25 Febbraio 2020

Ieri (giovedì 2 gennaio) il Parlamento turco ha approvato la mozione governativa per l’invio di truppe a sostegno del premier libico Fayez al-Sarraj, segno di un inedito intensificarsi delle ingerenze nella guerra in Libia. Sorgono spontanee alcune domande. Perché Erdogan sostiene militarmente il governo al-Sarraj? Contro quale avversario lo sostiene? Qual è (e quale è stata) la posizione dell’Italia nei confronti del caos libico?

Per rispondere a questi interrogativi, bisogna innanzitutto addentrarsi brevemente nella storia recente del martoriato paese nord-africano e comprendere che il conflitto in corso, più che una guerra civile tra i soli libici, sta assumendo i tratti di una sempre più complessa proxy war. Alle profonde fratture di uno Stato senza nazione, si sono unite altre ragioni di conflitto, due su tutte: il controllo delle risorse del paese e lo scontro che si sta consumando all’interno del mondo arabo-sunnita riguardo il ruolo della religione nello stato.


E’ difficile trovare il principio di tutto ciò, ma il febbraio del 2011 è un buon punto di partenza. Al tempo, di fronte all’intensificarsi delle proteste contro il suo regime, sull’onda della primavera araba che attraversava gran parte del Medio Oriente, Gheddafi rispondeva duramente, reprimendo nel sangue le manifestazioni organizzate dall’opposizione. Cominciava una (prima) guerra civile che mieterà quasi 50.000 vittime tra i soli civili.

Ad un mese dall’inizio delle ostilità, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, su pressioni francesi, con la risoluzione 1973, approvava un’azione militare volta ad interrompere i bombardamenti sulla popolazione civile, compiuti dalle forze di Gheddafi, legittimando implicitamente le ragioni degli oppositori del regime. Eliminato Gheddafi, crolla quel sistema di potere, quel non-Stato, che il dittatore aveva costruito in più di trent’anni di governo e la nazione libica corre verso la transizione democratica. Tra il 2012 ed il 2013 si tengono le prime libere elezioni degli ultimi 48 anni, con un alto tasso di partecipazione e di entusiasmo, ma non tutto va come dovrebbe andare.

I governi che si alternano dalla caduta del regime al 2014 non rispondono adeguatamente alla sfida della ricostruzione del paese. Sebbene sia certo che i membri della Comunità internazionale e della coalizione NATO non abbiano fatto abbastanza per sostenere la nascitura democrazia – si ricordi il rammarico dell’allora Presidente Obama, pentito di aver sostenuto l’interventismo della Francia di Sarkoszy, senza che questi avesse un piano per la pace – furono proprio i libici a desiderare che l’Occidente non contribuisse attivamente alla ricostruzione, con una forte retorica anti-neo-colonialista. Nonostante ciò, gli Stati Uniti, dopo aver contribuito ad abbattere il sanguinario regime di Gheddafi, versano, in questa prima fase, 118 milioni di dollari in assistenza umanitaria (quasi 7 milioni verranno offerti anche dall’Italia nel solo 2014).

Il forte supporto diplomatico statunitense cessa, però, nel giugno 2012, quando l’Ambasciatore Chris Stevens viene assassinato, con altri tre americani, da un gruppo di miliziani probabilmente affiliati alla brigata islamista di Ansar al-Sharia. È la dimostrazione che, sebbene si sia instaurato un primo regime democratico, a causa della storica frammentazione etnica, tribale e religiosa della nazione libica, della facile reperibilità di armi nel paese e della difficoltà per le nuove autorità di gestire questa fase complessa, i gravi problemi interni al paese, lungi dall’essere state risolti, stanno per esplodere.

Terminata la legislatura del primo parlamento, nel 2014 la Libia torna alle urne in un clima decisamente diverso e caratterizzato da una bassa partecipazione elettorale (vota solo il 18% degli aventi diritto). L’aria è cambiata e l’ascesa del sistema democratico si arresta. Già dal 2013, infatti, alcuni partiti islamisti avevano preso il controllo dell’Assemblea (Congresso Nazionale Generale) varando un’applicazione della Shaaria. In risposta, nel febbraio 2014, una figura destinata a diventare celebre, quella del Generale Khalifa Haftar, aveva lanciato un’offensiva militare (operazione Dignità) contro i gruppi armati islamisti di stanza a Bengasi, promettendo di liberare il paese dal fondamentalismo religioso. Sotto la bandiera di un laicismo autoritario, egli raccoglie ciò che resta delle sopravvissute forze di Gheddafi. Haftar, personaggio dal passato oscuro, peraltro, era un ex ufficiale del Rais che, dopo aver disertato dalle fila dell’esercito libico negli anni ’90, aveva riparato negli Usa fino al 2011.

Nella primavera del 2014 cominciano ad intravedersi le due più grandi fazioni che tutt’ora si combattono: non le sole, ma le uniche in grado di raccogliere un ragguardevole consenso tra i libici e l’attenzione ed il sostegno di numerosi attori internazionali.


Mappa del conflitto (2015). Fonte: Limes, rivista italiana di geopolitica
Mappa del conflitto (2015). Fonte: Limes, rivista italiana di geopolitica

Semplificando, i risultati delle elezioni di quel 26/06/2014 spaccano il paese, innescando violenze sempre più vaste e sentenziando la fine di quel primo esperimento democratico, cominciato nel 2011 e minando la stessa unità territoriale del paese. Ad est, a Tobruk, si radunano le milizie fedeli al Gen. Haftar, sotto la bandiera del Lybian National Army (LNA). Ad ovest, invece, nella capitale di Tripoli, ci sono Abdullah Al-Thani ed al suo governo, sostenuti dalle forze del Government of National Accord (GNC), di Alba libica e dei Fratelli Musulmani e riconosciuti dalla Comunità internazionale. Essi, appartenenti al mondo sunnita, perorano la causa di un islamismo di stato (più o meno) democratico, sull’onda dell’esperimento tentato (e fallito) dai Fratelli Musulmani in Egitto.

Nel corso del 2015, comunque, la Comunità internazionale, tramite la mediazione ONU, interviene per mitigare le posizioni più radicali dell’ovest, promuovendo l’investitura del governo al-Sarraj nel dicembre 2015. Questi, espressione di un compromesso, viene posto a capo del Governo di Accordo Nazionale ed “importato” in Libia (si trovava in Tunisia) soltanto nel marzo 2016. Quest’ultima informazione è utile per comprendere quanto, sebbene sia  necessaria la mediazione ONU (condotta prima da Bernardino Leon e poi da Kobler), essa resti fragile, avendo investito di un’autorità così grande un rappresentante che, per lunghi mesi, non aveva potuto neanche risiedere nella capitale del proprio stato.

Il conflitto tra il GNC e l’LNA assume una particolare importanza poiché diventa la frattura su cui insistono gli attori internazionali, regionali o globali, trasformando una guerra civile, quella libica, in quella che viene definita una proxy war, una guerra per procura per eccellenza. Numerosi soggetti statali, infatti, motivati da ragioni diverse (religiose, economiche, di politica interna ed estera), sceglieranno di sostenere, in vario modo, Al-Sarraj o Haftar, alterando drammaticamente le forze sul campo, i loro finanziamenti ed il futuro della nazione libica. Un futuro che difficilmente potrà essere scritto dalla volontà dei soli libici, ma che dipenderà grandemente dalla volontà, dalle risorse e dalle strategie delle nazioni che più attivamente parteggiano per uno o per l’altro contendente.

Dal 2015, quindi, si combatte una logorante guerra di manovra, volta alla conquista dei pozzi petroliferi, delle più grandi città e degli snodi economico-logisitici del paese. Dal 2015 ad oggi, la guerra civile è proceduta lentamente, senza che mietesse un numero straordinariamente grave di vittime (non c’è una crisi umanitaria in atto) e combattuta da eserciti frammentati in decine di piccole milizie semi-indipendenti, sulle quali gli stessi Al-Sarraj ed Haftar hanno poco controllo.

La fase più accesa del conflitto non è stata tra i due principali contendenti, ma, a cavallo di 2015 e 2016, per arrestare la crescita di ISIS. Al-Baghdadi, eliminato dalle forze speciali americane nel novembre di quest’anno, avendo cominciato a subire le prime sconfitte in Siria ed Iraq, aveva bisogno di aprire un secondo fronte nel caos libico, per addestrare i suoi guerriglieri ed organizzare gli attentati in Europa. Alla guerra contro ISIS partecipano tutti, emergendo, con un ruolo da protagonisti, proprio quegli Stati Uniti che dal 2012 si erano defilati dalla deflagrazione del paese. Essi, preoccupati soltanto dall’ascesa di Daesh ed inseguendo le tracce lasciate dagli autori di numerosi attentati compiuti sul suolo europeo, lanciano più di cinquecento attacchi aerei sulle postazioni del Califfato, sconfiggendolo dal cielo. Con il Pentagono collaborano particolarmente le milizie di Misurata e le forze di Al-Sarraj.

Più recentemente, la guerra ha ripreso slancio con l’offensiva che il Generale Haftar, forte del sostegno di numerosi alleati, ha scagliato contro Tripoli, nel tentativo di strappare la capitale al GNC e vincere la guerra. L’offensiva, però, si è arenata nelle periferie della capitale, in un dedalo di scontri destinato a durare ancora a lungo. Eppure, Haftar si era convinto di poterla vincere facilmente quella battaglia e ciò grazie al contributo di russi e cinesi. I primi hanno inviato le truppe paramilitari della Wagner, i secondi hanno venduto numerosi droni da guerra Wing Loong. Ma che c’entrano russi e cinesi con Haftar? Perché lo sostengono? Ecco che si rende necessario approfondire le ragioni degli stati che stanno influenzando così marcatamente le sorti del conflitto.

Con Al-Sarraj si schierano in molti, ufficialmente molti di più di quanti lo sostengano effettivamente sul campo. A livello regionale è sostenuto da Turchia e Qatar, paesi di forte ispirazione islamica che sostengono la causa di coloro che, nel mondo arabo-sunnita, si battono per costruire entità statuali ancorate alla legge coranica. Erdogan, con il suo AKP, è il chiaro artefice di questo orientamento, il quale vorrebbe intrecciare islam e democrazia, favorendo, però, troppo spesso, il primo alla seconda. Riguardo le forze che presto verranno inviate per liberare Tripoli dall’assedio, “non ci sono cifre ufficiali, ma negli ultimi tempi lo stesso Erdogan aveva accennato alla disponibilità di spedire almeno 5.000 soldati regolari. A loro è stimato possano venire affiancati sino a 1.600 volontari-mercenari siriani arruolati tra i miliziani sunniti”.

Il GNC è sostenuto, poi, in via ufficiale, dall’Onu e da alcuni paesi che hanno investito in questo progetto politico. Tra di essi c’è l’Italia. Gli Stati Uniti, mentre contribuivano in modo determinante alla sconfitta del Califfato libico e sebbene molti osservatori ne intravedano la mano dietro la rapida ascesa del Gen. Haftar, sostengono anch’essi la soluzione Onu ed Al-Sarraj. Un sostegno legato soprattutto alla lotta al terrorismo ed alla volontà di rispettare il percorso intrapreso dalla mediazione delle Nazioni Unite. Ma con l’insediamento di Donald Trump, il ruolo americano nel mediterraneo è mutato e si è drammaticamente ridotto. Lo stesso Presidente Usa, in una conferenza stampa congiunta con l’allora Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, disse che non vedeva “alcun ruolo americano in Libia”, sintomo che il caos libico non sia percepito come un problema statunitense, ma come un nostro problema.

Con Haftar, invece, si schierano, a livello regionale, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita. Il governo egiziano è un fervido sostenitore del laicismo di stato e combatte una guerra senza quartiere a quei partiti (come i Fratelli Musulmani), che vorrebbero imprimere alla società un più marcato orientamento islamista. L’Arabia Saudita e gli Emirati, che riescono a far coesistere “religione e business”, vedono in quei partiti una minaccia alla stabilità ed ai proficui rapporti con l’Occidente.

L’Egitto, che ha vissuto l’esperienza del governo dei FM, giunti al potere dopo la loro primavera araba, è retto dal governo autoritario di Al-Sisi. Egli ha fatto della lotta all’Islam politico la sua bandiera, in politica interna ed estera, considerando ciò che avviene in Libia, paese con cui condivide un confine lungo 1000km, di vitale interesse nazionale. Il laicismo promosso da Al-Sisi, però, ha una forte controindicazione, di cui ha fatto le spese il nostro ricercatore Giulio Regeni: il sanguinario autoritarismo. Haftar, in parte, né è la diretta espressione. L’interesse egiziano per lo scenario libico è motivato anche da forti interessi economici ed è una reazione alle ingerenze di rivali regionali, come la Turchia, sfumatura di un esistente dilemma della sicurezza.

L’LNA è sostenuto, in varia misura, anche da Russia e Cina, per ragioni diverse. La Russia perché, intenta a realizzare un forte attivismo in politica estera, dall’Ucraina alla Siria, si inserisce laddove gli Stati Uniti abbandonino il campo, lasciando spazio di manovra alle loro iniziative. Il sostegno ad Haftar è motivato dall’aver individuato in lui quella figura capace di riattivare i proficui rapporti che i russi avevano con il regime di Gheddafi e  dall’intento di sostenere l’uomo politico che più preferiscono per il MENA: autoritario ed anti-islamista. Dalla metà del 2017 sembrava che Putin avesse scelto di proporsi come mediatore tra le parti in lotta. Adesso, però, sebbene il Cremlino smentisca, è attestata la presenza di centinaia di paramilitari russi alle periferie di Tripoli, punta di lancia dell’offensiva di Haftar sulla capitale.

La Cina, che in Libia aveva 40.000 lavoratori ai tempi di Gheddafi, ha investito nel paese 40 miliardi per la costruzione di infrastrutture legate a sostenere il titanico progetto della Nuova via della seta, volto a tentare di ridisegnare l’ordine globale. La guerra sta bloccando i loro piani e sebbene Pechino sostenga ufficialmente la mediazione Onu, appoggia (più o meno visibilmente) Haftar, motivando la scelta di campo dall’urgenza di stabilità, necessaria per cogliere i frutti di quelli investimenti.

A questi attori si aggiungono Francia ed Italia, di cui affronterò le ragioni del coinvolgimento in un prossimo articolo. Per adesso, avendo brevemente elencato quali paesi siano coinvolti nel destino libico, è possibile trarre un paio di conclusioni.

Innanzitutto che, una volta invitato a partecipare, a “foreign intervention is the guest that settles and seizes control of the house“, come ha messo in guardia Ghassan Salamé, Head of the United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL) e che sia difficile pensare ad un ritiro unilaterale da parte di uno qualsiasi degli attori in gioco. Allo scontro tra gli attori libici, si è aggiunto il conflitto tra attori regionali (Egitto ed Arabia Saudita da un lato, Turchia e Qatar dall’altro) e la competizione tra attori globali, come Russia, Usa e Cina. L’Unione europea, nel caos libico, non parla con un’unica voce e gli interessi degli stati coinvolti maggiormente, Francia ed Italia, sono profondamente divergenti.

Se è vero che il mondo attuale – e questo sistema internazionale – è volatile, incerto, complesso ed ambiguo (VUCA), è vero, in particolare, per l’area mediorientale e nord-africana. In Libia non esiste alcunché di certo, neanche la collocazione di tante milizie, le quali, molto ambiguamente, cambiano fazione con impressionante volatilità. Ad ora, non si intravede una soluzione al conflitto libico, né di tipo politico né militare, così complesso ed inestricabile (anche) a causa delle vaste ingerenze esterne. E’ probabile, piuttosto, che siano proprio esse il principale ostacolo alla pace.

 

Lamberto Frontera

Caos Libia: storia della guerra a noi più vicina
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Caos Libia: storia della guerra a noi più vicina
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In Libia si combatte un'aspra guerra civile dal 2014. Un conflitto tra i soli libici oppure una sempre più complessa proxy war?
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Classe 1995, laureato in Scienze Politiche (Studi internazionali), frequento il Corso di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali presso l'Università "Cesare Alfieri" di Firenze.
Scrivo per Uni Info News da marzo 2015.

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