giunse come una pugnalata alle spalle. Si agitò.
– Chi siete? Cosa volete da me?
Man mano che la mente riacquistava lucidità, riusciva a distinguere qualche immagine. La stanza in cui si ritrovò, se così si poteva definire una struttura priva di pareti e sospesa nel vuoto, era composta da una rudimentale pavimentazione lignea e da un basso tetto di rami e fogliame. Intorno al perimetro stavano accovacciate decine di creature. Sembravano esseri umani. Non indossando vesti e avendo coperte solo le intimità, facevano mostra dei loro corpi. Manlio si stupì: pareva non fossero fatti di carne, ma rivestiti di una ruvida corteccia. Gli uomini avevano strane barbe formate da un complesso intrico di foglie; le donne mostravano seni nodosi che sembravano scolpiti a rilievo sul legno; tutti portavano i capelli raccolti in una complessa pettinatura verticale, che nella forma e nella colorazione richiamava l’immagine di un’Eliconia Cerulea.
La visione terrificò Manlio, si sentì circondato da esseri alieni e minacciosi, che lo squadravano con occhi glaciali, tutti azzurri.
“Devo scappare!” pensò.
“Se fossi nei tuoi panni, non lo farei.” tuonò una voce nella sua mente.
Sussultò.
– Lasciatemi andare!
“Hai rischiato di morire là sotto, te ne rendi conto? Hai infranto il nostro primo comandamento.”
“No, no, no! È un sogno, sì… sto sognando!”
“Beh, al momento non mi pare che tu stia dormendo.”
– Io l’ho solo pensato, non potete sentire i miei…
“Gli Eterni possono.”
Manlio sentiva il cuore battergli nel petto all’impazzata, era immobilizzato.
“Ora rispondi. Perché hai tagliato il Fiore della Dea?”
– Io… io… l’Eliconia Cerulea cura le ferite da taglio, aiutando la cicatrizzazione e…
Un boato esplose tutto intorno a lui. Le creature lo deridevano emettendo forti versi sguaiati.
“Quella che tu chiami Eliconia cerulea altro non è che il Fiore della Dea. E il suo potere è molto più alto di quanto pensi.”
L’attenzione del sacerdote venne rapita dalla figura che, distanziandosi dalle altre, gli si fece incontro. Finalmente vide il suo interlocutore: era un uomo, o così l’avrebbe definito, che spiccava su tutti gli altri per la terribile bellezza.
“Il mio nome è Myr Tantyr e una volta ero un uomo, come te.”
– Come me? Che significa?
“Sei un eletto.” rispose quella creatura, poggiando le dure mani sulle spalle del sacerdote “Per questo motivo sei ancora in vita: diventerai come noi, vivrai in eterno. Conoscerai il segreto della vita.”

 

3. Dal diario di Manlio. Gli Eterni.

Oh Myr Tantyr, quale perfezione dal tuo corpo, armonioso incontro tra uomo e natura. Braccia forti come spesse radici, piedi leggeri come agili foglie al vento, occhi di falco e astuzia di volpe. Quanto tempo trascorso insieme, quali sublimi misteri hai portato alla mia conoscenza. Chi siete voi, oh Eterni, mai fanciulli, mai padri, mai madri. Vostro è il segreto della vita, ma quanto ancora dovrò attendere perché sia anche mio? Grande è il potere dell’Eliconia Cerulea.

Dopo settimane di vita nel mondo degli Eterni, Manlio iniziava ad abituarsi a quel continuo spostarsi tra alberi che, nelle loro vorticose altezze, nascondevano segrete architetture. Anche il suo corpo iniziava a mutare, preparandosi alla grande cerimonia che quella notte l’avrebbe consacrato come Eterno. Una sottile patina bruna cominciava a espandersi sulla pelle, mentre i capelli avevano quasi completamente cambiato colore, arricchendosi già dei riflessi turchesi. Il Solstizio d’Estate stava ormai per giungere, quella notte sarebbe stata dedicata a lui.
Dopo la cattura, Manlio era stato trattato come un pari dagli Eterni, e iniziato al segreto della vita: l’Eliconia Cerulea, se tritata in poca acqua e ingerita, non solo aveva il potere di mantenere in vita qualsiasi creatura, ma gli regalava anche l’immortalità. Myr Tantyr gli spiegò come questo fosse un dono della dea Gaia, riservato alle creature più meritevoli. Tuttavia, quando Manlio gli accennò della sua funzione di sacerdote della Dea, giusto per dare consistenza a quelle rivelazioni, l’Eterno parve scosso, disorientato.

Quella mattina, Myr Tantyr lo colse mentre scriveva l’ennesimo resoconto della giornata sulle pagine del suo plico.
“Sei un uomo ricco di risorse… mi dispiace.”
Manlio venne disorientato dall’affermazione dell’Eterno.
“Ti dispiace, per cosa?”
“Non prendo io le decisioni.”
“Non capisco.”
“Tu non sei un eletto, Manlio. Sei solo un sacrificio. Stanotte sarai sacrificato nel cuore della terra, tra i Fiori di Gaia. Così che la Dea sia clemente durante la stagione delle piogge.”
Il sacerdote fu sul punto di svenire, osservò nel profondo gli occhi della sua guida, cercando inutilmente qualche traccia di ironia. Finì poi con lo studiare attentamente il proprio corpo, così cambiato, così diverso. Ma non era più la corteccia quella che vedeva a ricoprire i suoi lineamenti, quanto il candido e soffice manto dell’agnello sacrificale.
– Perché mi fate questo?! – Il panico gli fece ben presto dimenticare le settimane vissute in armonia nella natura. Era pronto ad avventarsi sull’Eterno, brandendo il piccolo stilo, ma la creatura lo fermò. Myr Tantyr non l’attaccò, gli pose delicatamente le mani sul polso e sulla bocca, e lo rassicurò: “Sono tuo amico. Myr Manlio, tuo amico. Stanotte tu non andrai tra le tue Eliconie Cerulee, tu sparirai da qui. Per sempre.”
Le emozioni del sacerdote si condensarono tutte nel tremore delle iridi, annebbiate dalle lacrime.
“Perché, perché fai questo?”
“Tu non meriti questa morte. Noi siamo creature di Gaia, tu sei un suo servitore. Tu meriti l’eternità più di qualunque altra creatura.”
“E se gli altri venissero a sapere quello che hai fatto…”
“Silenzio, ora. Sarà Gaia a decidere il nostro destino.”

Manlio non avrebbe mai immaginato che la Foresta potesse nascondere tanti segreti. Durante la fuga, Myr Tantyr lo condusse per profonde gallerie sotterranee, scavate dai primi Eterni. Il sacerdote venne condotto in un labirinto di passaggi e corridoi, tra arcate naturali di grosse radici e viscidi varchi coperti dal muschio. Quando, dopo ore di cammino, ritrovò la pallida luce della luna, si illuse di aver passato la notte del Solstizio d’Estate indenne. Ma quello che trovò davanti ai suoi occhi lo terrorizzò: una sterminata steppa attendeva di essere attraversata.
“Dove siamo?”
Pensò istintivamente, ma quando si voltò alla ricerca di Myr Tantyr, l’Eterno era sparito. Eppure il suo pensiero lo raggiunse ancora.
“Sarà Gaia a plasmare il nostro futuro.”
Non si voltò più, non pensò neanche per un attimo di tornare indietro, nel mezzo della foresta. In quegli istanti covò un nero sentimento di vendetta, figlio della morte appena scampata e dell’umiliazione del tradimento.
– Farò in modo che la vostra razza sparisca dalla faccia della terra! – sussurrò a denti stretti.
Aprì la bisaccia, soppesò la possibilità di scrivere le parole di morte sul diario. Ma finì per accantonare l’idea, mitigato dal ricordo di Myr Tantyr.

 

4. Avamposto di Ursus Arctos, Iunius 567

Nella calura della notte estiva, l’alloggio di Giulio Flavio Barisone era diventato una fornace. Nonostante la maglia sudicia per il sudore accumulato e l’ora tarda, il comandante continuava imperterrito a divorare il diario del sacerdote. I fogli di pergamena coprivano l’intero tavolo e il capitano Meneca, che aveva già completato la lettura, si divertiva a infilzarli con un appuntito stiletto.
– Quell’esaltato ha scritto una marea di idiozie. Ma quelle ultime pagine… quelle sì che sono interessanti.
Barisone pareva sordo, tanto era assorto nella lettura. Le candele, accese ormai da ore, languivano minacciando di spegnersi. Quando finalmente gettò l’ultimo foglio in aria, esclamò: – Il segreto della vita è nostro! Tullio, deve essere nostro.
Lo sguardo che si scambiarono rese vane ulteriori parole, recuperarono le spade e uscirono a infrangere la pace dell’oscurità.

Un solo lieve lumicino risplendeva nel buio locale dell’infermeria. Bargello era intento a medicare il suo unico paziente, quando la porta venne spalancata con forza.
– Medico, ancora a lavoro?
– Comandante Barisone… l’infusione del Calastracene ha avuto i suoi effetti. Questo uomo vivrà ancora.
– Ma che bella notizia, proprio quello che speravamo. – commentò Meneca, con una mal celata vena di sarcasmo. Il medico rimase interdetto.
– A cosa debbo la visita?
– Non siamo qui per te, Bargello – rispose il comandante – quanto per questo straniero.
– Straniero? Pensavo che avessimo a che fare con un valerione… Manlio dei sacerdoti della Foresta.
– Abbiam letto quelle carte – tagliò corto Meneca – è un ladro e una spia. Ci rimane una sola cosa da fare.
– Non capisco…
Barisone era già a fianco del letto, la sua grassa figura pronta a ghermire l’esile corpo del sacerdote. Con delicatezza gli sollevò il capo usando la mano sinistra, mentre con l’altra sfilò il cuscino.
– Sai Bargello – disse, poggiando con cura il capo dell’uomo sul materasso – la regola numero uno, per un alto ufficiale valerione, è non indugiare, mai.
Afferrò il guanciale con entrambe le mani e lo spinse con forza sul volto di Manlio.
– Fermo, assassino!
Bargello non riuscì a difendere il sacerdote, venne bloccato dalla solida presa di Meneca. Il gladio del capitano gli recise di netto la carotide, facendolo crollare a terra, affogato in un sempre più copioso lago di porpora.
Intanto Barisone continuava a premere sul volto del sacerdote, che accoglieva la fine docilmente, inconsapevole. Nell’estasi dell’essere giudice di morte, il comandante grugniva e sudava, sorrideva e sbavava.
– Domani mattina partiamo… – sospirò, a lavoro compiuto. Le iridi, che riflettevano la tenue luce della candela, parevano spiritate. – Partiamo alle prime luci dell’alba. Quelle insulse creature non potranno fermare la Ursus Arctos, Tullio.
Gettò via il cuscino e si deterse il sudore con il peloso dorso della mano. Gli occhi dei due ufficiali valerioni si incontrarono.
– Sì, il segreto della vita sarà nostro!

Filippo 01 Filippo Puddu nasce a Terralba nel 1990. Studia Beni Culturali all’università di Cagliari. È cresciuto dando calci al pallone ma è finito per essere circondato da montagne di libri. Ama leggere e spazia dai Wu Ming a Stephen King.