7 Luglio 2020

“Ulisse, il vento mi ha portato sostanza di te. Ho sentito la stirpe di voci di uomini …che ancora si ostinano a invocare dignità nel tempo degli Dei”

Tempo fa sono tornata al Museo Reina Sofia, famoso per custodire la “Guernica” di Picasso. Inutile dire che non mi aspettavo di vivere la potenza comunicativa della prima volta che vidi quest’opera, ma ero comunque sicura che sarebbe stato un’ottima seconda visione. Contro ogni mia aspettativa però sono stata colpita con la stessa potenza, forse anche maggiore, della volta precedente: conoscevo l’opera, il pittore, la materia e i bozzetti. Eppure…colpita! (E piacevolmente affondata)


Quest’opera, conosciutissima, si contraddistingue per il tratto graffiante, le sue dimensioni e la delicatezza della tematica affrontata con decisa sensibilità da un maturo Picasso. A pari di ciò, molte sono state nel tempo le rappresentazioni, non solo teatrali, dei grandi poemi epici. Ma, se per il mondo dell’arte pittorica si può far affidamento sulle gradi opere per comunicare il loro significato, così non è per l’ambiente dello spettacolo, dove la mutazione è all’ordine del giorno. La domanda quindi sorge spontanea: come rendere accessibili questi grandi poemi senza perderne la loro potenza comunicativa e creare al contempo qualcosa di nuovo? Hanno colto la sfida, vincendola, Marco Paolini e Francesco Niccolini con lo spettacolo Il tempo degli Dei – il calzolaio di Ulisse”, che è stato per me come il secondo ritorno alla Guernica: riconoscere un’opera rivivendola sotto una nuova luce, anzi, molte luci, e un cast dal multiforme talento.

L’avvio vede un Paolini-Ulisse che usa un remo come bastone, trascina un giovane sulle note di canti greci. Durante lo spettacolo i personaggi rivelano nuove interpretazioni dell’opera e si svelano per ciò che rappresentano: Telemaco come un figlio inquieto ma tenace, Hermes “dio profumo di inganno, protettore degli attori e degli SMS” come un pastore che scambia pecore in cambio di storie; Zeus come cantautore disgraziato e Athena come amica gelosa e dominante.

Scavallando la suddivisione in scene, ogni incontro sfuma nel conseguente elencando molti dei particolari personaggi incontrati dall’eroe, sdrammatizzati o evidenziati in base all’obiettivo comunicativo. Il cavallo di Troia diviene quindi un’opera d’arte contemporanea (“Cos’è? Un cavallo? Cos’è? Arte contemporanea. Ma è brutto! Appunto. Bruciamolo! No, mettiamolo almeno in un polo museale”); il Ciclope Polifemo ha l’occhiale da sole; il vento Eolo la sua scatola “Fragile”; la maga Circe è ossessionata dal bucato; la ninfa Calipso in preda all’amore per l’eroe…La costante rimane la rilettura scenografica, colorata ma al contempo “leggera” nel senso calviniano del termine, che ci invita a rileggere questi episodi come metafore e rifletterli nella nostra personale avventura di vita. Marco Paolini completa la rosa dei personaggi con un eroe smitizzato, grezzo e intollerante al lattosio (“Nessuno può piangere mangiando formaggio”. Io sì sono intollerante al lattosio”) ma al contempo diplomatico quanto basta per riuscire ad interagire con gli dei volubili e nervosi.

Questo Ulisse è infatti palesato come il “calzolaio”, astuto e sotto false spoglie ma anche umile e terreno, che ci rappresenta come confusi non tanto dal capriccio degli dei quanto piuttosto da questa “rete che rende volgare tutto ciò che tocca”. Un’opera teatrale che consta di vari ampliamenti e crescite, e che, a mo’ di matriosca, sviscera personaggi e personalità anche degli attori Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi ed Elia Tapognani, sottolineata dalla potente e particolare voce di Saba Anglana e dalla maestria musicale di Elisabetta Bosio, componenti di una compagnia che è riuscita a coprire la rosa dei personaggi e delle emozioni umane che a tratti che riportano alla Parigi di inizio ‘900.

La rilettura interessante e contemporanea del grande poema classico riflette in realtà bene ciò che il racconto epico rappresentava per gli antichi greci, un luogo irreale ma egualmente concreto che supportasse la vita nel mondo. L’apertura originale e accessibile è supportata dall’alternanza ritmica delle scene e dalle studiate scenografie che all’occorrenza sono sfruttate anche per produrre suoni ed effetti luminosi al fine si inquietare, impressionare o emozionare nel creare un vero e proprio spettacolo non eccessivo ma folgorante, non rumoroso ma esuberante. Snocciolando il tema portante i personaggi e gli intrecci che fanno rispecchiare ognuno di noi nel grande e stanco Ulisse, nel deluso Telemaco o nell’incredula Penelope lo spettacolo rimanda a voci lontane, rappresentazioni gitane e a tratti circensi e parallelismi di libera interpretazione.

Chi di noi non conosce le gesta dell’eroico Ulisse? Ma in realtà chi si aspetta di ‘ri-conoscerle’ tramite un linguaggio contemporaneo, una gestualità dal sapore bohemien e dai proci dorati?


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Chiara Lo Re

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