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La corsa all’oro. Quando il carro si svuota

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Che dopo il referendum del 4 dicembre per Matteo Renzi non sarebbe stato facile si sapeva. Che D’Alema avrebbe colpito la sua leadership muovendo le pedine che già odorano di stantio, lo si poteva prevedere, che si arrivasse ad una scissione interna per un’avversione – tipica della vetero-sinistra – alle decisioni di maggioranza, era nell’aria. Ma che una volta messi in dubbio tutti gli equilibri di potere il famoso ‘carro del vincitore’ si sarebbe sgretolato, è forse l’immagine più rappresentativa del viscido attaccamento al potere di tanti personaggi squallidi, che mirano all’accattonaggio politico, tradendo idee e progetti di lungo periodo per la futura promessa di una poltrona.

Parliamoci chiaro, è la politica, è il Partito Democratico, il partito più grande del Paese, un mix di correnti e anime diverse, con storie diverse, c’era d’aspettarselo. I protagonisti sono tanti, dai giornalisti ai politici dem di ogni rilievo, tutti coloro che in questo ultimo periodo stanno scendendo dal carro, tenendo il piede in due o più staffe. Dopo la scissione e il pietoso tentativo da parte degli scissionisti di addossare le responsabilità della spaccatura a Renzi – come se D’Alema non ne sapesse niente –, il racconto più completo dello scenario in casa Pd lo si può evincere dalla corsa per le primarie, sfida che ad oggi vede tre candidati.

C’è Michele Emiliano, il presidente della Puglia, un magistrato in aspettativa da più di dieci anni, che prima strizza l’occhio a D’Alema mettendo un piede fuori dal Partito, poi si converte in Direzione nazionale tornando fedele al Pd, la sera stessa cambia versione di nuovo, accennando ad una sua imminente fuoriuscita dal Partito, a cui subentra il giorno successivo l’ultimo ripensamento nonché la sua candidatura a segretario. Tanta indecisione, che fa crollare la sua credibilità interna ai minimi storici.

C’è Andrea Orlando, il ‘giovane turco’ (Così si chiama la sua corrente), Ministro della giustizia con l’Esecutivo Renzi prima e Gentiloni poi. Attorno a lui convergono i voti dei Giovani Democratici, i giovani del Pd ben radicati sui territori, suoi anche i voti di gran parte delle correnti che hanno sempre osteggiato Matteo Renzi. Un bacino elettorale notevole internamente al Partito, voti che, a differenza di Emiliano, potrebbero valere nei vari congressi per legittimarne la leadership interna, ma che sono carta-straccia se rapportati all’esterno del Partito. Siamo sinceri, fuori dal Pd Orlando premier ad oggi non ha speranze. Ci sono poi i sostenitori dello ‘sdoppiamento in stile DC’, cioè coloro che auspicano Renzi candidato premier e Orlando segretario del Partito. Anche su questo punto dobbiamo essere rigorosi: è davvero sostenibile un’ipotesi in cui Renzi sconfitto alle primarie rimanga il candidato premier con Orlando segretario a spalleggiarlo?

Poi c’è Matteo Renzi, il favorito. Ex premier, ex segretario, ancora forte dell’appoggio dei suoi fedelissimi, della corrente di Dario Franceschini e adesso pure di ‘Sinistra è cambiamento’, la corrente che fa capo al Ministro Maurizio Martina. La sfida più delicata Renzi non se la giocherà tanto alle primarie, ma nei congressi territoriali: qualora le sue correnti non risultassero vincenti a maggioranza si aprirebbe una fase nuova, difficilmente prevedibile e dagli esiti incerti.

Come si evince, la situazione già internamente è molto complessa e volatile, se a questo aggiungiamo l’esterno, cioè il Movimento Cinque Stelle, Salvini, Berlusconi, Meloni, i nuovi scissionisti Speranza, Rossi e Bersani, quel che ne otteniamo è lo stallo politico più totale. Uno stallo alla messicana, in cui tutti guardano con cautela agli altri in attesa delle prossime mosse.

In questo panorama credo sia giusto domandarsi il perché e darsi una risposta. Il 4 dicembre il carro del vincitore, quello di Renzi, si è fermato, da allora la bussola del Pd sembra impazzita, ma si sa, quando l’ago della bussola del potere gira con incertezza, ci si tiene alla giusta distanza da tutto, mirando a sopravvivere. Il riferimento è a tutta la compagine di opinionisti e politicanti che fino a non molto fa lodavano l’operato del governo Renzi e ultimamente sembrano essersi redenti. È chiaro, le incertezze sono tante, meglio tenere il piede in più staffe, per non prendere posizioni troppo scomode, posizioni che si rischia di pagare una volta che si saranno sistemate tutte le questioni chiave: chi vincerà le primarie, chi salirà a Palazzo Chigi, chi sarà ammanettato dalle prossime gogne mediatiche della stampa e del web.

È il caos a regnare, e come insegna il mercato finanziario, nel caos si arricchisce chi specula. È una corsa all’oro mirata a far cadere chiunque dal piedistallo del potere per provare a salire. Tutti vogliono il carro del vincitore vuoto, per poterlo riempire. Solo che il potere politico, inteso nella sua forma più nobile, cioè riuscire ad unire e indirizzare interessi diversi per un fine rivolto al bene comune, è quello di cui adesso abbiamo fortemente bisogno per uscire dall’immobilismo e costruire il futuro del Paese.

Il potere politico, necessita anche di controlli giudiziari e oppositori che spingano a far del proprio meglio senza abbassare mai la guardia; tuttavia una cosa è un’opposizione seria e sempre vigile o un processo per scoprire la verità su un fatto, altra cosa sono invece le campagne diffamatorie, ancor più se sfruttano l’incisività dei media per far crollare il leader colpendolo nella sua sfera più intima.

Il riferimento esplicito è all’inchiesta Consip, la più grande manipolazione mediatica e ‘spargi fango’ degli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda Tiziano Renzi, padre dell’ex premier, e Luca Lotti, l’attuale Ministro dello sport.

Si può subire un processo mediatico per un pizzino recuperato dall’immondizia in cui compare una ‘T’ accanto ad un ‘30.000 mensili’? È giusto che alcuni giornali, che quasi ogni giorno violano il segreto di ufficio, mettendo in prima pagina documenti riservati, passino Luca Lotti alla gogna mediatica per il medesimo reato contestatogli.

Massimo rispetto e stima per i magistrati e la giustizia, ma la Legge è Giustizia soltanto se è davvero uguale per tutti, dunque è giusto che su un singolo pizzino ci siano accertamenti, indagini e se necessario processi. Per la Legge è il processo a stabilire la verità. Solo che i processi non si fanno sulle prime pagine dei giornali o sulle ricostruzioni ipotizzate dai ‘brillanti cronisti giudiziari’, i processi si fanno nelle aule di tribunale. La verità è la Giustizia a stabilirla, con una condanna definitiva, cioè quella in Cassazione, se mai dovesse arrivare e comunque tra qualche anno.

Questo principio, chiamato ‘garantismo’, non ci è stato insegnato da Berlusconi in riferimento ai suoi processi, nemmeno da Renzi rispetto a suo padre, o da Grillo rispetto a Virginia Raggi, il garantismo è un principio affermato dall’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Dove per definitiva s’intende l’ultimo grado di giudizio.

Sarebbe forse tanto ingenuo quanto affascinante sognare un Paese in cui si dia rilievo alle condanne definitive, alle certezze, e non alle ricostruzioni giustizialiste manipolate ad hoc dai media per far crollare centri di potere scomodi. Ma si sa, quando il carro si svuota e l’attenzione mediatica si attenua, approfittarsi delle distrazioni altrui per far cadere gli uomini è più facile, per questo dobbiamo restare sempre attenti, informati ed intellettualmente onesti.

Magari non esisterà mai un Paese senza manipolazioni mediatiche sulle vicende giudiziarie, tuttavia per limitarne i danni l’auspicio è quello di rimanere vigili, perché la nostra Repubblica si basa sulla separazione tra il potere politico e quello giudiziario, a questo proposito non approfondire, cedendo al clima di giustizialismo, rischia di causare un danno irreparabile: permettere al connubio tra Legge e Stampa di poter decidere quando e come far cadere uomini e governi con un’indagine o un semplice avviso di garanzia. Per questo dobbiamo evitare di attribuire ad un’indagine lo stesso peso di una condanna: perché di questi tempi chi si espone pubblicamente, specie in politica, può esser facilmente colpito da avvisi di garanzia anche in virtù della propria carica. Non ci si può fermare all’indagine, o ancor peggio all’avviso di garanzia, altrimenti il rischio è quello di regalare alla legge un potere che va contro i cittadini, non a favore. Il potere di delegittimare un voto popolare con due semplici mosse: avviso di garanzia seguito dal titolo a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali.

Basta davvero poco per influenzare e ribaltare l’opinione pubblica, e questo è il famoso quarto potere, forse il più forte ad oggi, quello mediatico, la bussola del potere più preziosa ed incisiva per vincere in modo scorretto la corsa all’oro.

 Io amo gli uomini che cadono, se non altro perché sono quelli che attraversano.

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