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Lo scorso Sabato 11 marzo mi sono recato al teatro Brancaccio di Roma per seguire dal vivo la nascita di Campo Progressista, un nuovo progetto politico organizzato, promosso e guidato da Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano.

Appena arrivato sul posto ho immediatamente notato un grande entusiasmo da parte degli attivisti, dei simpatizzanti e degli organizzatori stessi dell’evento. Inutile dire che c’era il tutto esaurito (1500 persone circa) e che molti sono rimasti fuori dal teatro guardando l’evento in diretta streaming. Inoltre, grande presenza dei media e degli esponenti della politica italiana, tra i quali spiccano la Presidente della Camera Laura Boldrini, il leader dei Democratici e Progressisti Roberto Speranza ed il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.

Insomma, sembravano esserci tutte le carte in regola per una bellissima manifestazione politica, ma l’entusiasmo iniziale ha lasciato il posto ad una forte perplessità. Infatti, se dovessi riassumere l’andamento dell’evento lo suddividerei in due fasi contraddistinte da tre concetti chiave, quali l’importanza della società civile, l’acefalia di Campo Progressista e la mancanza di leaderismo di Pisapia. Ma andiamo con ordine.

L’importanza della società civile. Interessante, davvero interessante, la parte iniziale del “Congresso” in cui hanno preso la parola i giovani, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici facenti parte del mondo del volontariato e dell’associazionismo. Insomma, la prima fase è stata contraddistinta da interventi di coloro che fanno parte della società civile, i quali hanno raccontato le loro esperienze personali (positive e negative) e, da quest’ultime, hanno suggerito proposte da applicare a livello nazionale su quattro temi fondamentali (cultura e conoscenza, ambiente, cittadinanza e diritti, lavoro e reddito). In effetti Giuliano Pisapia l’aveva preannunciato: la sua idea è sì di un centrosinistra largo ed unito, seppur nelle fisiologiche differenze, ma l’unione deve venire dai cittadini. In sostanza, Campo Progressista è un “Ulivo 2.0” costruito dal basso. La costruzione passa attraverso le proposte, ed è qui la chiave del nuovo movimento politico di centrosinistra: durante l’evento sono state presentate le “Officine delle idee”, cioè luoghi fisici sul territorio dove i cittadini si incontrano per discutere, dibattere ed elaborare proposte concrete, le quali andranno a comporre il programma di governo di Campo Progressista (officine che ricordano vagamente i MeetUp del Movimento 5 Stelle e le fabbriche delle idee di Nichi Vendola). O almeno questo era ciò in cui credeva la maggior parte della platea, rimasta successivamente spiazzata dagli interventi di carattere prettamente politico tenuti da Alessandro Capelli (stretto collaboratore di Giuliano Pisapia) e dallo stesso Pisapia.

L’acefalia di Campo Progressista. Se, come detto prima, la prima fase dell’evento è stata interessante perché ha visto sul palco la società civile, la seconda fase ha lasciato molti con l’amaro in bocca a causa soprattutto dell’ambiguità per ciò che concerne l’organizzazione, sia nazionale che territoriale, di Campo Progressista. Alessandro Capelli ha introdotto le Officine delle idee ed ha successivamente dichiarato che ogni cittadino avrà facoltà di creare le Officine sul territorio (segnalandone la nascita sul sito Internet di Campo Progressista più per una questione di conteggio che per una questione di organizzazione). Fino a qui tutto bene, se non fosse per il fatto che poco dopo Capelli ha detto in maniera esplicita che non è prevista né una classe dirigente locale né una figura che possa fare da raccordo per le varie Officine. Metaforicamente parlando, le Officine delle idee sono tante piccole isole sprovviste di ponti atti al collegamento di quest’ultime. In pratica, a Firenze e provincia o in Toscana possono nascere 5, 50 o 500 Officine delle idee senza che vi sia la figura del Coordinatore o del Segretario Provinciale e/o Regionale.

Va bene la politica dal basso, ma senza un vertice locale (comunale, provinciale o regionale che sia) che coordini le Officine e senza una struttura gerarchica di tipo verticale utile soprattutto per comunicare con la base o per mobilitare gli attivisti, le proposte formulate dalla base rischiano di disperdersi nell’aria, e la base stessa, più che un blocco unico, rischia di dividersi in tanti piccoli rivoli, i quali producono correnti diverse. L’idea di Pisapia è quella di un grande corpo senza testa. Siamo tutti consapevoli, però, che un corpo acefalo è comunque un corpo morto.

La mancanza di leaderismo di Pisapia. Molto probabilmente i curiosi, i simpatizzanti e gli attivisti accorsi in maniera entusiasta e speranzosa al Brancaccio avrebbero voluto udire le seguenti parole da parte di Pisapia: “Voglio costruire un nuovo Ulivo (dal basso) e voglio pormi a capo di questa nuova forza di centrosinistra”. Non è successo niente di tutto ciò. Anzi, è possibile affermare che Pisapia ha detto esattamente il contrario. L’ex sindaco di Milano ha prima detto che non vuole essere il leader, ma semplicemente vuole mettere sé stesso e la propria esperienza politica a disposizione dei cittadini perché, secondo il Pisapia-pensiero, l’uomo solo al comando non funziona, poi ha dichiarato che “Campo Progressista non si presenterà alle prossime elezioni”. Tra l’altro, nota estremamente dolente da sottolineare, Pisapia nel suo intervento non ha parlato né di scuola e università, né di lavoro e né tantomeno della piaga della disoccupazione giovanile, mentre si è limitato ad alcuni temi (seppur importanti per l’estensione dei diritti civili e sociali dei cittadini) quali la legge sul fine vita, sullo ius soli e sull’introduzione del reato di tortura.

pisapia

Alla fine dell’evento l’entusiasmo iniziale ha lasciato spazio alla perplessità. Di ritorno verso Firenze mi sono confrontato con molti cittadini ed anche con alcuni esponenti politici, i quali hanno tutti sottolineato l’ambiguità e la vaghezza delle parole di Pisapia, reo secondo molti di essere stato un po’ troppo “timido” nel presentare la sua nuova proposta politica.

La partenza di Campo Progressista non è stata dunque una partenza col botto: molti ipotizzano che la timidezza/ambiguità di Pisapia sia dovuta ad una sorta di pre-tattica volta a sondare il terreno, sia politico che elettorale, mentre altri affermano che Pisapia non abbia le doti del leader. Effettivamente, Campo Progressista sembra un embrione (senza leader, senza una chiara organizzazione gerarchica sul territorio e senza un preciso obiettivo) più che un movimento politico. Sicuramente lanciarsi in considerazioni finali è prematuro, ed è certo che nell’immediato futuro Pisapia farà maggior chiarezza sul fronte degli obiettivi di Campo Progressista. Di sicuro però alcune cose dovranno cambiare, soprattutto dal punto di vista dell’organizzazione e della gerarchia, altrimenti questo bellissimo embrione rischierà di morire ancor prima di nascere.