14 Dicembre 2019

Da tanti anni ormai, quando si tratta di politica italiana preferisco rimanere in silenzio. Ne sono passati abbastanza da quando ho deciso che non avrei più voluto sentire una sola parola più del necessario, che non avrei dato fiducia a chi sarebbe riuscito a giostrare meglio il sentimento popolare, a tirare meglio i fili dell’elettorato.

Come tanti giovani sono stata divorata dal fervore, spesso incosciente, del buono e giusto, ho cambiato strada più volte, cercando una luce che mi indicasse dove guardare, su quale strada riprendere il cammino. Poi, come per tanti giovani, arrivata l’età della coscienza è accaduto l’irreparabile. Ho perso la fiducia.

Irreparabile perché quando non si crede più a nulla, non si può più demandare nulla. Non si può biasimare nessuno, tutto è scorrere ineluttabile di un destino non scritto costruito da persone estranee, lontane, che giocano con le redini del Paese come giocassero a Risiko, stipando gli elettori nei carrarmati per invadere la Kamchatka.

E invece qui sta l’errore.

E benché per anni abbia deciso di non parlare, di non rispondere – il più delle volte – alle assurdità populiste di ogni fazione alle quali l’elettore medio purtroppo è devoto, stamattina mi sono svegliata con una grande amarezza.

Eppure ho votato NO, e allora perché mi sembra di non aver vinto nulla?

Perché mi sembra di non aver fatto altro, col mio voto, che inferire l’ultima coltellata sulla schiena di Cesare?

Ho votato NO contro una proposta, non contro una persona. Ho votato NO nella speranza che qualcosa cambi, ma non così. Sono entrata in questo benedetto “merito”, ho ascoltato le ragioni di chi era incrollabilmente convinto di avere la verità in pugno e di avere il dovere divino di demonizzare l’altro. Ho valutato, ponderato, bilanciato i pro e i contro. Ho reso merito al valore di alcuni punti, giudicato la precarietà di altri.

Non ho espresso il mio voto ad alta voce, non ho cercato discussione con chi teneva comizi non autorizzati forte della sudditanza psicologica al Dio-partito. Al Dio Renzi, al Dio Dibba, al Dio Salvini. Mi sono messa le mani nei capelli davanti alla propaganda referendaria, preparando già la bottiglia alla quale mi sarei attaccata guardando Mentana la sera del 4, non sapendo se gioire o piangere ad ogni scheda spiegata.

Ho guardato rinvenire le ossa di Capi, presagito l’Apocalisse.

Ho guardato gli spot del SÌ, e i manifesti del NO, e mi sono resa conto che su qualcuno, purtroppo, hanno fatto presa entrambi.

Mi sono resa conto che a perdere, stanotte, è stata la maggioranza assoluta del popolo, non quella che ha votato ed è stata sconfitta, ma quella che ha votato per indicazione altrui, travisando il vero significato del voto prima, e della politica poi.

Mi sono resa conto che tanti elettori avranno guardato i video con lo schermo diviso tra colore e bianco e nero, dove una bella ragazza solare spiegava le ragioni del SÌ e un grigio ragazzo confuso non sapeva nemmeno perché, ma avrebbe votato NO.

Che altrettanti avranno preso in mano la matita (o la penna, ndr) calcando così tanto sul NO da bucare il foglio, perché Renzi è un ladro bugiardo che ha rubato il nostro futuro e si è mangiato le nostre pensioni, che ci ha messo in casa gli immigrati, ci ha fatto diventare tutti più poveri, non parla inglese e si fa accompagnare alle cene di Stato dalla moglie, che fa la bella vita invece di andare a scuola, a spese nostre.

Servivano “sogni e coraggio”, e Matteo li ha avuti entrambi. Non posso scegliere la strada più comoda di identificazione nel cittadino medio, che Piove, Governo ladro.

È comodo credere che la colpa del fallimento dello Stato sociale sia di un uomo, ma non è così. È comodo avere la presunzione di credere che avremmo potuto fare di più, ma fidatevi, non è così.

Come alla fine di ogni mandato è lecito tracciare bilanci, ma storicamente non si troverà mai concordia nel valutare le conseguenze, perché la politica, per definizione, non può essere onesta. Non moralmente, almeno. Neanche con se stessa.

E dico tutto questo da elettrice sena colore.

 

E allora scusa, Cesare, se ti ho tradito.

Ti chiedo scusa da parte di tutti coloro che hanno preso il pugnale per difendere, e non per punire.

Le Idi sono passate, e quel fronte spaccato di odio e qualunquismo che è il No, non è casa nostra. Andremo ad Atene noi, attendendo Filippi.

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Fabrizia Capanna
Fabrizia Capanna

“Il fatto è che tu non scegli quello che scrivi, mia cara Necla, spesso è l’argomento che sceglie te.” ("Kış Uykusu" - Nuri Bilge Ceylan)

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