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Così recita un testo del grande De André:” Se avete preso per buone le “verità” della televisione anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti “. La polemica di oggi (perché di polemica si tratta) mira a disfare buona parte di un monolite della nostra quotidianità: la televisione. Le “verità” sarcasticamente virgolettate dal cantautore hanno un duplice significato: in primo luogo travolgono chi rimase indifferente ai fatti studenteschi del’68 ma, esse, per loro natura o urgenza, sono anche un chiaro messaggio di abiura alla società consumistica nata con il Boom economico. Per quanto riguarda la televisione, oggetto a cui il ripudio è diretto, De André più che rammaricato dalla situazione da lui osservata ne è ostile, avverso; ritiene che nel passaggio fra fatto concretamente accaduto e trasmissione al pubblico si interponga la televisione che, tramite il suo filtro, rende la notizia spuria, quindi parzialmente vera anche se effettualmente più consumabile.

Col presente non si vuole analizzare la più o meno attendibilità delle informazioni lanciateci dai telegiornali quanto alla qualità culturale dei programmi offerti dalle reti televisive. Ma partiamo con ordine.

Dalla sua nascita e per tutti gli anni ’60, quando moltissimi italiani ebbero la possibilità di comperarne una, la televisione risultò uno strumento decisivo. Il grande linguista Tullio De Mauro ne elogiò le qualità pedagogiche poiché fu proprio con essa che si poté creare una soddisfacente unità linguistica. A differenza del francese nato per ragioni burocratiche e di conseguenza geo-linguisticamente uniforme, l’italiano nacque come lingua letteraria. Ciò significa che fin dall’avvento dei tre grandi poeti fiorentini (Dante, Boccaccio e Petrarca), esso fu più scritto che parlato: dal trecento in avanti poesie e prose furono scritte in italiano (prima antico poi via via più evoluto) ma paradossalmente quasi nessuno lo parlava. Questo è facilmente giustificato dalla realtà storica della penisola che per più di mille anni si è presentata sotto forma di un mosaico di piccoli stati fieramente indipendenti. Al momento dell’unificazione il fiorentino fu eletto a lingua nazionale ma, all’indomani del secondo conflitto mondiale, in numerose regioni, si comunicava ancora col dialetto e mal si comprendeva l’italiano.

Ergo la straordinaria funzione educativa della televisione negli anni ‘60 si riscontrò nell’abbondante offerta di programmi culturali nati con lo scopo di far conoscere ai telespettatori la letteratura nazionale e quindi, per quanto scritto sopra, la lingua, riducendo così la distanza che correva fra esse.

La forza propulsiva di questo strumento venne meno a partire dagli anni ’70 a causa di due avvenimenti. Il primo ebbe origine dalla piena maturazione del sistema di lottizzazione nell’apparato statale; ossia le poltrone ai vertici del pubblico impiego vennero smistate sulla base della forza dei partiti e all’appartenenza a essi, piuttosto che su criteri di merito o esperienza. La suddivisone andava da banche come il Monte dei Paschi di Siena alle tre reti televisive in onda su scala nazionale, con questo ordine di coppie: RAI1/Dc, RAI2/PSI, RAI3/PCI. Per comprendere le conseguenze che tali decisioni ebbero sulla qualità delle informazioni basti citare come esempio il comportamento di Rai 2 in merito al referendum Segni del giugno ’91: il Partito socialista, contrario al voto referendario, per impedire il raggiungimento del quorum, sulla sua rete, mai fece menzione della sua esistenza. Il secondo punto cogente fu l’edificazione dell’impero televisivo di Silvio Berlusconi.
Fin dal 1976 la Corte Costituzionale stabilì che la trasmissione di programmi televisivi su scala nazionale avrebbe dovuto essere prerogativa delle emittenti statali. Ma nel corso dei primi anni ’80 il talentuoso imprenditore completò, con l’acquisto di Rete 4 da Mondadori, il suo, personale, sistema di emittenza, composto fra gli altri da Canale 5 e Italia 1 e in grado di trasmettere su scala nazionale. Le reti Fininvest erano in contravvenzione con la norma costituzionale ma offrivano programmi appetitosi, che incollavano gli italiani ai teleschermi tantoché, quando vennero oscurate, la popolazione protestò alacremente per ottenere la sua “libertà di telecomando”. Prontamente, nel 1985, un intimo amico di Berlusconi, Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio, riuscì a far approvare al parlamento il cosiddetto “Berlusconi Bis”: un decreto che acconsentiva alle reti Fininvest di riprendere la trasmissione su scale nazionale per altri 5 anni. C’era tutto il tempo per ottenere traguardi più consistenti. La legge Mammì del 1990 sciolse il Berlusconi Bis dal vincolo dei 5 anni equiparando la televisione privata a quella statale, inoltre non vennero inserite clausole sulla regolamentazione della pubblicità, di cui i programmi furono presto inondati. Non fu imposto l’equilibrio fra televisione come impresa commerciale e servizio pubblico.
Da qui trae origine quella realtà che la quotidianità lascia passare inosservata. Accendiamo la tv e siamo attivamente ammorbati da programmi aberranti: dal solito film visto e rivisto (una poltrona per due), al notiziario di Italia 1 che dà priorità a gossip e calciatori piuttosto che ai fatti politici, all’accademia circense di Forum fino a raggiungere i due mattacchioni di Emigratis che si commentano da soli. Per ventiquattr’ore subiamo lacerazioni intellettuali ed edificazioni di miti di cui a lungo andare necessiteremo a causa del diktat impostoci dalla pubblicità.E se a suo tempo Pasolini condannava Carosello poiché, durante i cinque minuti in cui andava in onda, indottrinava i bambini alla logica del consumismo oggi la situazione è disperata. I social, la parte più trash della tecnologia, quella a cui si regala il tempo anche se non se ne comprende il motivo, è divenuta antropomorfa, parte integrante dell’organismo, inseparabile in qualunque uscita. Spaventevole il senso di abbandono che ci affligge il giorno in cui è a riparare. L’unica tesi plausibile? Siamo stati inghiottiti, ne siamo drogati. Purtroppo non è più possibile uscirne, difatti come ha scritto con disarmante semplicità Amartya Sen: “dato un contesto in cui certi beni sono generalmente disponibili per la maggior parte delle persone, partecipare alla vita della comunità può essere molto difficile per coloro che non possiedono i beni in questione.”.