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Omosessualità e famiglia: un dibattito aperto

Filippo Danesi - 6 Maggio 2015
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Ad oggi, uno dei dibatti più accesi ed anche più interessanti, è quello di come sia possibile crescere un figlio o più in una famiglia omosessuale, ed anche quali siano le conseguenze.
Il tema è stato oggetto di numerosi studi e controversie, uno dei più importanti viene dall’APA (American Psychological Association), la quale, in un suo articolo, recita testualmente: «Nessuno studio ha riscontrato che i figli di genitori lesbiche o gay siano svantaggiati in alcun aspetto significativo in confronto ai figli di genitori eterosessuali».
In seguito son stati compiuti una serie di esami su diversi campioni, i quali hanno portato alla luce dei risultati inaspettati, ma anche assai positivi: la crescita in una famiglia di inclinazione omosessuale, non comporta alcun tipo di influenza sessuale anzi, può contribuire ad un corretto ed eguale processo di crescita, direttamente compatibile con quello della famiglia tradizionale.

La crescita del bambino rappresenta un periodo assai delicato, dove l’insorgenza e la formazione di possibili disturbi mentali e di altro genere sono molto frequenti; e allora com’è possibile che uno sviluppo, all’interno di un ambiente assai diverso dalla famiglia tradizionale, in cui non son presenti la figura della madre e del padre, non porti a possibili disagi psichici?
Come tutti sappiamo, la figura materna è cruciale per l’apprendimento e la crescita stessa del bambino: la madre è colei che, passatemi al termine, “alleva” il figlio e lo prepara ad una successiva integrazione nella società; il ruolo del padre invece, seppur a volte messo in secondo piano, è quello di “proteggere” il figlio, da una eccessiva relazione madre-bambino, che può portare a future insicurezze e non solo.
E’ possibile, quindi, che in una relazione in cui troviamo due persone dello stesso sesso, vi sia comunque una corretta compensazione dei ruoli svolti da un padre ed una madre?
Test e ricerche psicologiche lo confermano: la nascita di queste nuove tipologie di famiglie può davvero permettere una modernizzazione delle metodologie di crescita dei figli, fornendo comunque due figure genitoriali in grado di fornire tutti gli strumenti necessari al bambino.

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Ovviamente non mancano le problematiche legatealla famiglia omosessuale; sono stati fatti dei test e i risultati ottenuti paragonati alle tradizionali famiglie eterosessuali: “il 12% pensa al suicidio  (contro il 5% dei figli di coppie etero), sono più propensi al tradimento (40% contro il 13%), sono più spesso disoccupati (28% contro l’8%), ricorrono più facilmente alla psicoterapia (19% contro l’8%), sono più spesso seguiti dall’assistenza sociale rispetto ai coetanei cresciuti da coppie eterosessuali sposate”. (dati tratti da “Donne e minori nei media” di Nevio Brunetta, 2013).

 

Tutto ciò deriva da esperimenti e quindi niente è puramente universalizzabile.

 

È importante inoltre far notare che fornire un corretto processo di maturazione è una richiesta che in una società moderna ed “industriale” come quella odierna, è un traguardo a cui pochi fortunati son destinati, poiché la presenza del “caregiver”, ovvero “colui che si prende cura” del figlio, viene sempre meno, a causa degli eccessivi impegni lavorativi; ciò porta quindi ad uno scompenso degli equilibri genitoriali e di tutto ciò che il figlio necessita.

In conclusione, la famiglia tradizionale ha da sempre contribuito al corretto sviluppo psico-fisico del bambino, ma se questa complementarietà dei ruoli di madre e padre, dovesse venir meno e mancare, non possiamo etichettarla come danno alla psiche dei figli, vi son numerose famiglie che l’opinione comune riteneva normali e che hanno cresciuto degli autentici criminali o nemici dello stato.
Sarebbe auspicabile la realizzazione di ulteriori esperimenti e test che possano far più luce sull’argomento, ma soprattutto una sensibilizzazione non sulla pericolosità in un ambiente omosessuale, semmai in uno cosiddetto “tradizionale”, dove non mancano abusi di alcool, sostanze stupefacenti e violenze: i veri nemici dello stadio evolutivo.

 

 

Filippo Danesi