22 Febbraio 2020

“Se un ladro di banche va in galera, perché gli intellettuali girano a piede libero?”

(Alessandro Baricco – City)


 

Non è un caso che tra gli argomenti più discussi e ri-discussi dell’ultimo millennio, non vada mai fuori moda. Sempre attuale, sempre all’ordine del giorno, sempre dilemma senza soluzione: l’ONESTA’ INTELLETTUALE esiste? E se esiste, è veramente “onesta”?

Ma andiamo con ordine, facciamo un breve viaggio nel vocabolario dell’etica e parliamo di onestà. Non so voi, ma personalmente mi sono sempre chiesta che cosa significhi davvero essere onesti.  

Far corrispondere pensieri e azioni? Quella forse è coerenza.

Accettare la verità dei fatti anche se contrari al proprio interesse immediato o alle proprie convinzioni di fondo? Guardare agli eventi senza farsi influenzare da logiche di parte? Più che onesta la chiamerei oggettività.                                                                                                                                                                                         E non è questione di sinonimi.

Non è facile parlare di onestà (lasciamo stare che i tempi sono quello che sono e di gente “onesta” se ne vede davvero poca), non è facile perché non è chiaro neanche a noi che cosa voglia dire realmente essere “onesti”. Senza avere la pretesa di star qui a fare rivelazioni sconcertanti o di disvelare verità sconosciute ai più, io credo che l’onestà sia un’idea (nel senso più platonico che si possa dare), ma che come ogni idea abbia due facce, due sfaccettature: una per così dire “esterna”, più immediata, visibile e, per certi versi, “concreta”, e un’altra meno visibile, meno diretta ed esteriore.

Per facilità di ragionamento le chiameremo ONESTA’ 1 e ONESTA’ 2.


La prima faccia dell’onestà (o ONESTA’ 1) somiglia più che ad un’idea ad un ideale: un obiettivo che ci fregiamo di aver raggiunto o che vorremmo raggiungere, sul lavoro, a scuola, nelle amicizie, nei rapporti interpersonali e in generale con gli altri, nella vita di tutti i giorni. Essere onesti quando si fa la spesa, essere onesti quando si va in banca, essere onesti quando si dice chi si è scelto di votare alle elezioni, essere onesti perfino quando si entra in un negozio e si sceglie di pagare il prezzo pieno senza chiedere sconti, essere onesti mentre si fa la fila, eccetera.

Ma come potrete ben capire c’è poco da arrovellarsi, essere onesti in questo senso è un po’ una scelta di vita, uno “state of mind”, un atteggiamento consapevole e arbitrario: si può decidere di esserlo come di non esserlo, e noi non staremo certo a criticare chi ha scelto questo o quello, nossignori, e soprattutto niente moralismo becero da quattro soldi, ché si legge e si trova un po’ ovunque e quasi non se ne può più (sembra quasi Maria de Filippi su Canale 5, ONNIPRESENTE).

L’ONESTA’ 1 sa un po’ di “perbenismo”, di “buone maniere”, e come ogni cosa che avvertiamo indiscutibilmente e oggettivamente buona (in barba ad ogni relativismo) ci viene istintivo elogiarla.

L’ONESTA’ 2 non è una scelta, non è facile da vedere nella vita di tutti i giorni, non la si trova sui libri e non si apprende a scuola, forse non la insegnano neanche mamma e papà (qualche genitore magari si sforzerà pure, ma, consentitemi un’opinione, non c’è molto da insegnare); l’ONESTA’ 2 è quella più difficile da vedere, da leggere, da sentire, da “percepire” e da trovare materializzata nella quotidianità, ed è appunto l’onesta’ intellettuale, l’onestà che, letteralmente, ognuno dovrebbe avere garbo di rivolgere verso il proprio intelletto.

Insomma, gli onesti del partito ONESTA’ 2 sono “gli intellettuali onesti”: quelli che onesti vogliono, cercano e si sforzano di esserlo prima di tutto con loro stessi.

Che non è esattamente facile: essere onesti con sé stessi significa guardarsi, svestirsi di tutto quello che pensiamo di sapere su di noi, sulla nostra vita, su cosa siamo, su cosa pensiamo, su quello che facciamo e su come agiamo, mettersi a nudo, appunto, ed essere autocritici (che nella classifica delle cose più difficili al mondo credo sia attualmente al primo posto).

Paradossalmente ci viene più facile accettare giudizi su noi stessi partoriti da altri intelletti che dal nostro, in un certo senso è più “piacevole”: la prospettiva di dare un giudizio su noi stessi, con tanto di voci “pregi”, “difetti”, “magagne”, “qualità”, parliamoci chiaro, non è esattamente il massimo. E se a qualcuno l’idea piace è quasi sempre perché quel qualcuno la colonna “qualità” la riempie di un bel fritto misto e la fa lunga a dismisura, quella “difetti” invece se la tiene ben stringata. No cari miei, quella non è onesta, tanto meno onestà intellettuale.

E’ un po’ come un indugiare eterno davanti la soglia di casa, un passo prima di se stessi, guardare dallo spioncino e provare a raccontare quello che si vede da fuori: non è facile, e forse non è neppure piacevole, perché diciamocelo, ognuno racconta le proprie “verità” quando è solo con se stesso, e guardarsi dentro in maniera così asettica (ammesso e non concesso che sia possibile davvero farlo) fa crollare il castello invisibile di quelle verità. E dopo non è che si riparta necessariamente da lì per ricostruire, la via più facile è certamente quella di riparare la tettoia delle tue menzogne.

E’ la cosa più difficile che vi potranno chiedere di fare, quella di guardarvi da un punto di vista assolutamente neutrale, sterile, e provare a raccontarvi a voi stessi, a quel vostro “io” interiore che se dovessi immaginare penserei un po’ come un bambino, e che mentre rifletto o penso a qualcosa mi immagino seduto in un angolo ad ascoltare e ad annuire.

Se esiste, l’onestà intellettuale è certamente la cosa più complicata, innaturale, macchinosa e sgradevole che capiterà mai di provare.

Nel dubbio di non essere stata sufficientemente chiara, lascio la parola a chi forse sarà in grado di farvi capire meglio di me il concetto.

(…) “gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi

principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per

abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci

niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in

denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il

guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre

persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli

a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano

che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo

facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano

abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri);

non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute

più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre

più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in

margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di

tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna

pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e

affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato

di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà

degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume

corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il

resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti,

per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato

ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.”   

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

 di Italo Calvino

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Lydia Lisi

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