1 Giugno 2020

Per noi va male, il buio cresce. L’Italia sta vivendo i giorni peggiori della sua storia recente. I contagiati da COVID-19, già secondi al mondo per numero, potrebbero essere un numero dieci volte maggiore rispetto a quello registrato ufficialmente. “Il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”, lo ha ammesso lo stesso capo della Protezione Civile Angelo Borrelli e tale valutazione troverebbe conferma nelle dichiarazioni di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, che avverte: il conto vittime potrebbe essere grandemente inesatto, per difetto.

Questa situazione di straordinaria gravità dovrebbe imporre alla politica, ai media ed all’opinione pubblica un atteggiamento cauto e responsabile, ben diverso da quello che si è avvertito finora nel rapporto con gli altri soggetti della Comunità internazionale. Nel giro di qualche settimana, l’anti-europeismo più radicale è dilagato, mentre torme di internauti accoglievano entusiasticamente soltanto le notizie di aiuti provenienti dalla Cina ed ignorando o minimizzando la solidarietà di altri nostri vicini ed alleati (UE e USA). Il perché è chiaro: nonostante la tragedia in atto, la politica internazionale non si è fermata, né per gli italiani, né per quegli attori globali interessati a giocare un ruolo nel futuro del nostro Paese. La “diplomazia delle mascherine” cinese, ben lungi dall’essere mera solidarietà disinteressata, ha due obiettivi concreti:


  1. Ripulire l’immagine negativa che il virus ha lasciato. Non soltanto la Cina è il paese che ha trasmesso il COVID-19 al mondo, ma la mancanza di trasparenza e di libertà per le autorità sanitarie hanno trasformato un’epidemia locale in una pandemia globale. Li Wenliang, il medico che per primo aveva scoperto il nuovo coronavirus, fu “fermato dalla polizia, minacciato, screditato dalle autorità ed arrestato insieme a sette colleghi” nei momenti chiave che avrebbero permesso un efficace contenimento del virus.
  2. Velocizzare la ripresa globale ed italiana in particolare. Il faraonico progetto della “Nuova Via della Seta”, volto a ridisegnare l’Ordine globale, ha bisogno di ripartire al più presto e l’Italia ne è una tappa fondamentale. Pechino ha già affrontato e (parzialmente) domato il COVID-19 ed ha la possibilità di rimettere in moto la sua economia. Ma avendo bisogno della globalizzazione e del libero commercio internazionale per avere una piena crescita economica, Xi Jinping spera di poter abbreviare le sofferenze dei paesi che si stanno avvicinando all’orbita di Pechino.

Quindi, sebbene l’Italia si trovi costretta ad acquistare presidi medici made in china, visto che soltanto la Cina possiede un’industria capace di produrne i quantitativi richiesti dalla domanda globale, è doveroso ricordare che Pechino sta sfruttando l’invio delle sue mascherine sanitarie allo scopo di ottenere una futura influenza politica. Quindi, al di là dell’indispensabilità del contributo cinese nel combattere questa guerra silenziosa, la loro “solidarietà” avrà un caro prezzo. Joshua Wong, leader delle proteste studentesche a Hong Kong, avverte: “Se il governo italiano mancherà di proteggere la nazione contro le ambizioni autocratiche della Cina, le conseguenze di una perdita di sovranità e di autonomia saranno ancora più disastrose”.

Quella stessa parte dell’opinione pubblica, che invocando la bontà degli aiuti cinesi non ne vede il disegno, per ingenuità o in malafede, afferma anche che il resto della Comunità internazionale e gli alleati in particolare ci avrebbero abbandonato. Non è così. Lontano dai riflettori e dal bisogno di fare propaganda politica, molti altri Paesi hanno investito l’italia di aiuti. Si ricordino, tra gli altri, gli inattesi arrivi di staff medici provenienti da Cuba ed Albania, gli ingenti volumi di materiale sanitario inviati da Francia, Germania ed Austria (3,6 milioni di mascherine), i pazienti italiani ricoverati in strutture tedesche e gli aiuti inviati dagli statunitensi, che approfondirò in un prossimo articolo.

Per descrivere altri consistenti e molto discussi aiuti internazionali, quelli provenienti dalla Federazione Russa e dell’Unione Europea, mi avvarrò dei contributi che mi sono stati inviati da Nicolò Ferraris, studente magistrale in Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano e da Matteo da Rulando, studente magistrale in Studi di Sicurezza Internazionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna.

Dalla Russia con amore (?)

“Qualsiasi azione di politica estera che la Federazione Russa abbia intrapreso, soprattutto in seguito all’annessione della Crimea del 2014, sembra sempre essere accompagnata da dubbi sulla propria natura e scopi. La ormai celebre politica di manipolazione delle informazioni perpetrata dalla presidenza Putin ha avuto come effetto collaterale quello di gettare un’ombra di inaffidabilità sull’operato della Russia. Di conseguenza, anche gli aiuti che sono stati mandati dal Cremlino a Roma negli ultimi giorni non vengono creduti, in larga parte, come atto umanitario e filantropico.

Tutto comincia nella giornata di sabato 21 marzo, in cui il Premier Giuseppe Conte ha intrattenuto una lunga telefonata con il Presidente Putin, al termine della quale il Cremlino si è offerto di inviare aiuti ad un’Italia in emergenza sanitaria. Così, la sera seguente, sono atterrati a Pratica di Mare i primi 9 aerei Ilyushin, trasportanti oltre 100 medici militari esperti nella guerra batteriologica e materiale sanitario russo. Tutto questo offerto dal Ministero della Difesa di Mosca.
Al momento, gli specialisti russi stanno operando in coordinamento con 150 sanitari e tecnici volontari degli Alpini e altri operatori di Emergency nell’ospedale da campo costruito temporaneamente nella fiera di Bergamo, una delle città più colpite dall’emergenza Coronavirus in Italia.


L’atteggiamento della stampa italiana è stato largamente critico dell’intervento russo nel Belpaese. In particolare, il quotidiano La Stampa ha pubblicato articoli in cui vengono espressi forti dubbi sulla bontà dell’operato di Mosca in Italia, e secondo alcuni autori la delegazione è stata inviata più per motivi geopolitici che per scopi umanitari. Sicuramente, la volontà di apparire sotto una luce positiva, sia sul fronte esterno che su quello interno, ha spinto il governo di Mosca a intervenire, ed è anche ipotizzabile un auspicio a ricevere da parte dell’Italia un aiuto alla rimozione delle sanzioni economiche ancora imposte alla Russia da parte dell’Unione Europea.
Spingendosi oltre nel regno delle speculazioni, al momento militari russi hanno accesso indisturbato al territorio italiano, a pochi passi dalle basi NATO.

Tutte queste, però, rimangono solamente ipotesi. Sergey Razov, l’ambasciatore della Federazione Russia in Italia, ha espresso con una lettera un forte dissenso nei confronti delle opinioni critiche degli aiuti russi in Italia (quelle de La Stampa in particolare) e ha dichiarato che “gli amici si vedono nel momento del bisogno”. Inoltre, l’invio di medici militari è stato spiegato con il fatto che in Russia è l’esercito ad essere preparato per affrontare emergenze, quindi anche epidemie, e a mobilitarsi in fretta per raggiungere zone remote del Paese. Dunque, l’intervento non avrebbe potuto essere altro che militare.

In un momento di emergenza come questo rifiutare degli aiuti internazionali è semplicemente controproducente. Tuttavia, come afferma il generale Marco Bertolini, “bisogna evitare che una crisi di carattere sanitario diventi una vicenda politico-militare. Va bene se c’è un’offerta di aiuti, ma bisogna anche mettere dei paletti”. Accettare gli aiuti offerti da Mosca con il beneficio del dubbio è doveroso, e proprio il dubbio, che non deve essere taciuto, potrebbe evitare all’Italia di incappare in risvolti imprevisti.”

Nicolò Ferraris, Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Genova, attualmente iscritto alla laurea magistrale in Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano

Il virus attacca Bruxelles

“Pur trattandosi della minaccia che per eccellenza non conosce confini, l’epidemia di COVID-19 sta paradossalmente riportando in auge lo stato nazionale: chiusura delle frontiere, uso massiccio delle forze armate e richiami patriottici ne sono solo alcuni esempi. A ciò si affianca la tendenza -ormai ricorrente in tempi di crisi- di identificare l’Unione Europea come capro espiatorio delle falle e delle performance negative degli stati membri. Certo, l’Unione non è un organo ottimale da manovrare in tempi di contingenza, costretta com’è tra burocrazia, rigidi processi decisionali e veti incrociati. Un’occhiata alle effettive competenze e capacità di Bruxelles ci aiuterà a comprendere con più chiarezza le misure messe in campo in risposta al Coronavirus.

Secondo quanto istituito dai Trattati, L’UE ha competenza esclusiva solamente sugli affari commerciali, il mercato interno e le politiche monetarie. Su una vasta serie di altri temi invece -tra cui anche la sanità pubblica e la protezione civile- l’Unione ha competenza concorrente, ovvero può erodere la competenza nazionale una volta che cominci a legiferare in tali materie. Andando però più nei dettagli tra gli articoli del TFUE, emerge che questa competenza è spesso limitata a sostenere e completare l’azione degli stati membri, ovvero si traduce solamente nella condivisione di best practices, regolamentazioni, attività di coordinamento, progetti di ricerca e finanziamenti. Non esiste nell’atto pratico nessun servizio sanitario o corpo di protezione civile sovranazionale.

Se andiamo poi a vedere il bilancio effettivo dell’UE, su un totale di 1.807 miliardi, la maggior parte viene devoluta in sussidi agricoli (420 miliardi, il 39%), mentre sanità e protezione civile ricevono rispettivamente 449,39 e 223,78 milioni di euro.

Ciò nonostante il ventaglio di strumenti che l’Unione Europea può adoperare è estremamente ampio e multisettoriale. Oltre alla storica manovra della BCE da 750 miliardi a vantaggio dei mercati finanziari, la Commissione Europea è riuscita a ricavare -“spremendo” bilancio ordinario, fondi strutturali ed altri fondi non stanziati- un budget complessivo di 65 miliardi da investire nell’economia reale: al suo interno troviamo il Fondo di solidarietà, riformato per includere le crisi sanitarie, ed il Coronavirus Response Investement Initiative, creato ad hoc per sostenere con 37 miliardi strutture sanitarie e PMI a rischio. Dato che il maggiore stimolo fiscale non può che venire dagli stati, è stato sospeso il Patto di Stabilità ed ammesso l’aiuto di stato alle imprese.

Sul fronte delle politiche sanitarie la Commissione ha attivato i fondi di emergenza del programma Horizon 2020, 47.5 milioni che verranno investiti nella ricerca di un vaccino.

Un sistema di appalti pubblici congiunto doterà gli stati membri di una piattaforma che faciliti l’acquisto di equipaggiamento medico strategico, mentre lo European Centre for Disease Prevention and Control è attivo 24/7 per monitorare il diffondersi dell’epidemia e fornire supporto tecnico. La DG ECHO (Direzione Generale per la protezione civile e le operazioni umanitarie) ha invece creato la RescEU Stockpile -una riserva di emergenza di materiale sanitario per un valore di 80 milioni che può essere inviata su richiesta a paesi particolarmente colpiti. Non ultimo, il Meccanismo Europeo di Protezione Civile, incaricato di coordinare i servizi nazionali di emergenza, ha consentito il rimpatrio di 2.714 persone rimaste bloccate all’esterno in assenza di voli civili, operazione che ha anche visto al lavoro i diplomatici del Servizio Europeo per l’Azione Esterna.

Di fronte ad una crisi epocale come quella che ci si prospetta davanti, molto può e deve essere ancora fatto. Non vi è dubbio che questo è il momento della solidarietà, non solo per motivazioni morali o ideologiche, ma perché è la stessa natura del virus che lo richiede: se un paese membro rimane indietro, questo metterà a rischio la ripresa dell’intero continente. Per questo motivo alle istituzioni europee deve essere lasciato il più ampio margine di manovra. Da parte nostra, non dobbiamo confondere l’Europa sovranazionale, che agisce nei limiti imposti dai Trattati, con l’Europa nazionale ed intergovernativa, dove i rigurgiti sovranisti in ultima istanza mettono a rischio l’efficacia della nostra risposta.”

Matteo da Rulando, Ex-allievo della Scuola Militare Aeronautica “G. Douhet” di Firenze, è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Genova ed è attualmente iscritto alla magistrale in Studi di Sicurezza Internazionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna

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Lamberto Frontera
Lamberto Frontera

Classe 1995, laureato in Scienze Politiche (Studi internazionali), frequento il Corso di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali presso l'Università "Cesare Alfieri" di Firenze.
Scrivo per Uni Info News da marzo 2015.

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