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Ieri, 13 maggio 2014, il sottoscritto si è recato a scuola, al Liceo Scientifico F. Enriques, trovando, con grande sorpresa, tutte le porte chiuse.

Ero in ritardo, ma non così tanto da dover rimanere fuori da scuola, tanto più che molta gente si trovava nella mia stessa condizione. Informandomi, sono riuscito a capire che c’era stato uno sciopero generale, e che il personale ATA (meglio conosciuto come “bidelle” o “custodi”) aveva scioperato in massa. Ho quindi potuto assistere alle reazioni di coloro che esultavano per lo sciopero sperando (invano, peraltro) che ci avrebbero fatto tornare a casa, e ai commenti di quelli che criticavano chi scioperava affermando, come spesso si sente anche in televisione, che questi individui non avevano voglia di lavorare, o dando giudizi simili (come se non decurtassero loro la giornata dallo stipendio).

Cercando di andare oltre a questi due punti di vista (nonostante anche io avessi sperato, lo ammetto, che ci mandassero a casa), ho indagato sulle reali cause di questo sciopero scoprendo che si trattava delle prove invalsi.

Il test INVALSI (o Prova Nazionale) è una prova scritta che ha lo scopo di valutare i livelli di apprendimento degli studenti al terzo anno della scuola secondaria di primo grado e al secondo anno della scuola secondaria di secondo grado. Il test è stato introdotto con la legge 176/2007. Esso è sempre stato molto discusso, poiché, secondo alcuni, vorrebbe compiere una valutazione degli studenti italiani tramite un questionario a risposta multipla di dubbia efficacia: per chi sostiene quest’idea, infatti, questo tipo di prove può esaminare solo una minima parte delle competenze degli studenti, non prendendo in considerazione, ad esempio, le abilità relative alla produzione orale o scritta; inoltre, alcune voci di corridoio affermano che l’invalsi potrebbe essere proposta durante gli esami di stato dei prossimi anni, e costituire una piccola parte del punteggio conseguito alla maturità.

In questo caso, il problema dell’inefficacia della prova sarebbe compensato dalle altre verifiche (scritte e orali) dell’esame, ma non risolverebbe un’altra importante pecca: il voto di diploma potrebbe dipendere dal corretto svolgimento di un test a risposta multipla, il quale, per sua natura, coinvolge anche la fortuna del singolo studente nell’azzeccare una risposta di cui magari non è sicuro, o che ignora completamente. Ciò avviene anche nei test di ammissione all’università per i quali il problema di fondo è il medesimo: in entrambi questi casi, l’intenzione sarebbe quella di introdurre una maggiore meritocrazia, solo che, ammesso che sia possibile valutare il merito effettivo di una persona, ci si chiede se sia questo il modo migliore per farlo.

Le prove di questo genere, oltre alle già menzionate problematiche dell’inefficacia e della “risposta fortunata”, presentano un’ulteriore aspetto negativo: talvolta, le domande poste sono poco attinenti alle reali conoscenze che andrebbero premiate dal sistema scolastico.

 

In conclusione, l’idea generale di chi si oppone alle prove invalsi è così riassumibile: per quanto sia giusto che lo Stato si preoccupi di verificare il livello di preparazione dei propri studenti, non è questo il metodo giusto, poiché i test dovrebbero essere strutturati diversamente e non dovrebbero incidere sulla valutazione scolastica di chi li esegue (al contrario di quanto avviene in questi anni durante gli esami di terza media); per quanto riguarda i test di ammissione all’università, essi non sono necessari, oltre ad essere inefficaci, dato che se un candidato non è in grado di sostenere un determinato corso di laurea, può rendersene conto durante il suo percorso formativo, come accade, ad esempio, in quasi tutte le facoltà di ingegneria, in cui avviene una sorta di “selezione naturale”.