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Neto – Ep. 4/4

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BIOGRAFIA AUTORE: M.Antonietta Drago è nata a Livorno nel 1982. È laureata in giurisprudenza presso l’Università di Pisa. Da alcuni anni lavora nel settore sociale e coltiva la passione per le tematiche dell’educazione alla mondialitá e dell’immigrazione.

Leggi gli episodi precedenti: Ep.1, Ep. 2 e Ep. 3

NETO – Ep. 4/4

Davanti a me quei bambini incarnavano i valori della Speranza, dell’Attesa fruttuosa di un domani migliore, della Gioia del vivere e del Prendere sul serio il nostro essere e agire nel mondo, anche semplicemente recitando una poesia che rappresenta un qualcosa che mi appartiene e mi identifica. Provavo stupore e allo stesso tempo gioia. Pensando ciò, stavo sperimentando personalmente la forza contagiosa della Gioia e la sua circolarità e autoalimentazione di cui nella teoria spesso si sente parlare.

In tutto questo, avevo completamente perso il senso del tempo e della sua dimensione tiranna che scandisce inesorabilmente ogni istante della nostra vita. Ed è proprio in nome della concezione sociale efficientista del tempo che mi accorsi che erano già le 19.30 e che avrei dovuto già stare a casa a preparare la cena, a sistemare le cose per il giorno seguente, a rispondere a dei messaggi e a delle mail…ed invece ero ancora lì, a Lixeira, in Angola, con dei bambini mai visti, a sentire le loro storie e a osservare la loro scuola fatta di niente. Mi ricomposi e mentre mi stavo accingendo a salutare i miei giovani interlocutori, il bambino che mi aveva accompagnato fin lì e che mi aveva permesso di fare quel viaggio, si offrì di riaccompagnarmi dove c’eravamo incontrati. Acconsentii volentieri e subito dopo aver salutato gli altri, mi riprese la mano e cominciò a condurmi verso la panchina di Villa Ada, costeggiando la siepe del vialetto. Prima di girare l’angolo, però, istintivamente mi girai indietro e con lo sguardo risalutai intensamente quei bambini con i quali avevo giocato quel pomeriggio di primavera a Lixeira, in Angola e ridetti anche uno sguardo a tutto il paesaggio che aveva contornato i nostri giochi e la nostra chiacchierata.

Ed eccoci arrivati alla panchina dove avevo lasciato la mia borsa piena di cose. A quel punto, il bambino mi lasciò la mano e mentre stava per andar via mi disse: “Ah, mi stavo dimenticando, mi chiamo Neto. Ciao!” e in men che non si dica corse via, girando il solito angolo del vialetto.

Neto, Neto…Ah, Neto! Sì, Neto, 9 anni, Luanda (Angola)! Ecco chi era quel bambino! Neto, il bambino che avevo visto sulla copertina del libro che stavo per iniziare a leggere. A proposito, dov’era finito quel libro? Improvvisamente sentii un forte brivido di freddo. Scossi le spalle, brr, brr, e chiusi gli occhi. Mentre chiudevo gli occhi mi accorsi che li stavo invece aprendo. Sì, chiudevo e aprivo contemporaneamente gli occhi. Ma come era possibile?

Sentii un sordido rumore vicino a me e vidi che il mio libro era caduto a terra. Ero seduta sulla panchina di Villa Ada, con le mani sulle ginocchia, e vicino ai miei piedi c’era il libro che mi avevano regalato per il compleanno. Raccolsi il libro e lo aprii alla prima pagina: “Mi presento: ho gli occhi neri, i capelli neri e la pelle nera, mi piace correre e giocare con la palla. Ho quattro fratelli: Grazo, Paisinho, Edgar e Jaimito e viviamo con mamma Paula che lavora al mercato…”. Ma io quelle parole le avevo già sentite e addirittura vissute e viste con i miei occhi! Alzai, basita, gli occhi da quella pagina scritta e con lo sguardo e la mente cercavo di riuscire a ricomporre ciò che era successo, a rimettere insieme i pezzi di quello che mi sembrava di ricordare di aver sentito e provato poco prima. Che sensazione strana. Mi sentivo scissa dentro tra realtà, sogno, fantasia e vivido ricordo. Ma dov’era quel bambino che avevo conosciuto? E i suoi fratelli e i suoi amici? E soprattutto, dov’era la sua scuola e l’improvvisato campo da calcio dove avevamo giocato?

Corsi dietro l’angolo del vialetto: davanti a me c’era il prato di Villa Ada e il laghetto con le sue paperelle e non c’era traccia alcuna di Julito, Grazo, Neto e degli altri.

Mi resi conto che avevo sognato e che mi ero immaginata ciò che stavo leggendo. Avevo scoperto quella parte di Africa che vive in ognuno di noi, nella nostra anima, in un posto nascosto, dietro l’angolo del nostro sopravvivere al caotico e trascinante quotidiano. Sta lì, e riaffiora quando gioiamo per le piccole cose, quando ci emozioniamo davanti ad un’alba nascente, quando ci indignamo davanti alle ingiustizie, quando ci soffermiamo a vedere e sentire la povertà più o meno invisibile, più o meno materiale che c’è nelle nostre città, nelle nostre strade e nei nostri cuori.

Tutto sta nello scoprirla, nel conoscerla e nel saperla riconoscere, e poi farci i conti. Sì, farci i conti, che vuol dire anche sentirsi impotente, ma comunque ti permette di sprigionare l’essenza sensibile dell’essere umano che ci fa avvicinare al vero senso del Bene e dell’Amore. E se anche fa soffrire, ci rimette in linea con il nostro sentirci vivi e umani che ci dà la Speranza del domani.

Ripresi la mia borsa, i miei pensieri e mi incamminai verso casa. Ero serena, forse diversa, più consapevole e piena di voglia di contribuire ad un domani migliore, più semplice e più a misura di Neto e dei suoi amici e fratelli.