11 Dicembre 2019

È inutile negarlo: Manon Lescaut è un’opera impervia, musicalmente difficile (in tutte le possibili accezioni di questo termine) e drammaturgicamente talvolta debole, in massima parte a causa di un libretto quasi da definire schizofrenico. Quando ci si trova nella scomoda situazione di dover affrontare un simile titolo è necessario anche sostenere i piccoli cedimenti di un testo assai poco coeso poter contare su una produzione solida, su una regia innanzitutto chiara e su una direzione musicale particolarmente sensibile alla peculiare tinta pucciniana di questo titolo. La visione della rappresentazione di sabato 18 marzo al Teatro Verdi di Pisa (che ha coprodotto questo allestimento assieme al Teatro Goldoni di Livorno e al Teatro Sociale di Rovigo) ha messo in evidenza come l’allestimento nel suo complesso abbia colto abbastanza bene «il sugo della storia», ma non si è dimostrato in grado di sostenere o per lo meno celare le manchevolezze della partitura stessa.

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Rachele Stanisci (Manon Lescaut). Photocredit Augusto Bizzi.

Ciò che è stato realizzato dal cast tecnico è senza dubbio un risultato buono e che in scena funziona, squisiti in particolare i costumi realizzati da Carolina Micieli su indicazioni del regista e scenografo Lev Pugliese. Anche la regia di Pugliese è degna di nota: la sua idea di una scenografia interamente basata sull’idea della celebre landa desolata dell’Atto IV e di volta in volta arricchita da altri elementi è interessante e non priva di fascino, pur muovendosi nella direzione diametralmente opposta al puntiglioso realismo del Maestro lucchese e soprattutto opponendo un boccascena quasi desolato a quello immaginato da Puccini (e minuziosamente descritto in partitura) che in quest’opera si svuota progressivamente un atto dopo l’altro, prima del contenuto umano più puro e poi dei vuoti oggetti che lo vanno a sostituire. Questo costante “impoverimento” della scena è tutt’altro che causale ed efficacissimo a livello inconscio; detto questo l’idea di declinare il nulla, la vuotezza in differenti modi (penso, ad esempio, all’Atto II dove naturalmente si vuole mostrare concretamente allo spettatore lo spaccato di una vita e di una società vuoti) resta comunque un interessante esperimento che però non colpisce particolarmente né per forza né per sostegno all’azione scenica, in generale è difficile attuare la cosiddetta «sospensione dell’incredulità» quando personaggi di un’epoca non ben definita ma sensibilmente vicina a noi si esprimono, cantano e pensano in un modo così arcaico.

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Il palazzo parigino di Geronte di Ravoir. Photocredit Augusto Bizzi.

Generalmente buona la prova del cast artistico, a cominciare dalla bacchetta del M° Alberto Veronesi e dalla performance dell’Orchestra della Toscana: il M° Veronesi ha saputo fornire una lettura semplice ma efficace della partitura pucciniana, così come l’ORT l’ha docilmente seguito e sostenuto con un’esecuzione completamente scevra da incertezze o passaggi sporchi, dimostrando un’ottima conoscenza e padronanza di uno dei titoli – come già sottolineato sopra – più impervi del catalogo pucciniano. Nella generalmente buona esecuzione tuttavia è doveroso segnalare che, sebbene il M° Veronesi abbia intessuto la rappresentazione con un gusto musicale impetuoso e sanguigno, sia stato spesso eccessivamente pesante e grave nella scelta di alcuni coloriti, tanto che in molti punti l’orchestra ha tranquillamente sovrastato i cantanti – tanto i solisti quanto il coro – come nel finale dell’Atto II di cui non si sarebbe capito assolutamente nulla se non ci fossero stati i sovratitoli, inoltre le scene d’assieme (in particolar modo se era presente il coro) sono risultate talvolta un po’ confusionarie e poco pulite nell’insieme complessivo  delle voci.
Davvero ottimo il Coro Ars Lyrica diretto dal M° Marco Bargagna, a parte le sopracitate sbavature.

Prima di soffermarmi, vorrei rivolgere un particolare applauso ai comprimari Giuseppe Raimondo (Edmondo), Alessandro Ceccarini (L’oste – Un Comandante di Marina),  Dirier Pieri (Il Maestro di ballo – Un lampionaio), Lorena Zaccaria (Un musico), Alessandro Martinello (Un sergente degli arcieri) e Fabio Vannozzi (Un parrucchiere) per l’ottima presenza scenica prima ancora che per l’ottima esecuzione perché, tra le molte insidie che cela, Manon Lescaut ne condivide una letale con Rigoletto: i comprimari devono saper essere convincenti e realistici perché anche la parte più lieve ha un peso determinante nel mantenere intatta l’efficacia dell’illusione scenica.

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Rachele Stanisci (Manon Lescaut) e Sergio Bologna (Lescaut)

Ottimo il basso Carmine Monaco d’Ambrosìa, perfetto nel ruolo del viscido tesoriere Geronte di Ravoire, tanto abile sia nel canto sia nella recitazione da riuscire a passare apparentemente senza il minimo sforzo alla parentesi quasi comica dell’Atto I alle atmosfere decisamente più crude (e crudeli) dell’Atto II, sempre volteggiando sulla punta della sua voce agile e duttile, assolutamente perfetta per i ruoli pucciniani.
Bravo anche Sergio Bologna (Lescaut), il cui caratteristico timbro baritonale lo rende un interessante interprete pucciniano, come già ampiamente sostenuto in occasione del Gianni Schicchi; tuttavia vuoi per la presenza troppo massiccia dell’orchestra in alcuni momenti, vuoi per una voce che non è mai stata particolarmente possente, in più di un momento è stato letteralmente sommerso dall’orchestra.

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Gianluca Zampieri (Renato Des Grieux) e Rachele Stanisci (Manon Lescaut). Photocredit Federico Jonathan Cusin.

Abbastanza deludente l’interpretazione del soprano Rachele Stanisci (Manon Lescaut) non per l’esecuzione in sé – che peraltro ha raggiunto vette piuttosto rimarchevoli come nella romanza In quelle trine morbide – ma per interpretazione, decisamente troppo tormentata e sanguigna, e una scelta timbrica che ha privato il canto di Manon di molte piccole ma interessanti sfumature. Con questo non si vuol dire che la Stanisci abbia cantato male, cosa non vera, o che sia una cattiva cantante, cosa assolutamente non vera, ma semplicemente che quello di Manon Lescaut non è un ruolo adeguato alle sue corde, almeno per il momento. Per converso è più che obbligatorio rammentare quanto il ruolo di Manon sia non solo difficile ma addirittura ingrato da interpretare.

Dopo un inizio incerto e molto legnoso, forse anche a causa di un certo timore, il tenore Gianluca Zampieri ha dimostrato di essere un buon Des Grieux, tanto che ha finito coll’assurgere ad autentico protagonista del melodramma surclassando la stessa Manon Lescaut. Molto buona la scelta dei coloriti e la fedele attenzione alle molte indicazioni riportate da Puccini sulla partitura, il tutto concentrato in una gustosa vocalità che mantiene un’ottima purezza anche nel registro acuto.

Luca Fialdini

luca.fialdini@uninfonews.it

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Luca Fialdini, classe '93: studente di Giurisprudenza all'Università di Pisa e di pianoforte e composizione alla SCM di Massa e sì, se ve lo state chiedendo, sono una di quelle noiose persone che prende il the alle cinque del pomeriggio. Per "Uni Info News" mi occupo principalmente di critica musicale.

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