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Riforma delle banche popolari e mercatocentrismo

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Il 24/3/2015 il Senato della Repubblica ha dato il via libera definitivo alla riforma della governance delle banche popolari, contenuta nel cosidetto “Investment Compact”. Preciso innanzitutto cosa si intende con la perifrasi “Banca Popolare”. Queste non sono altro che semplici istituti di credito costituitesi come società cooperative. La principale differenza con gli altri tipi di banca è il voto capitario, tipico delle cooperative, per cui il socio ha diritto ad un unico voto indipendentemente dalla propria partecipazione al capitale sociale, che comunque non può superare l’1%. La loro storia è secolare e comincia nel XIX secolo in Germania. Questa idea venne poi importata in Italia da Luigi Luzzatti, politico di spicco tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, poi diventato premier nel 1910. Il loro grande successo è dovuto alla loro funzione sociale di sostegno alle famiglie italiane e al tessuto imprenditoriale, composto principalmente da PMI e diviso nei distretti di produzione, realtà tipicamente italiane e di rilevanza accademica internazionale. Le banche popolari infatti nascono storicamente in periodi di crisi per garantire l’accesso al credito anche a quei soggetti che una banca, di norma, considera “non bancabili”, quindi non abbastanza solidi economicamente da poterne usufruire, e sono tipicamente partecipate dai loro stessi clienti: in sintesi, una sorta di mutuo soccorso economico. Questa realtà iniziale è poi mutata nel corso della loro storia, seppur di poco, ma ha dimostrato di essere pienamente efficace. Ad esempio, nel triennio che va dal 2011 al 2013, le banche popolari hanno aumentato i loro prestiti del 15%, in controtendenza con il resto del settore bancario che ha visto calare quella voce di bilancio del 3%-4%.

Questo modello però non va più bene. O meglio: non va più bene per quelle troppo grandi, sostiene il governo. La riforma, di cui all’articolo 1 dell'”Investment Compact”, infatti prevede che le banche popolari che abbiano un attivo patrimoniale maggiore di 8 miliardi debbano trasformarsi in Società Per Azioni (sono solo 10). Ciò che non torna in questa riforma è che non è un vero e proprio attacco al sistema cooperativo, dal momento che non riguarda tutte le banche popolari, ma solo una piccola parte, d’altronde non avrebbe senso abrogare per legge un sistema che funziona. Probabilmente la motivazione di tale provvedimento va ricercata in sede europea, tanto più che il governatore di Banca D’Italia Ignazio Visco non aveva notizia di questa riforma prima che varcasse le soglie del Consiglio dei Ministri. Ma perchè la BCE dovrebbe fare pressioni sul governo italiano per una riforma del genere?

Nel 2014, per 10 mesi, sono stati effettuati degli “stress test” da parte della BCE per verificare l’effettiva solidità finanziaria delle banche europee e come potrebbero reagire di fronte a scenari economici particolarmente avversi. Furono analizzate 15 banche italiane, di cui 8 popolari delle 10 che verranno riformate, e i risultati destarono molta preoccupazione principalmente per MPS e Carige (normali S.P.A), ma anche, in misura minore, per le popolari. Infatti anche la maggior parte delle banche popolari risultarono avere potenziali problemi di patrimonializzazione (eccezion fatta solo per UBI). Potrebbe essere stata studiata quindi, come soluzione al problema, quella di facilitare la loro ricapitalizzazione e fusione tra più banche, che, in effetti, sono molto più difficili con il sistema vigente (notare che comunque vi sono già stati in passato).

banche popolari stress test

(http://www.linkiesta.it/sites/default/files/banche_popolari.png)

Chi scrive intende avallare una presunzione di buona fede nei confronti di questa riforma, discostandosi quindi dal giudizio di buona parte dell’opinione pubblica che ha intravisto in questa manovra la possibilità che prevalessero alcuni interessi economici a favore di determinati membri dell’attuale governo. Ciò però fa notare al sottoscritto che questo tipo di soluzione non è probabilmente quella più giusta per i problemi che si vorrebbero risolvere. Infatti non si può fare a meno di notare che, analizzando il caso italiano, le banche peggiori, secondo i risultati degli stress test, sono delle normali S.P.A (MPS e Carige). Per quanto quindi, in linea di massima, le S.P.A. abbiano maggiori possibilità di attrarre capitali e più facilità di ricapitalizzare, ciò non è un dogma incrollabile, volendo seguire l’assunto che ciò che è reale e razionale, sennò gli stress test avrebbero dato risultati molto più negativi per le popolari anzichè per MPS e Carige.

In conclusione, volendo ipotizzare la motivazione reale che abbia spinto a procedere in questa direzione, si può dire presumibilmente che il legislatore abbia voluto seguire un’ottica mercatocentrica per cui, riuscendo a facilitare, per decreto, l’esposizione di queste banche ai capitali finanziari, queste potranno ottenere benefici in termini di stabilità finanziaria. Questo è un principio però che, per quanto possa essere giusto, non giustifica la trasformazione coattiva di queste. Poteva (anzi doveva) essere incentivato questo procedimento, lasciando però l’ultima parola alle stesse. Sarebbe stato poi il mercato a premiare una ovvero altre scelte, in relazione ai loro fini. Non scordiamo d’altronde che le banche popolari nacquero per fini sociali che vanno ben oltre il mero scopo di lucro e quindi alcune avrebbero trovato più conveniente, per i propri scopi, non adeguarsi a tale indirizzo, anche perchè fare ciò potrebbe arrecare danni ingenti alle realtà produttive nostrane che potrebbero diventare soggetti non bancabili per le nuove S.P.A e vedersi diminuire le possibilità di accesso al credito che, di questi tempi, è già poco accessibile.