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Quindici milioni di celebrità, ovvero l’ossessione di diventare star.

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«Il Grande Fratello non ci osserva.
Il Grande Fratello canta e balla, t
ira fuori conigli dal cappello.»
-Chuck Palahniuk, Ninna Nanna.

Analisi del secondo episodio di Black Mirror: una terribile parodia della distopia verso cui stiamo pedalando, una riflessione sul significato di celebrità e sull’ossessione che ne caratterizza la ricerca. L’articolo non contiene spoiler sulla trama, ma forse, per comprenderne completamente il significato, è preferibile aver già visto l’episodio 1×02.


Il motivo per cui apprezzo così tanto la fantascienza sta nel fatto che questa usi strumenti fantastici e scientifici, ambientando una narrazione in un futuro remoto o in una società distopica apparentemente lontana dalla nostra, comunicandoci però tematiche estremamente attuali. E così Asimov ci racconta di intelligenze artificiali e di robot, ma lo fa per indagare sull’interiorità di ogni uomo, sul rapporto tra corpo e anima; Philip Dick ci narra del traffico interplanetario di droga, ma lo fa per parlarci del rapporto – sempre attuale – tra realtà e immaginazione, della questione delle dipendenze, degli stupefacenti usati come strumento di controllo sociale. Così un racconto su un’invasione aliena diventa un pretesto per parlare dello scontro di civiltà, del colonialismo culturale; un film sui viaggi nel tempo si trasforma in un’occasione per discutere con l’osservatore della responsabilità del singolo nella storia, del ruolo centrale delle scelte quotidiane rispetto allo scorrere del tempo.

Black Mirror si presta bene a questo gioco. Si tratta di una serie antologica composta da episodi con trame scollegate tra loro, ma legati tutti dalle tematiche centrali: l’ossessione per la tecnologia e per la celebrità, l’alienazione tecnologica, il rapporto tra quotidianità e realtà digitale, la popolarità nei social, il potere dei meme. Lo schermo nero a cui il titolo fa riferimento è proprio il display spento dei nostri portatili, tablet e smartphone; lo specchio specchio delle mie brame del ventunesimo secolo. Mi ha colpito subito il secondo episodio, Quindici Milioni di Celebrità (1×02), ambientato in un futuro non specificato, dove i personaggi si muovono in una struttura distopica, una società il cui unico lavoro è pedalare su apposite cyclette per accumulare punti (nella forma della valuta M, che sta per Merito) con i quali possono acquistare prodotti di uso comune, ma anche e soprattutto accessori per il proprio avatar digitale, detto Doppel, programmi televisivi, e altri prodotti legati comunque alla dimensione digitale.

Quello che terrorizza subito dell’ambientazione è la conformazione delle celle dove i personaggi vivono: cubi minuscoli, le cui pareti sono rivestite di schermi che proiettano continuamente pubblicità e immagini, spesso di carattere erotico, a visione obbligatoria (probabilmente sono presenti sensori che avvertono la chiusura delle palpebre e avviano l’allarme “riprendere la visione“). Fin qua nulla che la narrazione orwelliana non sia riuscita a rappresentare, ma andiamo per gradi. La giornata-tipo dei nostri personaggi si svolge quasi esclusivamente nella sala dove sono costretti a pedalare, alimentando con l’energia cinetica l’intera struttura, ottenendo in cambio punti merito. Durante l’attività motoria i “partecipanti” sono continuamente bombardati di immagini, suoni e file interattivi. Spesso i display si illuminano di candidi e immacolati paesaggi campagnoli, realtà verdi e incontaminate care allo stile della Wii della Nintendo, surrogati di una natura ridotta ormai a uno sfondo desktop; altre volte le immagini sono di carattere pornografico, o legate in generale al mondo dello spettacolo: risuonano continuamente ridondanti ritornelli di jingle pop e relativi video clip, come se si trattasse di pubblicità dei canali Vevo di YouTube, ventiquattro su ventiquattro.

Le pubblicità vengono somministrate ai partecipanti convincendoli a lavorare duro per tentare la fortuna. Infatti, pagando 15.000.000 meriti, si può acquistare  un biglietto per partecipare ai provini di Hot Shots, il talent show anelato da tutti; programma che ci ricorda spaventosamente i talent che vediamo continuamente in televisione. Questo continuo flusso di immagini e suoni che atrofizzano le menti e rilassano i corpi dei partecipanti, mi ha ricordato le riflessioni del protagonista del romanzo Ninna Nanna dell’autore Chuck Palahniuk«Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito. Fa in modo che la tua immaginazione avvizzisca. Finché non diventa utile quanto la tua appendice. Fa in modo di colmare la tua attenzione, sempre e comunque. Questo significa lasciarsi imboccare, ed è peggio che lasciarsi spiare. Nessuno deve più preoccuparsi di sapere che cosa gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già il mondo. Se tutti quanti ci ritroviamo con l’immaginazione atrofizzata, nessuno costituirà mai una minaccia per il mondo».

Sono riflessioni spesso banali, riconducibili alla solita retorica sull’alienazione tecnologica. Riflessioni che noi millennials sentiamo continuamente dai nostri genitori o parenti più anziani, e che probabilmente ripeteremo a nostra volta alle generazioni future. Si tratta, insomma, di questioni già dibattute, che spesso acquistano quel sapore amaro che hanno tutti i discorsi anti-sistema un po’ stereotipati, ripetuti all’infinito solo per andare contro al pensiero mainstream. Ma si tratta anche di riflessioni vere, di reali pericoli. Non di ipotetiche e fantastiche situazioni appartenenti a un futuro remoto, ma di questioni attuali, immanenti alla nostra quotidianità fatta di like su facebook e di visualizzazione su youtube, della continua e ossessiva ricerca di essere celebrità. Si tratta del nostro morboso attaccamento ai social, alla visibilità, alla fama come unica forma di auto-realizzazione, al contenuto massmediatico ridotto a un mero surrogato della real life, mentre quello che appare dietro ai display – dietro ai nostri black mirrors – è la frustrazione e la nevrosi, l’arte digitale trasformata in merce, l’alienazione mascherata nell’abitudine. Lo so che leggere queste parole ci riporta alla banalità del solito e abusato “fuck the system“, ma dobbiamo imparare a cogliere quanto c’è di vero nella vecchia critica all’ossessione della visibilità, senza cadere però in anacronistiche soluzione luddiste e passatiste, senza dover quindi bandire a priori lo strumento informatico. Si tratta semplicemente di sviluppare un approccio al mondo digitale che sia più umano, che sia consapevole della linea tra realtà vera e realtà digitale; un approccio che conosca i meccanismi che usano i social network per accumulare dati sugli utenti.

Passando oltre agli sviluppi intermedi della trama, quel che più mi ha colpito di Quindici Minuti di Celebrità è stato il plot twist del finale.

[SEGUONO SPOILER]

In particolare mi ha spiazzato la pronta decisione di uno dei presentatori di Hot Shots di convogliare la forza rivoluzionaria che il protagonista Bing manifesta nell’ennesimo programma televisivo. Si tratta di un prodotto mediatico completamente diverso, dove vengono esposte le disumanità che la struttura sociale che Black Mirror ci propone necessariamente comporta, l’alienazione totale dalla realtà, ma mercificazione completa di ogni aspetto dell’individualità; la si tratta anche del solito programma di sempre, perché anch’esso fa parte dello stesso palinsesto televisivo: anch’esso viene trasmesso a specifici orari, viene acquistato con i punti-merito, è sottoposto alle leggi del mercato massmediatico, alla pubblicità. Si tratta forse di un geniale meccanismo di difesa che la rete televisiva adotta, uno stratagemma sì pericoloso, ma che si rivela alla fine una valvola di sicurezza utile a smorzare la tensione sociale. Con questo geniale colpo di mano la stabilità è garantita: somministrare la ribellioni a piccole dosi finisce per atrofizzare ogni rischio di cambiamento, la malattia sociale dell’insicurezza e del dubbio nella struttura è stroncata con la sua stessa medicina, come se si trattasse di un vaccino. Questo colpo di scena non è certamente nuovo alla tradizione fantascientifica, né al mondo della finzione fantapolitica e distopica, però resta comunque uno spunto di riflessione molto interessante. E infondo, se osserviamo come il mercato abbia convertito in merce molti contenuti originariamente ostili al concetto stesso di mercato e di celebrità (dalla musica punk alla saggistica di critica politica, dalla retorica trasgressiva della letteratura beat all’immenso mondo del citazionismo anti-sistema), questa fantascienza non ci appare poi così tanto assurda.