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Verità e mafia: intervista a Margherita Asta

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       Margherita Asta

LIVORNO- “Amare la verità per non dimenticare”. Questo l’approccio di Margherita Asta, che Uninfo News ha avuto il grande piacere -ed onore- di incontrare ed intervistare. Da anni impegnata nella ricerca della verità, suo strumento prediletto per la lotta alla mafia, Margherita non è una “semplice”, si fa per dire, volontaria di Libera, una scrittrice, una donna emancipata e in carriera, una moglie, un’amica o una simpatizzante per la lotta alla criminalità organizzata: Margherita è il simbolo di questa lotta nel mondo contemporaneo e l’esempio vivente di quanto si è chiamati a fare e soprattutto di quanto, ognuno di noi, può fare.
Alla generazione 2.0 le parole “Strage” e “Pizzolungo” spesso, e purtroppo, non suscitano emozioni né ricordano momenti di storia italiana, ma risultano solamente passi di una vicenda che è già troppo vecchia per esser degna delle attenzioni mediatiche ed è ancora troppo giovane per essere studiata nei libri di scuola.
Ma la strage di Pizzolungo non può, e non deve, meritare un simile trattamento: non solo perché ha causato momenti di paura e sgomento, ma perché, quella come le altre stragi, ci pone difronte al costante interrogativo delle “cose all’italiana”: la Mafia, siamo noi?

Questa strage non ebbe niente di nuovo nella sua organizzazione, presenta il solito tragico schema: il riferimento temporale, il 2 aprile 1985; la vittima scomoda, il giudice Palermo; il luogo isolato, una strada di Pizzolungo; l’arma, un ordigno dinamitardo contro un muro; l’obiettivo mafioso: continuare gli affari di eroina delle cosche mafiose di Alcamo e Castellamare del Golfo.

Perché ritenerla così importante quindi?
La novità di quella strage fu il suo finale incompiuto: lungo quella strada non morì il giudice prestabilito, bensì coloro che, senza volerlo, gli fecero da scudo umano: la madre di Margherita Asta, Barbara Rizzo, e i suoi due figli, Salvatore e Giuseppe, che da quel giorno divennero vittime “accessorie” della mafia.

 

Margherita, la tua esperienza di vita dovrebbe essere un esempio per tutti: qual’è il messaggio che vorresti lanciare alle generazioni future?

Sicuramente che l’importante è non abbattersi ma guardare sempre avanti ed approcciarsi al futuro con ottimismo, pensando che ciascuno di noi può fare la propria parte. Nella vita sicuramente ci saranno momenti di grande dolore che rimarranno indelebili , com’è capitato a me, ma l’importante è sperare e provare a creare un futuro migliore dove ciascuno di noi può fare la propria parte: la speranza è imbattibile, bisogna andare avanti non con le illusioni, ma con la reale sicurezza di essere padroni di quel che si fa. La speranza di pensare al futuro con ottimismo non ce la potrà togliere nessuno e questo dà molta forza, perché le prove della vita sono molte, ed abbattendosi non si conclude nulla. Invece, chiedendosi in prima persona cosa ognuno può fare, si riesce a stravolgere anche le situazioni più complicate.

Cosa rispondi a chi ti dice “dalla mafia non si esce”?
Potrei richiamare benissimo cosa dice Falcone: “la mafia è un fenomeno umano, e in quanto tale ha un inizio ed una fine”. Proprio perché è un fenomeno umano, ognuno di noi ne è protagonista ed è chiamato a fare delle scelte, delle scelte consapevoli: ma non solo per non essere mafiosi, ma anche per non avere atteggiamenti mafiosi, perché se si pensa che il mafioso sia solo “coppola e lupara” abbiamo sbagliato tutto. Il voler prevaricare sull’altro, il volerlo fregare chi ti sta intorno, è già un atteggiamento mafioso: per cambiare davvero, per uscirne è necessaria una rivoluzione sociale, che è anche culturale, che parta da noi in primis, dal nostro modo di comportarci, dal nostro atteggiamento necessario di rispetto verso gli altri ma soprattutto verso di sé..solo così è possibile rompere questi meccanismi e cercare di porre una fine a certe dinamiche sbagliate.

Credi ancora nella giustizia di oggi? Secondo te è possibile avere una giustizia reale per tutti nel sistema odierno?

Rizzo Barbara

Barbara Rizzo, la madre di Margherita

Secondo me è possibile perché altrimenti perderemmo di vista il nostro ruolo di cittadini con ruolo attivo a livello sociale: ognuno di noi ha la capacità di agire, ed io credo molto nella giustizia nonostante la mia vicenda dal punto di vista processuale possa far pensare a tutt’altro (dato che i veri istruttori materiali sono stati assolti e per i mandanti si conosce solo una parte di verità..). Può esistere realmente una giustizia uguale per tutti se la verità è l’unico mezzo per far luce sugli avvenimenti e divulgare la storia, non solo quella delle vicende ma proprio la storia italiana nel presente, quello che accade oggi. Io sono molto fiduciosa ed ottimista a riguardo, perché ho conosciuto tante realtà in tutta Italia costituite da magistrati che quotidianamente si impegnano ad applicare la Giustizia vera, quella della “legge uguale per tutti”, ed è necessaria la rivoluzione di cui parlavamo prima perché si arrivi ad un tipo di informazione libera, svincolata ed obiettiva al 100%, affinché anche loro facciano notizia e non solo quei pochi che infrangono le regole e di cui troppo spesso sentiamo parlare.

Qual’è il tuo pensiero attuale riguardo alla mafia? Come stai agendo oggi?
Sicuramente rispetto a prima è cambiata, è molto più radicata e più forte: io mi ricordo che in una sentenza di condanna dei mandanti di mia madre e dei mie fratelli si parlava di “strutturale collusione con settori importanti dello stato”; io direi che oggi, ancora di più, la mafia è un sistema criminale che affianca segmenti di istituzioni, finanza, politica,  quela così detta “area grigia” che è l’alta borghesia…Dico però segmenti perché non bisogna cadere nel grosso errore di generalizzare, dicendo che “tutto è mafia perché tutto è corrotto”.
Però comunque è un sistema ancora più organizzato e più forte di prima, e quindi l’unico modo di contrastarlo è creare un altro sistema, facendo una rete con gli altri, che permetta di rafforzare ed amplificare la conoscenza: questo è un dovere che riguarda tutti, senza delegare sempre il compito alla politica o alle istituzioni la responsabilità che le cose vadano bene. Sicuramente poi la politica deve essere la Politica, e sicuramente le istituzioni devono essere credibili, ma non possiamo delegare sono a questi enti perché noi come cittadini non siamo esseri inermi.

Cosa ti ha portato ad evolvere il tuo pensiero sulla mafia?

Sicuramente durante la crescita acquisisci una maturità ed un’obiettività di giudizio che aiutano la rielaborazione e l’evoluzione del modo di pensare: da adolescente è stato difficile vedere il giudice come la vittima e non come la causa della distruzione del mio mondo; crescendo invece mi sono resa conto che la responsabilità era da ricercare non nel giudice ma in chi voleva la sua morte. A quel punto ho innescato in me il processo di ribaltamento di pensiero, ho iniziato ad agire pensando a quello che potevo fare invece di star solo a commiserare la mia tragica vicenda; ho iniziato a pensare che cercare la verità sul fatto accaduto ed essere testimone di un modo diverso di vedere le cose mi permetteva ancora di più di onorare la memoria della mia famiglia che, non volendo, è divenuta vittima di mafia. Quindi il mio scopo è conoscere prima di tutto la verità, dato che ancora non conosco del tutto il perché in questo paese si voleva uccidere il giudice Palermo: la mia attenzione si è spostata dal percepire il lutto come una cosa mia e personale alla consapevolezza di non poter rimanere inerme di fronte a quanto accaduto, e a realizzare che la mia ,in quanto io ne ero erede e testimone, poteva e doveva portare a scardinare almeno un po’ quel meccanismo che l’aveva causata.

Giuseppe e Salvatore Asta 3

Giuseppe e Salvatore Asta, i fratelli di Margherita

Com’è stato il tuo incontro con il giudice Palermo nel 2006?
Emozionante! Io da bambina ero convinta che fosse una persona forte ed imbattibile, oltre che la causa della morte di mia madre e dei miei fratelli. Invece ho incontrato una persona fragile, provata dal senso di colpa causato dalla vicenda: anche se la mafia non l’ha ucciso fisicamente, è vittima sia a livello professionale che emotivo, al punto che in una lettera lui mi scrisse che era “morto nel suo essere sopravvissuto”. Io continuo a sentirlo e a stargli vicino perché vorrei che davvero superasse questa sensazione, perché non è stata colpa sua ed inoltre questo suo stato d’animo è proprio ciò che la mafia vuole e riesce a provocare nelle persone.

Qualche giorno fa era il compleanno di Borsellino: cosa senti di aver preso da lui come figura e cosa senti di poter trasmettere di lui alle nuove generazioni?
Il “fresco profumo di libertà”: dopo la morte di Falcone, Borsellino rispose ad una domanda di una giornalista, che lo interrogava sul concetto di paura. Lui affermò che certo, lui aveva paura, ma che forse bisognava concentrarsi sull’ “avere tutti un po’ più di coraggio”. Benché io sono consapevole che avere paura sia legittimo, però auguro a tutti questo, di avere un po’ più di coraggio, nel fare le proprie scelte in maniera consapevole, nel prendersi le proprie responsabilità, nel non rassegnarsi difronte all’indifferenza e nel ricercare sempre la verità: solo così si può arrivare a scardinare il sistema sbagliato e respirare tutti un po’ più di libertà.

Che progetti stai seguendo al momento?
Una delle cose più belle ed emozionanti è stato vedere e realizzare il parco “Non ti scordar di me”, il collaborazione con il Comune di Erice (Tp): vedere che c’è vita dove un tempo c’è stata la morte per me è stato impagabile ed ha rafforzato ancora di più le mie convinzioni ed il mio modo di lavorare! Io trovo un senso in quello che faccio soprattutto nel mio impegno con Libera, con cui collaboro dal 2004, nel raccontare la storia mia e della mia famiglia, che mi aiuta a testimoniare e dar voce anche a tante altre vittime di mafia: sono fortemente convinta che attraverso la memoria si può raccontare la storia del nostro paese e fare in modo che molte vittime innocenti vengano ricordate e conosciute, e che questo sia fondamentale non solo per non far morire di nuovo le vittime, ma anche per rendere il loro sacrificio uno strumento reale, che possa invogliare ad essere un po’ più responsabili, coraggiosi e “rivoluzionari” nel tessuto culturale e sociale, estremamente necessaria per questo paese.


 

Queste parole decise e forti di Margherita fanno riflettere su quanto ognuno di noi sia realmente informato a riguardo, e quanto faccia per realizzare quella rete umana che possa renderci forti contro questa organizzazione crimilale. La mafia, si sa, ha molte definizioni: da quelle spettacolari che ce la fanno conoscere oggi, a quelle delle polemica contro i personaggi pubblici; da quelle dei libri monografici a quelle, più affidabili, dei suoi testimoni. Ma c’è una definizione alla quale assolutamente non si deve avvicinare: quella di “abitudinaria”.

Persone come Margherita Asta e tutti coloro che si impegnano in questa lotta quotidiana sono coloro che rendono chiara la via da seguire.

La domanda quindi da porsi è questa: la seguiamo?

  La foto della macchina del Giudice Palermo, distrutta nella Strage di Pizzolungo. (Foto tratta da Repubblica.it)