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Vita, Morte e Opere di David Lazzaretti: il Cristo dell’Amiata


Questa è una storia che se non la senti non ci credi, e se non te la raccontano non la sai. E la storia di David Lazzaretti, il Cristo del Monte Amiata, ce la racconta Simone Cristicchi. Il cantante, dopo la carriera musicale nata dal debutto a San Remo nel 2007, si dà al teatro con uno spettacolo (arrivato al Teatro Goldoni di Livorno lo scorso 26 marzo) sulla vita del predicatore amiatino nato nel 1834 a Arcidosso, nel grossetano, che si rese celebre per aver integrato la forte missione profetica di riscatto dell’umanità con un saldo impegno sociale e politico a favore degli ultimi della Terra. Lo spettacolo attraversa la vita di David fin dall’infanzia descrivendo l’Italia dell’Unità attraverso gli occhi dei contadini e dei montanari della Maremma, costretti a una condizione esasperata dell’esistenza, alla stregua di potenti interessi economici della borghesia locale, dell’istituzione ecclesiale e dello Stato. Al momento dell’Unità, il giovane Lazzaretti – fin da piccolo interessato allo studio della storia e della politica, e attento osservatore dei fenomeni sociali – ha ventisette anni e nota subito che il passaggio dal Granducato di Toscana al Regno d’Italia non è che un pretesto per fare il passaggio di testimone del potere: “far cambiare tutto affinché tutto resti com’è” ci raccontava Tomasi Di Lampedusa ne Il Gattopardo.

David ci viene descritto come un personaggio carismatico, consapevole, forte, determinato; sempre fedele alla missione che gli viene affidata attraverso una serie di visioni. David è uno di quegli “uomini, come minuscoli granelli di sabbia, capaci per un attimo di inceppare l’ingranaggio del potere, di fermare la ruota gigantesca che macina le vite delle persone; vite di cui non rimane traccia nei libri, nemmeno una nota a fondo pagina. E’ la fantasia di Dio, che aggiunge qualche riga al romanzo della storia“. Questa è certamente la storia di un uomo dal grande valore e dal grande carisma, ma è anche la storia dei poveri e degli emarginati. La destinazione del “secondo figlio di Dio” è certamente importante, quasi messianica, ma ha origini umili: è “l’uomo del mistero [che] è venuto su dal fango, germoglio della terra o fiore di campo”.

Le vicende del Cristo dell’Amiata narrate nella rappresentazione di Cristicchi ci sono presentate contemporaneamente come mito e come vicenda storica. Nel procedere della trama avvertiamo il forte valore solidarista che, proveniente da un messaggio di origine trascendentale presentato come intervento deus ex machina del divino nel terreno tramite la visione di San Pietro e della Madonna, motiva la realizzazione di quel paradiso in Terra che il messaggio evangelico stesso aveva proclamato – insieme naturalmente ad un messaggio anche escatologico – già diciotto secoli prima. Ma l’uomo dimentica (o sceglie di dimenticare), e quindi la successione apostolica diventa un pretesto per lo sfruttamento dei poveri e per l’arricchimento delle istituzioni religiose. La lotta dialettica del Lazzaretti di Cristicchi contro lo Stato e la Chiesa non ci appare poi tanto diversa da quella di Cristo contro il moralismo e il bigottismo dei sacerdoti del Tempio, dei farisei e degli scriba: seppur sia più sociale e meno teologica, resta una predica forte, integrale e radicale, che punta a sradicare i principi (anti)etici dominanti dell’individualismo e dell’egoismo, ma senza violenza. Una predica che tuttavia non si esaurisce nelle parole, ma diventa motore attivo e partecipe di una prassi riformatrice. Ed è proprio il tema dell’utopia che diventa l’orizzonte terreno di quel progetto non terreno da cui David ha ricevuto il mandato. La relazione tra leggenda e realtà diventa una metafora per intendere quella tra Dio e umanità, ed è con la costruzione di una società di mutuo soccorso che rasenta un socialismo (anche a detta delle analisi successive di Gramsci) integralmente non-violento, che si tenta di rendere sostanziale anche sul piano immanente della storia quell’uguaglianza dei figli di Dio più volte citata durante lo spettacolo.

La narrazione acquista così un carattere meta-storico: la missione sacra del Lazzaretti non sostituisce il racconto evangelico, ma rappresenta una traslazione di questo in un epoca in più recente, come se fosse un secondo tentativo. Quello di Cristicchi è insomma un ottimo racconto, emotivamente forte, ricco di spunti di riflessione. Viene messa in luce l’attinenza politica del messaggio cristiano, e, nonostante il focus prettamente materialista della narrazione non trascenda dal piano sociale, resta comunque uno spettacolo suggestivo, che ci interpella tutti come possibili agenti di cambiamento; ci invita a riflettere sul rapporto tra mito e orizzonte storico. Unica piccola incompletezza è forse l’assenza di uno sviluppo escatologico e non-politico della narrazione, ma ci si accorge facilmente che l’intenzione non è quella di approfondire i temi teleologici della cultura evangelica, quanto piuttosto riattualizzare il racconto cristiano in un’ambientazione più vicina a noi, sia storicamente che geograficamente, e quindi probabilmente più facile da leggere senza le lenti della dottrina.  A detta dello stesso Cristicchi, Lazzaretti giunge nell’Ottocento come un uomo nuovo che arriva in un mondo vecchio, e propone istanze universali e valide ancora oggi. Ed è proprio lo scontro con la Chiesa Cattolica, contraria all’internazionalismo religioso di Lazzaretti, che ci suscita una riflessione sul significato della cattolicità: cattolico (dal greco katà e olos) sta proprio per universale, e la predicazione del Cristo dell’Amiata è sinceramente universale, globale, gratuita. La dicotomia umano-divino, terreno-celeste, immanente-trascendentale, si riconcilia nel simbolo di David (due C speculari con una croce al centro) che rappresenta appunto la doppia natura dell’essere umano, e anche il doppio livello, sia storico-sociale che escatologico, della morale cristiana.

Ɔ†C