Recensione di Non Lasciarmi (Never Let Me Go)

Matteo Taccola - 25 Aprile 2015

FI-PI-LI Horror Festival: Il Terzo giorno in compagnia di Manetti e del Noir

Matteo Taccola - 25 Aprile 2015

Lotta alla mafia tra giallo e noir

Matteo Taccola - 25 Aprile 2015
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A sinistra, Valerio Nardone, al centro Roberto Riccardi, a destra Francesco Mencucci.

LIVORNO – Alle ore 17.00 si è svolta presso la Libreria Belforte, in via roma, a Livorno, una delle conferenza nell’ambito del Festival Horror FI-PI-LI, una sentita e importante partecipazione da parte del pubblico, che non ha di certo mancato a un appuntamento come quello di oggi pomeriggio.

L’incontro letterario, o meglio “gli incontri gialli”, vedono la presentazione de “La firma del puparo”, edizione e/o di Roberto Riccardi, mentre alle ore 19.00 hanno proseguito Franco Trentalance e Gianluca Versace con la presentazione di “Tre giorni di buio”, edizione Ultra.

Il libro di Roberto Riccardi, ufficiale dei carabinieri, “La firma del puparo” trascrive in maniera approfondita la situazione della Palermo in cui venne trasferito per lavoro. Presentato da Francesco Mencacci e dallo scrittore Valerio Nardone. L’incipit del libro inizia con un crudo, ma profondo paragone, tra la mattanza dei tonni, rito antichissimo, e un’esecuzione mafiosa di un uomo, in cui lo scrittore attento ai dettagli, con parole forti ci descrive la scena e commenta parafrasandolo: “…non era più come una volta che si poteva sparare a un uomo e fumare accanto al suo cadavere…” e aggiunge “…il momento giusto per una mattanza non si può stabilire in anticipo”. L’immagine utilizzata dal Riccardi è presa da quelle simili che il quotidiano di allora, “L’ora”, spesso utilizzava, una rappresentazione così forte da rimanere impressa per più di vent’anni. L’esperienza di Palermo, non solo lavorativa, gli ha insegnato il valore della vita: non rimandare nulla a un domani che potrebbe non arrivare.

Il libro riecheggia di quell’atmosfera che si respirava nella Palermo del tempo quando in mezzo alle guerre di mafia si raccoglievano i cadaveri e i pensieri non potevano che rivolgersi alle proprie famiglie, alle persone amate, alle cose vere e sacre.

Il romanzo mette al centro la vita di un investigatore Liguori catapultato a indagare a Palermo un delitto di un giornalista, cronista che senza mezzi termini parlava di mafia, di verità. Il caso viene riaperto grazie a un amico di infanzia di Liguori, Nino Calabro, che ha intrapreso invece la strada della malavita organizzata che lo stesso Liguori vuole e cerca di combattere.

Le pagine del loro incontro sono tra le più belle del libro il tenente Liguori è difatti commosso dal suo amico, ma ha il dovere di rispettare il ruolo ufficiale che ha.

Siamo nella Palermo tutta luci e ombre, negli anni pesanti delle stragi, in cui la città è schiacciata da questa piovra dai mille tentacoli.

Solo chi arriva nella città, ci racconta l’autore, può toccare le difficoltà di dire le cose, quando la verità davvero può ucciderti, quando sfidare la mafia significa essere ammazzati, non è semplice ribellarsi, non basta essere cittadini con un senso civico.

Il romanzo ha al centro una figura negativa: il puparo. Questa persona c’è, esiste, ma per una scelta narrativa ben precisa non viene a scoprirsi troppo, a mettersi in evidenza. Nel gergo mafioso secolare di cosa nostra i pupari erano coloro che muovevano i fili dietro le quinte, nella II Guerra Mondiale furono chiamati per rendere possibile lo sbarco in Sicilia.

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Roberto Riccardi, colonnello dell’Arma e giornalista, è nato a Bari nel 1966 e vive a Livorno. Ha lavorato a Palermo negli anni delle stragi e poi in molti ancora in Italia e all’estero. Con il personaggio di Rocco Liguori ha già̀ firmato per la collezione Sabot/age delle Edizioni E/O il noir imperniato sul ruolo degli agenti sotto copertura Undercover. Niente è come sembra (2012), Azzeccagarbugli e Mariano Romiti, e il romanzo sullo sfondo delle guerre balcaniche Venga pure la fine (2013), candidato al Premio Strega 2014. Ha inoltre all’attivo due romanzi nel Giallo Mondadori, il primo dei quali, Legame di sangue. Ha pubblicato tre libri sulla Shoah per l’editrice Giuntina: Sono stato un numero (2009), La foto sulla spiaggia (2012) e La farfalla impazzita (2013, scritto insieme a Giulia Spizzichino).

La Sicilia quindi diviene territorio del giallo e del noir, ma andando contro le regole del Manifesto di Van Dine del 1928 che escludeva i sentimenti o indirettamente le organizzazioni criminali, qui troviamo l’amore e ovviamente la mafia, qui il tenente Liguori rimpiange la propria vita non vissuta, e parlando con una donna immaginaria dice: “… come posso confessarti che hai ragione se di certe cose non parlo neppure a me stesso…sarei ben felice di legarmi a qualcuno…”

Il giovane ufficiale non riesce a trovare un equilibrio tra la vita lavorativa e quella sentimentale, ma è impossibile infatti che l’investigatore, o anche un assassino, non abbiano all’interno un mondo emozionale. I sentimenti per Riccardi sono così fondamentali che ogni personaggio viene ben analizzato, i suoi sentimenti studiati, spiegati, seppur non giustificati, per quanto riguarda coloro che hanno intrapreso la via di Cosa Nostra, tutto questo perché non possiamo giudicare una persona se non conosciamo bene la sua storia, “prima di giudicare una persona vesti 7 anni i suoi calzari”, ci rammenta un proverbio tibetano.

Le regole del giallo classico sono state capovolte da una serie di evoluzioni che lo hanno trasformato in noir, un genere completamente diverso, in cui non necessariamente partiamo da una lesione del diritto, il crimine, per poi arrivare alla soluzione della lesione, i romanzi noir possono lasciare la giustizia insoddisfatta, raccontati da più punti di vista, in cui tutto è possibile, ma a pensarci bene la letteratura in generale è il regno del possibile.

Tutti i romanzi di Riccardi parlano di verità nascoste, l’obiettivo di ognuno di loro è il sabotaggio del silenzio, quei fatti, quei particolari di cui la cronaca si occupa poco, si vuole svelare ciò che è situato dietro le quinte, nella “Firma del puparo” si racconta in pieno, ad esempio, dei collaboratori di giustizia, tema di cui in effetti si parla molto, ma si dice poco: la realtà dello stesso collaboratore e della sua famiglia.

Questa è una scelta che si riflette su tutti i componenti: un programma di protezione che deve coinvolgere non solamente l’individuo che tenta di lasciare la malavita, ma tutta la famiglia, si devono quindi tagliare completamente i ponti con la vita di prima, non poter più comunicare se non dopo molto tempo e attraverso modalità particolari.

Valerio Nardone, scrittore, è rimasto folgorato dall’autore ancor prima del libro, uno dei suoi libri preferiti scritti da Riccardi è Undercover, molto amato dal padre, un libro che funziona ed è intelligente, si ha come la possibilità di entrare dentro il libro, ma in realtà è questa una caratteristica presente in tutta la collana del Riccardi, qui i personaggi e le situazioni non danno quel disturbo di pura invenzione letteraria, è una dimensione in cui i personaggi sono reali, esistono.

L’autore, rispondendo a una domanda di Mencacci, afferma che il libro che gli ha cambiato la vita, senza mezzi termini, è stato “Il giorno della civetta” di Sciascia, inizialmente infatti il suo desiderio lavorativo era quello di diventare insegnante di lettere, come sua madre, ma leggendo del capitano Bellodi, di Parma, giovane, che arriva a Palermo e qui trova Don Mariano Arena e dopo aver parlato con un compagno di liceo, con alle spalle una tradizione militare in famiglia che vuole diventare ufficiale, si accende una scintilla – diventare ufficiale dei carabinieri, andare a Palermo, sconfiggere la mafia e tornare -.

Dal pubblico viene chiesto come sia possibile spogliarsi del vissuto e trasfigurare il tutto in maniera letteraria, Riccardi afferma che non è certamente un’azione facile, anzi va monitorata, ma è liberatorio uscire da noi stessi per vivere in modo diverso la nostra vita, ha un valore terapeutico, ci riporta alla parte bambina che spesso trascuriamo. C’è una parte di noi che accantoniamo perché troppo presi dalla quotidianità, qui abbiamo un mondo irreale dove tutto è possibile. Il processo di uscita dal noi per entrare nel rapporto tra pc e pensiero ha il suo peso: lo schermo ti guarda, ma non ti giudica, ti da la possibilità di correggere e tornare sulle cose.

Essenziale è scrivere su ciò che si conosce, il realismo è un punto di forza, è molto importante per il romanzo giallo, quando si è fuori da un certo giro è difficile poi nei romanzi poter trasporre con logica e coerenza una storia.

Infine  afferma l’autore, ufficiale e giornalista, l’unico modo per sconfiggere la mafia, le organizzazioni malavitose, la strada maestra per il cambiamento tra le infinità possibilità della condizione umana è solo una, la parola in questo momento meno presente: la cultura.