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Simone Bacci - 23 Luglio 2014

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Simone Bacci - 23 Luglio 2014

Inchiesta sul conflitto israelo-palestinese (Parte 2 di 3)

Simone Bacci - 23 Luglio 2014
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Introduzione

Spesso la modernità tra la superficialità dei social network e le fonti di informazione più o meno esatte (e di parte) ci porta a dare giudizi affrettati e poco documentati. Leggendo uno stato Facebook di una persona famosa o comunque affine al nostro pensiero si è portati a non metterne in discussione i contenuti. Invece io penso che prima di parlare, specie riguardo argomenti delicati, dovremo documentarci a fondo ma la tendenza purtroppo è quella di assoggettarsi sempre di più al pensiero comune. In questi giorni tanto si è parlato del conflitto Israelo-Palestinese, ho sentito tante opinioni molto informate ma altre (purtroppo la maggior parte) completamente non ragionate, prive di qualsiasi logica e fondamento storico-politico.

Quando si parla di un conflitto così duraturo e così denso di cause storiche, politiche, culturali, religiose e sociali non ci si può limitare a dire “ha ragione la parte che sta subendo più morti”, “C’era prima Israele”, “Israele difende gli interessi del capitalismo”, “Gaza vuole soltanto stare in pace”, “Netanyahu assassino”, non si può neppure dare la colpa a chi stavolta ha iniziato per prima. C’è un ordine logico preciso da seguire per ripercorrere le tappe di questo conflitto che non può essere ignorato per pronunciarsi in maniera consapevole sull’argomento.

Sono questi i motivi per cui prima di scrivere questo articolo e di esprimermi sull’argomento ho voluto fare una ricerca approfondita. Questa inchiesta sul conflitto israelo-palestinese è sarà divisa in tre parti, le prime due si limiteranno a fornire al lettore un’approfondita conoscenza di tutti gli elementi storici necessari per comprendere da dove nasce questo conflitto e cosa sta succedendo oggi. Nella terza parte invece mi esprimerò sul conflitto con le valutazioni personali scaturite da questo studio. Lascio al lettore ogni tipo di valutazione postuma.

 

[Clicca qui per leggere la prima parte: dalle origini al 1947]

 

Parte seconda: dalla nascita dello stato di Israele ai giorni nostri

Dopo la seconda guerra mondiale il 29 Novembre 1947 la Gran Bretagna si trova costretta a mettere il mandato nelle mani dell’ONU che sotto un Comitato Speciale propone un piano per spartire i territori interessati che assegnava il 57% delle terre agli ebrei ed il 43 agli arabi, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Il piano fu accettato dai primi, ma respinto dai secondi, e venne sottoposto al voto dell’Assemblea Generale, che emise la storica “risoluzione 181”, con 33 paesi a favore, 13 contrari, e 10 astenuti.

La Gran Bretagna annunciò l’intenzione di restituire il mandato il 15 Maggio del 1948. Ma i fermenti provocati dalla decisione ONU esplosero molto prima di quella data, precipitando la regione in uno stato di caos, e mettendo gli inglesi in serie difficoltà. Ora in chiaro contrasto con l’Inghilterra, sembrava essere passato decisamente agli USA il ruolo di sostenitori della causa sionista.

La storica risoluzione dell’ONU aprì la strada che porta fino ai giorni nostri. Una strada piena di odio, violenza, guerre e trattati di pace traditi. In questo scenario confusionario alcune organizzazioni sono essenziali per comprenderne la storia, soprattutto dal lato palestinese: Hamas, Al-Fatah e l’OLP.

Nascita dello stato di Israele­­­­­­­­­­­­­­­­­­

Il 9 Aprile 1948 le milizie di Irgun e Lehi massacrarono l’intera popolazione del villaggio di Deir Yassin. La notizia si sparse in fretta dappertutto, ed i palestinesi iniziarono a fuggire in massa verso il Libano a Nord, la Cisgiordania ad Est, e l’Egitto a Sud del paese. Il  14 Maggio 1948 veniva proclamato a 47-48-oTel Aviv il nuovo stato di  Israele, mentre gli ultimi reparti di soldati inglesi lasciavano in  fretta e furia il territorio. I palestinesi ricordano quella data  come “al-Nakba”, che significa “La Catastrofe”. Le forze israeliane,  assistite dai gruppi militanti di Irgun e Lehi, si impadronirono  immediatamente del territorio a loro assegnato, appropriandosi  anche di sostanziose porzioni destinate invece ai Palestinesi. In  poche ore gli israeliani controllavano l’intera Galilea, il Negev,  Gerusaslemme Ovest, e buona parte delle pianure costiere. Il  giorno seguente gli eserciti di Giordania, Siria, Egitto, Libano e  Iraq attaccarono Israele, ma furono sconfitti con relativa facilità  dalla superiorità militare israeliana. Si venne così ad un armistizio,  i cui confini ricalcavano da vicino quelli del precedente Mandato  Britannico.
La differenza più vistosa era costituita dalla striscia costale di  Gaza, che andava agli egiziani, e la Cisgiordania (West Bank) con  Gerusalemme Est, che passava sotto il diretto controllo della Giordania. In altre parole, da un punto di vista geografico, Israele aveva sostituito in pieno gli inglesi nel controllo dell’intero territorio palestinese, fatto salvo per quelle zone – Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est – che avrebbe poi invaso in seguito.

Yassir Arafat

Nel 1959 Yassir Arafat, un palestinese nato in Egitto, fondava in Kuwait un’organizzazione segreta di stampo socialista chiamata Al-Fatah, a nome della quale, nel 1964, dichiarava la lotta armata contro Israele. Nello stesso anno i paesi arabi, nel tentativo di tenere sotto controllo il popolo palestinese, creavano l’OLP (Palestinian Liberation Organization). Ma i palestinesi, che fino ad allora erano stati spettatori passivi degli scontri fra arabi ed israeliani, ambivano ad agire indipendentemente. E nel 1968, quando Al-Fatah ed Arafat inflissero gravi perdite all’esercito israeliano nella località di Karameh, in Giordania, i palestinesi ritrovarono il lui il loro leader naturale.

Nel 1969 Arafat venne acclamato presidente dell’OLP da tutto il popolo.

La guerra dei sei giorni

palestina-guerra sei giorniNel frattempo la mappa del territorio era ancora cambiata. Nel 1967 vi era stata la guerra-lampo, o “Guerra dei sei giorni”, in cui le armate di Moshe Dayan avevano facilmente sconfitto quelle egiziane, dopo averne distrutto a terra, in un attacco a sorpresa, buona parte dell’aviazione. I nuovi confini di Israele presentavano ora un territorio quasi raddoppiato,  che andava della rive del Mar Rosso (penisola del Sinai), fino alle Alture del Golan (Siria), e comprendeva la Cisgiordania e la città di Gerusalemme. Un altro mezzo milione di palestinesi era stato nel frattempo sradicato dalle proprie abitazioni, e si era andato a riversare nei già ribollenti campi profughi dei vicini paesi arabi.

Le Nazioni Unite emettevano allora la risoluzione 242 che ordinava “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la guerra”, e chiedeva “il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto”.

Ma questo non sarebbe avvenuto. 

Guerra dello Yom Kippur

Sei anni dopo, nel 1973, Egitto e Siria si lanciarono alla riconquista dei territori perduti, in quella che fu definita la “Guerra dello Yom Kippur”. Inizialmente gli arabi ebbero la meglio, ma la reazione israeliana, grazie anche ad una notevole iniezione di armamenti da parte degli Stati Uniti, portò le armate di Tel Aviv a conquistare ancora più territorio di quello che già avevano in Siria, oltre alla sponda occidentale del Canale di Suez. A quel punto intervenne l’ONU che impose, con un’altra risoluzione, la 338, la sospensione dei combattimenti e l’obbligo per le parti di cercare un accordo per una pace duratura.

Nel frattempo era scesa in campo l’Arabia Saudita, che aveva messo in ginocchio l’occidente scatenando la crisi del petrolio del 1973, grazie ad un criterio di vendita che discriminava apertamente – con prezzi più o meno di favore – fra “nemici” ed “amici ” di Israele.

Si suppone che questa mossa abbia contribuito molto alla decisione degli Stati Uniti di appoggiare la risoluzione 338.

Ormai già da anni il petrolio aveva focalizzato l’attenzione dei grandi sul Medio Oriente, e vi erano stati svariati incidenti – come quello del 1969 in cui Israele abbatté “per sbaglio” quattro caccia russi – che avevano fatto intravvedere la possibilità di uno scontro diretto fra Russia ed America. D’altra parte il periodo era quello della guerra fredda.

Gli schieramenti, che si erano andati delineando nel tempo, vedevano a quel punto la Russia apertamente schierata con i paesi arabi, gli Stati Uniti altrettanto con Israele, mentre Francia ed Inghilterra si nascondevano dietro una poco credibile posizione di “neutralità”. Fu in questo periodo che Israele ottenne dagli Sati Uniti la tacita garanzia di una protezione contro l’obbligo di implementare la 242.

Con gli enormi interessi sul petrolio a far da ago della bilancia, nacque anche la tendenza, fra gli stati europei, a prendere posizioni sempre più ambigue, e non certo utili alla stabilizzazione della regione. Chi ci andava di mezzo, ancora un volta, era il popolo palestinese, nuovamente escluso da lotte e interessi decisamente più grandi di loro.

Nel frattempo la lunga battaglia di Arafat con Israele era culminata, nel 1972, con l’uccisione di 11 atleti israeliani alle le Olimpiadi di Monaco. A torto o a ragione, Arafat era riuscito ad imporre all’attenzione del mondo il problema palestinese.

1973 – 2013: sviluppi negli ultimi 40 anni

Le Nazioni Unite avevano sancito ufficialmente “il diritto di ogni popolo che viva sotto occupazione militare straniera, a cercare di liberare la propria terra con qualunque mezzo a disposizione”.

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Ma nel 1974 Arafat si presentò alle Nazioni Unite, come rappresentante del suo  popolo, a proporre la fine della lotta armata, in cambio di un serio impegno  internazionale a risolvere l’intera questione.
E alla fine del 1974 il Dipartimento di Stato americano riconosceva ufficialmente, per la prima  volta, che le legittime aspirazioni degli arabi di Palestina debbano essere prese in  considerazione nell’ambito delle trattative di pace arabo-israeliane.

Ma la prospettiva di una possibile convivenza con i palestinesi non piaceva ai leader sionisti,  che predicavano invece un ritorno all’intero territorio “biblico”. In quel momento si  trovavano  in netta minoranza nello schieramento parlamentare, ma non appena il partito  Hirut – erede  del gruppo d’azione Irgun del ’48, e padre dell’attuale Likud, partito di stampo  nazional-  liberale- riuscì ad andare al governo, nel 1977, il lento processo di distensione  iniziato in quegli  anni si arrestò bruscamente. Il primo ministro Menachem Begin, erede del  leader sionista Ben  Gurion, inaugurò la politica “dello stato di fatto”, tesa  all’installazione del maggior  numero possibile di “coloni” nei territori occupati,  per rendere sempre più difficile  un ritorno alla situazione di allora. Adducendo  motivi di sicurezza, fu per la prima volta  dichiarata apertamente da parte di Israele  l’intenzione di non restituire un solo metro della terra conquistata nel 1967 dal generale  Dayan. L’allora ministro dell’Agricoltura, Ariel Sharon, creò un apposito comitato per la supervisione delle operazioni di colonizzazione, che avrebbe poi presieduto fino al 1981.

A sbloccare la sempre più tesa situazione fra arabi e israeliani fu una mossa a sorpresa del presidente egiziano, Anwar el Sadat, che si presentò un giorno (1977) di fronte al parlamento di Tel Aviv, e fece un discorso di apertura che avrebbe portato in poco tempo all’effettiva pace fra Egitto e Israele.

Nel frattempo fu eletto presidente degli USA Jimmy Carter nel 1978, ad ospitare gli storici “Accordi di Camp David“, in cui l’Egitto riconosceva – primo fra gli stati arabi nella storia – lo stato di Israele. Questo in cambio si ritirava dai territori occupati nel ’73, restituendo il Sinai con il prezioso Canale di Suez. Un anno dopo i due stati avrebbero firmato un trattato di pace ufficiale, che è ancora oggi in vigore.

Questo accordo, condotto separatamente dall’Egitto, irritò profondamente gli altri stati arabi, che iniziarono un periodo di boicottaggio, commerciale e morale, verso l’ex-alleato.

accordi di camp davide

accordi di camp david

Se fra gli israeliani ci sono i sionisti, che vorrebbero l’intera regione tutta per loro, fra gli arabi ci sono tanti estremisti, che a loro volta vorrebbero “respingere in mare lo stato di Israele con tutti i suoi abitanti.” E fu proprio un gruppo di questi, uscito dalle fila dell’esercito di Sadat, ad assassinare il presidente egiziano nel 1981. Nel 1982, le azioni di guerriglia contro gli  israeliani partivano principalmente dal vicino Libano, che già ospitava migliaia di rifugiati palestinesi, oltre allo stesso OLP di Arafat, con sede a Beirut.

In seguito ad un attentato, fallito, alla vita del primo ministro israeliano a Londra, l’esercito di Tel Aviv invase il Libano, con il dichiarato intento di spazzare via la guerriglia palestinese. Lo guidava il neo-promosso generale Ariel Sharon, il quale però non si accontentò di eliminare buona parte delle basi dei guerriglieri al Sud, ma prosegui la sua marcia fino alla capitale, dove impose anche l’espulsione immediata dell’OLP dal paese.

Mentre Arafat si rifugiava con i suoi in Tunisia, i campi profughi restavano sotto il controllo completo degli israeliani e della Falange Cristiana libanese, loro alleata. Fra l’11 e il 16 Settembre del 1982, i falangisti sterminarono l’intera popolazione dei campi di Sabra e Chatila, dopo che l’esercito israeliano li ebbe circondati per chiudere ogni possibile via di fuga.

Fu una vera e propria mattanza, e lo scandalo che seguì, nello stesso Israele, portò ad un’inchiesta che si concluse con le dimissioni di Sharon dai vertici dell’esercito. In seguito allo sterminio, era esplosa la cosiddetta “prima intifada“, che coinvolse l’intera popolazione palestinese dai territori occupati di Gaza a quelli della Cisgiordania (West Bank), e che sarebbe durata fino al 1993. Da Tunisi, che ci provasse davvero o meno, Arafat riusciva a fare ben poco per controllare il suo popolo in rivolta.

E quando l’OLP propose finalmente una tregua, con un ritorno alle trattative basato sull’implementazione della 242 (confini 1967) e della 338 (confini 1973), ricevette uno sdegnoso rifiuto da parte di Israele, che annunciava di “non essere disposto a trattare con organizzazioni terroristiche”. Iniziava così quel lento processo di delegittimazione di Arafat dalla guida del suo popolo, che si sarebbe concluso solo nel 2002, con l’umiliazione finale, impostagli da Sharon, della prigionia di Ramallah.

Alla fine della prima Guerra del Golfo, nel 1991, gli Stati Uniti di George H. Bush ripresero in mano la questione palestinese, e nonostante la rigida posizione dell’allora leader sionista, Yitzhak Shamir, riuscirono a convincere le parti in causa a convergere in quello che sarebbe passato alla storia come il Summit di Madrid.

Pare che il Segretario di Stato, James Baker, in una rara presa di posizione contro Israele, abbia personalmente imposto di trattenere una garanzia bancaria di 10 miliardi di dollari, avviata verso Israele, fino a summit avvenuto.

A Madrid Arafat, osteggiato da Israele, non poté andare, e il suo popolo fu rappresentato da una delegazione mista di giordani e di leader palestinesi minori. Partecipò anche la Siria, che sperava di ottenere la restituzione delle Alture del Golan, perse ad Israele nel 1967.

Sotto gli occhi del mondo, furono dati 45 minuti a ciascuna della parti per chiarire la propria posizione e presentare le proprie richieste. I giordano-palestinesi puntarono tutto su una soluzione di convivenza pacifica, Shamir si preoccupò soprattutto di perorare la causa di Israele e di riaffermarne il diritto alle terre conquistate, e il Ministro degli Esteri siriano dedicò gran parte del suo tempo a rivangare il passato “terroristico” dello stesso Shamir. Come ovvia conseguenza gli incontri bilaterali, previsti a seguito del summit, mostrarono presto di avere il fiato corto.

Accordi di oslo: la stretta di mano storica

Accordi di oslo: la stretta di mano storica

La situazione fu sbloccata dal ritorno al governo dei laburisti, guidati da  Yitzhak Rabin, nel 1992. Invece di ripartire dagli incontri bilaterali, arenati in  uno stallo irreversibile, il nuovo ministro degli esteri, Shimon Peres, prese  contatti segreti direttamente con la dirigenza palestinese. Questi incontri,  avvenuti nella lontana e neutrale Norvegia, culminarono con i cosiddetti  “Accordi di Oslo“, nei quali i palestinesi riconoscevano il diritto di  Israele ad uno stato proprio, mentre ottenevano dallo stesso  l’impegno per un progressivo ritiro dalle terre occupate nel 1967.

Il momento di distensione – senza dubbio il più alto in assoluto dell’intera  vicenda – portò alla storica stretta di mano fra Rabin e Arafat, alla Casa Bianca,  davanti ad uno smagliante Clinton fresco di mandato. Per l’occasione fu anche  promulgata una pomposa Dichiarazione dei Principi, che formalizzava  solennemente gli accordi intercorsi.

Arafat, Rabin e Peres avrebbero poi condiviso anche il Premio Nobel per la Pace.

Nonostante le apparenze, gli accordi erano però fragili ed incompleti, poiché avevano dovuto demandare al futuro questioni fondamentali come il ritorno dei profughi palestinesi, o il controllo di Gerusalemme.

Allo scopo di gestire il processo di pace fu ufficialmente creata la Palestinian Authorithy, e quando Arafat fece il suo ritorno trionfale a Gaza, nel 1994, ne divenne automaticamente il presidente.

Il progressivo ritiro dei coloni, previsto dagli accordi, incontrava però una solida resistenza da parte degli stessi, come di tutta l’ala sionista del paese, mentre in certe zone gli israeliani procedevano addirittura ad impiantare nuove colonie.

La strategia inaugurata da Begin cominciava a dare i suoi frutti. A peggiorare le cose intervenne nel 1995 l’assassinio di Rabin, da parte di un giovane fanatico sionista. Che abbia agito di propria iniziativa, o fosse invece una pedina manovrata dalla leadership sionista, con quel gesto diede voce a tutti gli ebrei che non perdonavano a Rabin la restituzione della “terra promessa”.

Seguì, nel 1996, un’ondata di attacchi suicida, da parte dei palestinesi, che facilitarono l’ascesa al governo del “falco” Benjamin Netanyahu. Il leader del Likud “dal pugno di ferro” prendeva il posto di Shimon Perez, che a sua volta aveva sostituito Rabin alla sua morte.

netanyahu

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Netanyahu era dichiaratamente contrario agli accordi di Oslo, e come prima cosa fece togliere il veto che impediva nuove installazioni di coloni nei territori occupati. Questo portò un immediato aumento della tensione, sia a livello locale che internazionale.

Nonostante la rigida posizione di Netanyahu, la Casa Bianca riuscì ad imporgli, con gli “Accordi di Wye River”, la restituzione di buona parte di Hebron, oltre all’impegno per ulteriori restituzioni a breve termine, in Cisgiordania. Ma quando venne il momento di effettuare queste restituzioni, il governo di destra si spaccò, e favorì il ritorno al potere dei laburisti.

Nel 1999 Ekud Barak vinse le elezioni, dopo aver promesso agli israeliani “un accordo definitivo con Arafat entro un anno”.

E l’accordo sarebbe anche potuto arrivare, negli ultimi mesi di presidenza Clinton, non fosse stato per quello che molti hanno definito l’errore supremo di Arafat. Egli infatti rifiutò di firmare, nonostante gli fosse stato offerto – o così almeno si dice – molto di più di quello che potesse sperare, e sicuramente molto di più di quanto molti israeliani fossero disposti a concedere. (Che poi fosse  nelle reali intenzioni di Israele di implementare questo accordo, infatti, rimane una delle tante domande destinate a rimanere senza risposta).

Nel momento di incertezza che seguì il fallimento della trattativa, ricomparve alla guida del Likud Ariel Sharon. Un mese prima delle elezioni, dovute alla caduta di Barak, l’ex-generale fece la sua storica passeggiata sulla spianata di Al-Aqsa, scatenando l’inevitabile reazione dei palestinesi. Ebbe inizio così la “seconda intifada”, che di certo contribuì non poco alla sua schiacciante vittoria elettorale.

abu mazen e sharon

abu mazen e sharon

L’inizio del suo mandato fu segnato da una inarrestabile spirale di violenza, in  cui ad  ogni attentato palestinese seguiva una rappresaglia israeliana, e  viceversa. In  questo periodo i carri armati israeliani penetrarono più volte nel  territorio  palestinese, col dichiarato intento di annientare le basi dei  guerriglieri.

Il campo di raccolta di Jenin fu letteralmente raso al suolo, con un numero di    vittime che è stato impossibile verificare, a causa del veto posto dagli Stati Uniti  alla  commissione ONU creata con quel proposito.

Durante una delle incursioni, Sharon fece anche circondare dai suoi carri armati  il  centro di comando dell’OLP, nel quale Arafat rimase praticamente prigioniero  per  tre mesi.

Nessuno stato straniero intervenne in favore del vecchio leader, che  inutilmente lanciava appelli alla comunità internazionale perché ponesse fine al suo imprigionamento. Il suo tempo era finito, e forse solo lui non se n’era ancora accorto.

Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 Settembre 2001 ridisegnavano completamente gli equilibri politici e psicologici del mondo intero, e portavano, fra le altre cose, ad una esasperata pressione di Israele sui territori occupati.

Nel frattempo gruppi estremistici di matrice islamica tradizionalista che non si riconoscevano nell’OLP si organizzarono trovando come punto di riferimento il movimento Hamas (nato a Gaza nel 1987) che, pur limitando la sua azione al quadro strettamente palestinese, con l’impiego di tecniche di lotta terroristica, decisamente alternativa rispetto a quella più diplomatica dell’OLP, è riuscito a erodere parte del consenso fin lì goduto dalla “laica” OLP.

Nel 2003 veniva messa a punto da Stati Uniti, Russia, Europa Unita e ONU la cosiddetta “Roadmap for Peace“, un piano abbastanza generico e poco convincente, le cui intenzioni stridevano clamorosamente con la quotidiana avanzata del muro di separazione fra i due territori, fortemente voluto da Sharon, che proseguiva anche dopo la richiesta ufficiale di smantellamento da parte dell’ONU.

Yassir Arafat moriva a Parigi, nel Novembre del 2004, dopo aver dovuto finalmente passare la mano a personaggi più graditi ad Israele e all’amministrazione Bush: Mahmūd ʿAbbās (Abū Māzen).

Ecco la situazione sul terreno, al momento della scomparsa di Arafat:

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[Nella cartina, in giallo, le zone occupate dai coloni, in verde scuro le varie strade di raccordo costruite e controllate da Israele. In quella a destra, i quadrati neri indicano i vari posti di blocco israeliani, mentre lungo la linea giallo-rossa sorge oggi buona parte del muro di separazione che sta per essere completato.]

La morte del leader dell’OLP Arafat (primavera 2004) e l’elezione del suo successore hanno portato, tra innumerevoli azioni di guerriglia e di contro-guerriglia, ad attentati terroristici palestinesi dovute al cambio di strategia di Hamas e a “uccisioni mirate” e dure ritorsioni israeliane contro civili palestinesi, allo sgombero (unilateralmente disposto nel 2005 dal premier israeliano Ariel Sharon) della Striscia di Gaza, consegnata in novembre all’Autorità Nazionale Palestinese, sui cui valichi è stata chiamata a vigilare una forza di polizia della Comunità Europea.

Il 25 gennaio 2006, Ḥamas vinse con una larga maggioranza le elezioni legislative. Precedentemente alle elezioni aveva dichiarato una sospensione delle sue azioni, decisione non sempre rispettata dai gruppi di militanti che fanno parte della sua struttura, e seguita nell’aprile del 2006 dalla rinuncia agli attacchi terroristici, ritenuti non più compatibili con la “nuova era in cui era entrata l’organizzazione”.

A seguito della vittoria grande preoccupazione è stata manifestata nel mondo occidentale a causa della natura del movimento, da molti ritenuta terroristica.

L’Unione Europea ha vincolato la prosecuzione del sostegno all’Autorità Nazionale Palestinese a tre principi, definiti dalla comunità internazionale:

–          Ḥamas deve rinunciare alla lotta armata;

–          Ḥamas deve riconoscere il diritto di Israele ad esistere;

–          Ḥamas deve appoggiare chiaramente il processo di pace nel Vicino Oriente, come deciso in base agli Accordi di Oslo.

A capo del governo palestinese siede per la prima volta un leader di Ḥamas, Isma’il Haniyeh.

Isma’il Haniyeh e Abu Mazen

Isma’il Haniyeh e Abu Mazen

Attualmente, a seguito di una serie di scontri con l’organizzazione rivale al-Fataḥ, Ḥamās ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, mentre la zona cisgiordana è rimasta sotto il controllo di al-Fatah e del Presidente dell’ANP, Mahmud Abbas. Quest’ultimo è di fatto divenuto l’interlocutore ufficiale dei paesi occidentali per quello che riguarda il popolo palestinese, pur non essendo il suo governo espressione del risultato delle elezioni del 2006.

Va precisato che quella parte della popolazione palestinese che ha partecipato alle elezioni si trova esclusivamente nei cosiddetti “territori occupati” (Striscia di Gaza e Cisgiordania) della Palestina. La maggioranza dei palestinesi, residente dal 1948 in poi negli svariati campi profughi al di fuori della Palestina, non risiedendo nei territori occupati, non ha diritto di voto né per le elezioni palestinesi, né per quelle degli Stati in cui i palestinesi risiedono, fruendo dello status di rifugiato politico.

Il 16 luglio 2007 il presidente americano George W. Bush annuncia l’intenzione di convocare una conferenza internazionale a sostegno della soluzione a due stati del conflitto. La conferenza si tenne ad Annapolis il 27 novembre 2007, preceduta da intensi negoziati condotti dal segretario di stato Condoleeza Rice. Intervennero 49 delegati, compresi i rappresentanti delle nazioni del G8 e i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parteciparono molti membri della Lega araba (Algeria, Bahrein, Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Qatar, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Tunisia e Yemen). Parteciparono anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il presidente dell’Unione europea Luís Amado, il rappresentante ufficiale del Quartetto Tony Blair, oltre allo stesso Bush. Le delegazioni israeliana e palestinese erano guidate dal premier israeliano Olmert e dal leader dell’OLP Mahmūd ʿAbbās.

Al termine il presidente Bush lesse una dichiarazione congiunta di Israele e OLP, le quali concordavano sull’intenzione di compiere ogni sforzo per raggiungere un accordo entro la fine del 2008 e di mettere in pratica gli impegni assunti con la roadmap del 2003 in direzione di una soluzione che prevedeva la costituzione di due stati.

pei 2008: Operazione “Inverno caldo”: è stata una  campagna militare nella Striscia di Gaza delle Forze di  Difesa Israeliane, lanciata il 29 febbraio 2008 in  risposta a razzi Qassam sparati dalla Striscia da  Hamas. Almeno 112 palestinesi e tre israeliani sono  stati uccisi e più di 150 palestinesi e sette israeliani  sono stati feriti.

2008-2009: Operazione “Piombo fuso”:   campagna militare lanciata dall’esercito  israeliano con  l’intento dichiarato di “colpire  duramente l’amministrazione di Hamas al fine di  generare una situazione di migliore sicurezza intorno  alla Striscia di Gaza nel tempo, attraverso un  rafforzamento della calma e una diminuzione dei lanci  dei razzi, nella misura del possibile”.

2010: Un raid aereo e navale portato dall’IDF (Israel Defense Forces), in acque internazionali, verso un convoglio di sei navi turche (Incidente della Freedom Flotilla) nel maggio 2010 con a bordo pacifisti che tentavano di forzare il Blocco della Striscia di Gaza portando aiuti umanitari e altri materiali a Gaza.

2012: Il data 14 novembre 2012 le forze armate israeliane danno il via a Gaza alla operazione Pilastro di sicurezza.

2012: Il giorno 29 novembre 2012 la Palestina viene ammessa all’ONU come Stato osservatore non membro.

2013: con la rielezione di Netanyahu, Israele prosegue la politica degli insediamenti civili, da sempre fonte di tensioni con la popolazione araba, e così viene dato il via libera alla costruzione di 90 nuovi insediamenti vicino a Ramallah.

Una parentesi su Hamas

Shaykh Ahmad Yasin

Shaykh Ahmad Yasin, fondatore e leader spirituale di Hamas morto nel 2004

Hamas è l’acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, ovvero “Movimento Islamico di Resistenza”. È stat fondata dallo Shaykh Ahmad Yasin, ʿAbd al-ʿAzīz al-Rantīsī e Mahmud al-Zahar nel 1987, sotto la pressione dell’inizio della Prima Intifada, come braccio operativo dei Fratelli Musulmani, per combattere lo Stato di Israele, la cui presenza nella Palestina storica viene considerata illegittima.

La carta costitutiva di Hamas, scritta nel 1988, dichiara che il suo obiettivo è di “sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice della Palestina”, cioè di eliminare lo Stato di Israele e sostituirlo con una Repubblica Islamica. Questo rende Hamas del tutto diversa rispetto ai movimenti cosiddetti integralisti musulmani che propugnano la lotta in tutto il mondo islamico: Hamas limita rigidamente infatti, per statuto, la sua attività di lotta di liberazione alla sola Palestina.

Nello statuto si afferma che la Palestina non potrà essere ceduta, anche per un solo pezzo poiché essa appartiene all’Islam fino al giorno del giudizio.

 «Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un bene inalienabile (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio? Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio».

Articolo 11 dello Statuto di Hamas.

Lo statuto di Hamas incorpora una serie di teorie cospiratorie antisemite, ad esempio l’art. 7 della Carta presenta la jihad contro il sionismo come una risposta alle parole dello stesso Maometto e per le quali i musulmani combatteranno ed uccideranno gli ebrei.

« Benché […] molti ostacoli siano stati posti di fronte ai combattenti da coloro che si muovono agli ordini del sionismo così da rendere talora impossibile il perseguimento del jihad, il Movimento di Resistenza Islamico ha sempre cercato di corrispondere alle promesse di Allah, senza chiedersi quanto tempo ci sarebbe voluto. Il Profeta – le benedizioni e la salvezza di Allah siano su di Lui – dichiarò: “L’ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo”.»

Articolo 7 dello Statuto di Hamas.

In più punti del documento si ricorda come il jihad sia un obbligo religioso per i fedeli musulmani.

Due anni dopo la pubblicazione dello statuto Hamas corresse in parte quanto vi era affermato, precisando che il loro intento era quello di combattere solo il sionismo in quanto movimento di aggressione e occupazione, e non l’ebraismo in quanto credo religioso, anche se nell’uso comune della popolazione palestinese spesso non viene fatta distinzione tra i termini “sionista”, “ebreo” e “israeliano.

Pur essendo la cancellazione di Israele un punto ricorrente nella sua propaganda, è da notare che questa era stata rimossa dal programma con cui il gruppo si presentò alle elezioni del 2006, anche se in questo rimanevano riferimenti alla necessità di difendersi dall’occupazione con ogni mezzo, armi comprese.

 

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Fonti: Wikipedia.org, BBC, luogocomune.net,  news e articoli vari.

Simone Bacci

@s_bacci

simo.bacci93@gmail.com