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Il Senso del Ridicolo: Tra Amleto, Self-Deprecation e la nuova Commedia all’Italiana.

Claudio Fedele - 28 Settembre 2016
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l Senso del Ridicolo: Tra Amleto, Self-Deprecation e la nuova Commedia all’Italiana. 

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English Humour for Beginners

Andrea Cane, noto editor e traduttore, nonché professore in celebri Università come quella di Cambridge, ci ride sopra sul fatto che l’anagramma del proprio lavoro sia “dietro”, eppure il suo intervento e contributo al Senso del Ridicolo mette in evidenza tutte quelle particolarità che,  metaforicamente dietro le quinte, contribuiscono a sottolineare le peculiarità degli usi e costumi di un popolo, nel suo caso quello anglosassone. Che gli Inglesi, poi, abbiano uno spiccato e molto personale approccio all’umorismo, come per qualsiasi altra cosa d’altronde, è possibile accorgersene grazie ai molti autori che fanno parte della loro Letteratura (Shakespeare, Dickens, Wilde, Woolf, Bennet e molti altri…)comp_kcaryb01-e1439480348802 e grazie ad un paio di filmati mostrati durante la sua presentazione di cui uno ha visto tra i protagonisti due mostri sacri della commedia e dello humour made in England: Stephen Fry e Hugh Laurie.

Tuttavia è facile cadere nello stereotipo quando si parla di modi di dire e tradizioni, noi italiani non siano risparmiati dal venire affiancati a degli archetipi ormai cristallizzati dalla collettività e per questo agli occhi degli altri siamo sempre associati ai tipici elementi nostrani quali possono essere la pasta, il mandolino, il continuo gesticolare con

(Torino, 1953), ha insegnato per qualche anno nelle Università di Cambridge (GB) e della Tuscia (VT). Ha tradotto libri di Virginia Woolf, Ernst H. Gombrich, Freeman Dyson e curato il ‘Meridiano’ Mondadori di Mario Praz, Bellezza e bizzarria. Da trent’anni lavora nell’editoria.

Andrea Cane: (Torino, 1953), ha insegnato per qualche anno nelle Università di Cambridge (GB) e della Tuscia (VT). Ha tradotto libri di Virginia Woolf, Ernst H. Gombrich, Freeman Dyson e curato il ‘Meridiano’ Mondadori di Mario Praz, Bellezza e bizzarria. Da trent’anni lavora nell’editoria.

le mani durante un discorso o la voce eccessivamente alta in ogni situazione. Volessimo trovare una verità, anche parziale, in tale affermazione basterebbe tornare indietro di qualche settimana, come ci suggerisce Cane, e guardare la vignetta del giornale satirico Charlie Hebdo sul terremoto di Amatrice.

Ecco, dunque, che il luogo comune, anche nella satira, umorismo fortemente aggressivo, rispecchia un’Italia che non esiste più e, gioco forza, d’altri tempi (andati), fatto di immagini e atteggiamenti che, per quella Francia e quei giornalisti, rappresentano il Bel Paese.vignetta-charlie-hebdo Non solo la vignetta in questione torna sugli ennesimi punti sopra elencati, ma lo fa soprattutto nel modo in cui i tristi protagonisti vengono rappresentati, i quali appaiono persino antropologicamente come un mero riflesso di un mondo lontano ed anacronistico.

L’umorismo inglese, se preso in modo superficiale, non fa eccezione, perché innumerevoli sono le situazioni in cui tendiamo ad abbinare un certo modo di atteggiarsi o parlare figlio di quella cultura. Un esempio banale è possibile trarlo dalla canonica rappresentazione di un uomo comune, a ridosso del London Eye, con un ombrello in mano sotto un cielo plumbeo che esclama : “giornata umida quest’oggi”. O alla rappresentazione di una sala da tea arricchita da scambi di battute sagaci sulla politica e la moda del momento, magari dagli echi leggermente Wildeiani.

Approcciandoci allo Humour British cercando di cogliere parte delle sue sfumature e livelli, che vanno da un tipo di umorismo più elitario e raffinato fino a toccare quello dell’uomo comune di tutti i giorni, è bene, secondo Andrea Cane, iniziare citando il noto “Rule Britannia”, inno patriottico composto da James Thomson e musicato da Thomas Arne nel 1740, che prende e valorizza la gloria dell’allora stephen-fry-hugh-laurie-canterville-ghostImpero di Sua Maestà, la quale possiamo considerare, dopo il “God Save the Queen”, la marcia più nota nel Regno Unito a cui il popolo è ancora molto affezionata.

Nel primo video mostrato da Cane, viene ripresa la stagione dei The Proms (spesso denominata anche The BBC Proms o The Henry Wood Promenade Concerts presented by the BBC) eseguita ogni anno alla Royal Albert Hall da un’imponente orchestra sinfonica. Nel filmato mostrato assistiamo al momento conclusivo di tale manifestazione, quando, per concludere la stagione, viene eseguito il “Rule Britannia”; durante tale esibizione è possibile, come esplicita bene il video, notare una perfetta dimostrazione di umorismo british. Da un lato vi è l’attaccamento ai valori ed alla storia della propria nazione, un “ricordo” genuino e tutt’altro che estremista, e dall’altro la voglia di deridere con moderazione ed efficacia un inno del passato. Con lo scorrere degli anni i vari tenori che si sono esibiti hanno indossato i più eccentrici travestimenti: siamo passati da un cantante maxresdefaultperuviano vestito da sovrano Azteco ad un soprano gallese con indosso una divisa da rugby con tanto di pallone ovale al seguito.

Questo dimostra come il popolo Inglese, pur conscio della fine dell’Impero, concepito come ai tempi dell’inno di Thomson, ancor oggi si attacchi con umorismo alle proprie tradizioni interagendo con esse e deridendole quel tanto che basta per dar loro nuova linfa ed interpretazioni, confluendo in un atto di conformismo ed al contempo anticonformismo. Sebbene ciò offra spazio a numerosi approfondimenti, la dualità che ne emerge assume una coerenza precisa nei confronti degli anglosassoni qualora si voglia allargare suddetto discorso in diversi ambiti sia culturali che estranei ad essi.

flags-1400x788Due forme distinte di British Humour che stanno non a caso alla base della cultura inglese sono la nota “Understatement”, ovvero la “sdrammatizzazione”; e la “Self-Deprecation”, che potremmo azzardare a tradurre con “auto-denigrazione”. Un esempio lampante di questo sottile umorismo, sottolinea Cane, è fornito da un ricevimento del Commonwealth dove il primo ministro Canadese, dopo aver finito il proprio discorso (particolarmente sentito, pomposo e retorico) nel ringraziare sua Maestà, la Regina Elisabetta II, nel passare la parola a quest’ultima questa lo canzona avendo fatto notare a tutti quanto sia anziana. Ovviamente questo umorismo non è genuino o spontaneo, ma combinato; pur tuttavia, è lecito pensare ed aspettarsi che la Regina possa a sua volta godere di una certa vena umoristica che la contraddistingua e riveli un’acuta ironia raffinata ed elaborata. Un esempio calzante potrebbe essere la battuta di sua Maestà al primo ministro di Scozia dopo i risultati della Brexit: 00-holding-queen-gif“E’ stato un lungo week-end, abbiamo festeggiato parecchio”.

E la gente comune? Quanto è cambiato lo humour negli anni? 

Per rendercene conto, e per comprendere anche le assurdità delle tradizioni e dei luoghi comuni anglosassoni, calza a pennello prendere come esempio il caso di un signore che nel 2012 aprì un account su Twitter denominandolo British Very Problems, nel quale scriveva tutta una serie di brevi aneddoti umoristici personali. In breve tempo molte altre persone sono diventati follower di quest’ultimo contribuendo con altri tweet a tema. Il risultato? Una pioggia incessante di situazioni note che offrivano siparietti divertenti dei modi e dello stile di vita del popolo anglosassone che spaziavano dagli incontri in taxi a quelli in metropolitana.

nvsvytvDobbiamo, ad ogni modo, fare molta attenzione all’umorismo inglese, specie alla “Self-Deprecation”, poiché, come ci avverte Andrea Cane, questa non è altro che una forma umoristica sia di umiltà che di arroganza e, esattamente come molti caratteri di questo popolo, essa può avere due funzioni. Non risultando istantaneamente aggressiva, non una “spada” o una frecciatina, ma uno “scudo”, questa forma di umorismo pone colui che la fa quasi ad un livello superiore, tale da riconoscere nella propria persona quei difetti la cui conoscenza gli permettono di primeggiare sugli altri, quasi che quegli stessi difetti siano in vero un vanto. L’autocritica funge dunque da contrappeso all’arroganza.

Un ultima forma di umorismo tipico britannico è quella legata al “Non-Sense”, ovvero al ridicolo o grottesco, dove ad emergere sono situazioni esasperanti o dialoghi assurdi, a volte spinti ed irreali con cui, specie il pubblico medio, familiarizza immediatamente e si immedesima.

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Per cercare un umorismo più spinto e aggressivo bisogna arrivare all’era del Punk, dove prestazioni di cantanti famosi come quella di Sid Vicious in un concerto, vedeva questi deridere Frank Sinatra realizzando una cover di un suo brano famoso in una performance portata avanti sotto forma di parodia.

Tirando le somme dell’intervento di Andrea Cane, potremmo azzardare a dire che l’umorismo inglese sia una forma di difesa rivolta alle persone estranee, ma seppur sempre si tratti di umorismo, esso resta condizionato da una certa pigrizia, da una mancanza di voler andare a cercare una forma troppo elaborata di ironia o satira, preferendo adottare una strategia più contenuta e solo apparentemente umile, cercando di far delle proprie debolezze un vanto ed un pregio.

Giovanni Canova e Davide Ferrario : La Commedia all’Italiana 

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Gianni Canova: è Professore ordinario di Storia del cinema e Preside della Facoltà di Comunicazione, Relazioni pubbliche e Pubblicità presso l’Università IULM di Milano, di cui è prorettore. Fondatore del mensile di cinema e cultura visuale Duel (poi Duellanti), è stato critico cinematografico per molte testate. Autore di numerosi saggi e curatore di grandi opere come l’Enciclopedia del Cinema (Garzanti).

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classe 1956, vive a Torino. Laureato in letteratura americana all’Università di Milano, inizia a lavorare nel campo del cinema negli anni ’70 come critico cinematografico e saggista. Debutta alla regia nel 1989 con La fine della notte, giudicato “Miglior film indipendente” della stagione. Dirige poi sia opere di finzione che documentari, che gli procurano una grande considerazione in Italia e all’estero

A concludere questi tre giorni di Festival del Ridicolo ci hanno pensato Stefano Bartezzaghi con Gianni Canova e Davide Ferriero, con lo spettacolo/dibattito: “Comici, Commedianti & Cozzaloni. Italia da Ridere per il Grande Schermo”.

L’intervento, da semplice scambio di idee trasformatosi ben presto in un sentito dibattito, ha visto Ferriero e Canova prendere due distinte posizioni nei confronti della commedia all’Italiana di ieri e oggi.

Il primo è rimasto assai titubante nel voler identificare ai giorni nostri un certo tipo di commedia ed una certa comicità, mentre il secondo è parso più aperto ad accogliere e valorizzare la qualità di alcuni personaggi di spettacolo.

Viene, in effetti, da domandarsi se oggigiorno gli Zalone ed i Pieraccioni possano avere un futuro, ma in questo Canova ci avverte e sottolinea il fatto che anche Totò, ora all’unanimità riconosciuto come un genio della comicità, ai suoi tempi veniva stroncato dalla critica e considerato come un attore di poco spessore. Il tempo fornirà la risposta a tale quesito, pur tuttavia, se gran parte degli Italiani ha visto “Quo Vado?” è sinonimo, questo, di un fenomeno interessante perché nel voler proporre uno schema innovativo Zalone ha fatto breccia nell’immaginario collettivo, modificando la concezione di pellicola e cinema, identificandosi non più in quella classe medio borghese dei cinepanettoni dell’era img_7084Berlusconi, ma affrontando situazioni e tematiche più affini al pubblico medio-basso ed alla classe operaia. Non a caso i suoi lavori funzionano perché permettono allo spettatore in sala di identificarsi nei suoi personaggi. Non parliamo nemmeno di storia o sceneggiatura, né di caratterista o protagonista, si parla proprio di personaggio, di attore in carne ed ossa che trascende il tempo e lo spazio in cui viene inserito.

Cosa lasciano, tuttavia, allo spettatore questi lavori? Questa domanda sembra essere alla base del pensiero di Davide Ferrario, che contrappone alle pellicole di oggi quelle del passato, con Gassman e Tognazzi, quando lo spettatore usciva dal cinema con un senso di disturbo, malinconia, e inquietudine, quasi che il film visto lo avesse fatto tanto ridere quanto avesse lasciato al suo interno un pensiero, una riflessione da elaborare nella testa in un secondo momento, un qualcosa che lo portasse a meditare sulla sua situazione e la sua vita.

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Forse un tipo di cinema che può ricordare quell’umorismo che si riscontra in alcuni lavori di Woody Allen, dove il celebre regista scherza e ironizza su fatti che una volta analizzati e digeriti non ci fanno tanto ridere e regalano, persino, qualche preoccupazione.

L’Italia è il paese della risata, della commedia, ce lo insegna la nostra storia, perché al Cinema l’abbiamo inventato noi un certo tipo di fare commedia e spettacolo eppure oggi il riso ci fa tremare, siamo diventati “risofobici, cinici e nichilisti” dice Canova. Siamo arrivati ad un punto in cui le cose che dovrebbero far ridere non lo fanno più ed altre che dovrebbero essere prese seriamente ci fanno ridere. Non è casuale il fatto che, tale assioma, sia possibile riscontrarlo nella politica, che negli ultimi vent’anni ha visto dei veri e propri comici salire al governo o diventarlo strada facendo.

quo-vado-recensione-v9-28225-1280x16Il Cinema italiano deve, perciò, riscoprire alcuni dei suoi valori e permettere al pubblico di identificarsi con quello che vede, anche se si tratta di pellicole non eccezionali. In fondo, dei film di Zalone non ci viene nemmeno detto il regista e la trama non è poi così importante, non si ha il senso del ritmo e le battute sono ripetute in maniera eccessiva, ma quello che interessa a Canova è il fenomeno sociale ed il fatto che in una società come la nostra, dove in pochi conservano il vero significato del Cinema ed il rispetto per il luogo o danno ad esso un preciso valore artistico, un personaggio come Zalone riesca a riempire la sala. Ciò significa che, con quello che realizza, riesce a far immedesimare nei suoi personaggi lo spettatore medio, laddove invece i grandi classici della commedia guardano oggi il popolo con distacco lo-chiamavano-jeeg-robote senso critico pur conservando il loro immutato e intramontabile valore.

Fortunatamente il Cinema italiano sembra deciso a voler offrire qualcosa di diverso dal semplice desiderio di fare commedie, conclusasi la parentesi Boldi&DeSica, finita l’era delle grandi abbuffate natalizie, il 2015/2016 ha regalato alla settima arte un campionario di lavori di vario genere e linguaggio, che segnano una svolta, per Canova, capace di dare speranza per il futuro imminente. Che sia una casualità il fatto che abbiamo avuto “Lo Chiamavano Jeeg Robot”, “Perfetti Sconosciuti”, “Fuocoammare”, “Suburra” e “Veloce Come il Vento”? Per il bene di tutti e del Cinema stesso speriamo di no.