19 Ottobre 2020

turkishelections_finalNelle elezioni parlamentari, che si sono tenute ieri in Turchia, l’AKP, partito di governo, ha conseguito la maggioranza dei consensi: circa il 40%, conquistando così 258 seggi. In realtà però, il partito del “sultano” Erdogan è uscito sconfitto dalle consultazioni. Questo perché, in un voto che aveva il sapore di un referendum sull’operato del governo, il Presidente della Turchia ha ricevuto il numero più basso di consensi dal 2002 ad oggi.

Solo l’anno scorso, alle ultime elezioni presidenziali, Erdogan era riuscito ad ottenere il 52% dei voti e stavolta sperava di ottenerne addirittura il 60%. Una maggioranza così ampia gli avrebbe permesso di modificare la Costituzione, accentrando tutto il potere nelle sue mani e schiacciando così l’opposizione. (Dei sondaggi e delle tensioni prima del voto, avevo parlato già nel mio articolo precedente, visibile qui).


Era necessario che i piani di Erdogan fossero arrestati in tempo, da cittadini stanchi di un Presidente sempre più islamista ed autoritario. Alla vigilia del voto mi auguravo che, nonostante la paura e la concreta possibilità che il governo ricorresse ai brogli per vincere, gli elettori lanciassero un messaggio. Un messaggio di dissenso nei confronti di Erdogan, che non rappresenta tutta la Turchia e che quindi non può considerarsi unico interprete della nazione. Un messaggio di speranza, che la Turchia potesse continuare ad essere un faro di democrazia per il mondo islamico.

Questo messaggio c’è nell’esito delle elezioni. Visibile innanzitutto nella mobilitazione popolare. Migliaia di volontari hanno costituito dei comitati,images con il compito di assicurare il regolare svolgimento delle consultazioni. In secondo luogo, questo messaggio è chiaro nei risultati. Difatti l’AKP dovrà pensare a trovare un alleato di coalizione, visto che non ha più i numeri per governare da solo. Il principale partito d’opposizione, il CHP, ha conquistato circa il 25% dei voti e il partito nazionalista MHP – probabile alleato di governo dell’AKP – ha ottenuto oltre il 16%.

La vera sorpresa è stata l’ingresso in Parlamento, con quasi il 13% dei suffragi, del partito filo-curdo HDP. Turkey-Kobane-ISIS-Stance-09Questo, costituitosi solo nel 2013, ha avuto larghi consensi nel sud-est del paese, al confine con la Siria, dove molti elettori non hanno più fiducia nell’operato di Erdogan, che ha portato avanti un’ ambigua politica estera nei confronti di Daesh. Quando gli islamisti assediarono Kobane, città curda al confine con la Turchia, il Presidente blindò il confine. Non per dissuadere gli uomini del Califfato dal compiere incursioni in Turchia, ma per impedire ai curdi-turchi di accorrere in difesa della città. Soltanto successivamente, con l’intervento della coalizione a guida USA e la grande copertura mediatica internazionale della battaglia, Erdogan fu costretto a permettere che i combattenti del PKK accorressero in aiuto dei loro connazionali. Tra l’inadeguatezza dell’accoglienza riservata ai profughi siriani e le accuse di aver autorizzato l’addestramento di jihadisti sul suolo turco, nel tentativo di annientare il regime sciita alawita di Bashar Al Assad, il Presidente ha subito un vero tracollo di consensi nell’area.

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Selhattin Dematris, leader dell’HDP

L’HDP invece, già diventato un vero polo d’opposizione, ha avuto grande sostegno non solo tra i curdi, ma soprattutto tra i giovani e gli elettori di sinistra, insofferenti verso le continue negazioni di libertà del governo. A guidare il partito c’è Selhattin Dematris, lui sì curdo come il vero sultano Saladino. Demtrias, 42 anni, definito l’ “Obama curdo”, è l’erede del movimento diventato celebre per l’occupazione di Gezi Park a Istanbul ed è un grande  oratore nonché un politico lungimirante. Non ha avuto paura del Sultano di Ankara, né delle minacce, né dopo l’attentato contro una manifestazione dell’HDP che aveva provocato 4 morti e 350 feriti, alle soglie del voto. In quell’occasione il giovane leader curdo dichiarò che non si doveva rispondere all’attacco, alla provocazione e che non si doveva cadere nella trappola. Solo il voto popolare poteva delegittimare Erdogan e così è stato.

Le migliori parole per commentare il voto sono proprio quelle di Demitras: “La discussione sulla presidenza esecutiva e sulla dittatura dei Erdogan è finita con queste elezioni. Con questo voto hanno vinto coloro che stanno dalla parte della Giustizia, della Libertà, della Pace e dell’Indipendenza”.

La Turchia, però, rimane comunque un paese conservatore. Il Primo Ministro uscente turco Davutoglu, che non ha intenzione di dimettersi e che formerà un nuovo governo, ha ribadito che l’AKP rimane pur sempre il partito più votato, quello che ha garantito la “stabilità” degli ultimi 13 anni. Ciò è vero, ma, forse, il braccio destro di Erdogan ha fatto solo buon viso a cattivo gioco, perché, per la prima volta da 13 anni a questa parte, qualcosa sta ribollendo nel paese. Elettoralmente ha vinto l’AKP, è vero. Ma politicamente hanno vinto forze laiche che vogliono la Turchia più vicina all’Europa che al Medio Oriente, forze democratiche che invocano la libertà e l’indipendenza. Ha vinto la speranza.competitive-provinces-2015-680px-01-720x360


Lamberto Frontera

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Lamberto Frontera

Classe 1995, laureato in Scienze Politiche (Studi internazionali), frequento il Corso di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali presso l'Università "Cesare Alfieri" di Firenze.
Scrivo per Uni Info News da marzo 2015.

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