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Misteri e curiosità delle “notti romantiche” di Livorno – [Parte 1]

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Uni Info News inaugura un ciclo di due articoli dedicati ai misteri e le curiosità della “Livorno romantica”. La prima puntata è dedicata a Montenero, la seconda alle ville di Monterotondo e Collinaia. In queste pagine vi racconteremo curiosità e misteri su Livorno che forse non tutti conoscono. Se volete approfondire queste storie, leggetevi “Le notti romantiche”, il romanzo giallo di uno dei nostri autori, in cui la storia e le leggende attorno alle ville di Livorno sud, fanno da sfondo a un omicidio che ha legami con la storia passata della città. Trovate il link con tutte le informazioni in fondo all’articolo.

Custodito all’interno di uno dei tanti fondi della Biblioteca Labronica “Guerrazzi”, si trova un libro datato 1842, questo libro si chiama “Annali di Livorno” e fu scritto da un tale Giuseppe Vivoli, storico e notaio livornese. Annali di Livorno è una ricostruzione della storia di Livorno, dalla nascita di Cristo fino al 1840. Tuttavia c’è un particolare che ha attratto la mia attenzione: in questo libro è descritto un episodio riportato dal bollandista fiammingo Daniel Paperbroch. Nel 1167 alcuni monaci belgi, stavano andando verso Roma, ma durante il loro cammino furono arrestati a Vada dagli emissari dell’imperatore Federico Barbarossa. I due monaci, riusciti a fuggire dalla prigionia, furono costretti a tornare verso Pisa, quando una notte, dopo aver attraversato boschi, torrenti e aver incontrato molti tipi di animali selvaggi, si smarrirono presso Montenero, da loro definito così: “Un erto monte tenebroso, horrore terribile, che Monte del Diavolo veniva anche appellato, presso del quale, sporgendo in mare, avevano spesso naufragato molti navigli”. Siamo ben lontani da quel giorno di Pentecoste del 15 maggio 1345, in cui si narra che un povero pastore abbia portato sulla cima del monte il quadro della Madonna delle Grazie, tuttavia i presupposti per ritenere quel “tenebroso” Monte del Diavolo, un posto particolare, c’erano già tutti.

Villa Azzurra, Montenero

Facciamo un salto avanti. Siamo nel 2018, a inizio primavera, era venerdì santo, mio fratello se ne stava con la sua ragazza ad ammirare la bella vista della città, sotto la Villa Azzurra che sorge a lato del Santuario di Montenero, ma qualcosa attira la sua attenzione: si volta, una villa alle sue spalle ha tutte le finestre e persiane chiuse, tutta tranne una. La guarda e nota che nella stanza si accende e si spegne una luce di continuo. Non è una luce come le altre, non è una luce come quelle a intermittenza degli alberi di Natale, siamo in Primavera, e quella è la luce d’un lampadario o forse di un lampada. Si accende e si spegne. Continua così, ma non si fulmina mai. Lui si volta di nuovo verso la città, con lo sguardo di chi ha visto qualcosa in cui non crede. Quando si gira ancora incredulo verso la finestra, la luce è spenta.

Quella piazzetta di notte è il posto più tranquillo di tutta la città: che sia estate o inverno, il clima è sempre mite, la brezza lieve, il silenzio totale. In quella stessa piazza, diversi anni or sono, un noto ristoratore della città, aveva accolto per molti mesi ogni mattina un frate domenicano. Mantiene il riservo, da uomo mite e riservato qual è, poi un giorno si siede con lui e iniziano a parlare. L’hanno chiamato da Roma quel frate domenicano, è un esorcista, si dice che in una casa in via Byron succedano cose strane: magazzini messi sottosopra, strani comportamenti dei figli dei proprietari, la mattina vengono persino ritrovate orme caprine per tutto il giardino. Ma capre non ce ne sono in via Byron.

Quel frate sta “risolvendo questa situazione”, continua a stare presso il Santuario ancora diversi mesi, poi se ne va. Al suo posto lascia un particolare come eterno monito, nessun insegna o effige, soltanto una statua che varrà inglobata nell’ingresso della villetta: una statua della Madonna racchiusa in una piccola edicola. Fateci caso: avete mai visto una statua della Madonna incastrata nella facciata di un’abitazione? No, perché la tradizione lo vieta, non si fa. Ma quella villetta è speciale, la Madonna farà da sigillo per sempre contro il ripetersi degli strani avvenimenti di quei mesi.

Così racconta tutt’oggi il ristoratore. Se sia leggenda o realtà non ci è dato saperlo, ma se camminate in via Byron potrete verificarlo facilmente.

Via Byron inizia da una piccola stradina che sale sul colle a lato del bar del Santuario, la si può percorrere in ambo i sensi di marcia, è un po’ stretta, ma conserva una vista mozzafiato sulla città. Percorrendola fino all’inizio si arriva nella strada che porta al Castellaccio, oppure che nell’altro senso scende giù in città. È via della Porcigliana, la via che più in basso si ricongiunge a via di Montenero. Proprio al bivio tra le due vie, sta un vecchio benzinaio da cui parte una stradina sterrata. Un filo diretto con via Byron. Perché nel 1822 il poeta inglese Lord George Byron, vi passò, per arrivare fino alla villa di Francesco Dupouy. Una villa che si intravede dal benzinaio: è Villa delle Rose.

Veduta di Livorno dal Santuario di Montenero

Ma torniamo un attimo indietro ai primi decenni del 1800: erano passati pochi anni dal fervore della Rivoluzione Francese, e dal successivo e sanguinoso periodo del Terrore giacobino. Benjamin Constant, scrittore, politico e nobile francese, fedele ai propri ideali, si faceva notare a Parigi come oppositore di primo piano al potere di Napoleone Bonaparte. Questa opposizione gli costò l’esilio a Coppet sul lago di Ginevra. Constant non era solo, aveva con sé la sua amante, figlia del Ministro delle Finanze di Luigi XVI: Madame de Staël, la donna che in brevissimo tempo riuscì a cambiare radicalmente la cultura europea, con la diffusione del romanticismo tedesco. Madame de Staël nel castello di Coppet riuscì a costruire uno dei più importanti salotti letterari e culturali d’Europa, un vero e proprio circolo, arricchito da numerosi viaggi in cui incontrò i più grandi intellettuali tedeschi, inglesi, italiani e russi. Il circolo di Madame de Staël divenne una fucina dei valori liberali e anti-napoleonici, che in seguito cambieranno le sorti della cultura europea. Nel 1802, mentre i due erano sempre in esilio, Ugo Foscolo in Italia si accingeva a pubblicare a Milano le Ultime lettere di Jacopo Ortis, un libro che contribuirà alla nascita di nuovo fervore nazionalistico, che guiderà l’Italia verso la stagione risorgimentale.

Madame de Staël nel gennaio del 1816 si inserì radicalmente nel dibattito tra classicisti e romantici italiani, pubblicando sul primo numero della rivista Biblioteca Italiana, il suo scritto Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni. In questa pubblicazione Madame de Staël invitava gli italiani ad aprirsi alle correnti più vive della letteratura europea. Proprio a questo proposito il 1816 può essere considerato l’anno zero per la diffusione di una nuova cultura europea in Italia: la cultura romantica.

Ma torniamo in Svizzera sempre nel 1816, mentre Ugo Foscolo pubblicava Le ultime lettere di Jacopo Ortis a Zurigo, sul Lago di Ginevra era finito l’esilio di Madame de Staël e Constant, ma poco lontano da casa loro vi era un’altra realtà letteraria di primo piano: Villa Diodati.

Villa Diodati

Villa Diodati il 16 giugno del 1816 fu palcoscenico di una delle notti più importanti della storia del romanticismo: l’eccentrico poeta inglese George Byron, insieme al suo medico John Polidori, all’amico poeta Percy Bisshe Shelley, alla moglie di Percy, la famosa scrittrice Mary Wollstonecraft Shelley e all’amante di Byron, nonché sorellastra di Mary, Claire Clairmont; si riunirono durante un temporale per leggere racconti di paura. Si narra che proprio quella notte nacquero due grandi classici: The Vampyre di Polidori – che a fine ‘800 ispirerà Bram Stoker nel suo Dracula, ma soprattutto Frankenstein di Mary Shelley.

Tutta questa cultura, da Ugo Foscolo, a Madame de Staël, fino a Lord Byron, ha un suo filo diretto con Livorno, anzi più d’uno, ma andiamo per passi.

Livorno nel 1816 contava circa 50.000 abitanti – sobborghi compresi, il Granducato di Toscana era sotto il dominio dei Lorena, e Livorno continuava ad essere un fiorente porto franco, seppur indebolito dalle dominazioni napoleoniche. In questo porto franco numerose erano le attività mercantili e commerciali, così come quelle bancarie. In quel tempo Livorno era piena di stranieri, soprattutto francesi, olandesi, spagnoli e inglesi, tanto da avere diversi cimiteri appositamente dedicati, e diversi banchieri che avevano deciso di stabilirvi. Tra questi banchieri vi era il basco Francesco Dupouy, il proprietario di Villa delle Rose.

Lo storico Pietro Vigo, nella sua “Montenero, guida storico – artistico – descrittiva” parla abbondantemente della Villa. In molti sapranno che nel 1822 Lord George Byron, vi soggiornò per sei mesi. Byron fu ospite del banchiere Francesco Dupouy, la sua famiglia infatti divenne proprietaria della Villa dal 1793 fino al 1894. Per poi venderla ai fratelli De Paoli, che vi apportarono numerosi restauri.

“Secondo la tradizione (leggenda per altro sfatata) la Villa fu dimora del capo dei villici (tale Guerrino) che si batterono per la difesa di Livorno contro le truppe di Massimiliano I (1496). Di certo, nel 1683 appartenne a Francis Jermy ed era costituita da due piani fuori terra, un giardino con cisterna, le scuderie e i vari annessi agricoli. Quasi un secolo dopo, nel 1781, la villa passò alla comunità inglese di Livorno, come ricordato in una lapide apposta sulla facciata, per essere quindi venduta, nel 1784, a Giovan Nicola Bertolla e, nel 1790, ad Abram Culely.” [Fonte: Wikipedia].

Del soggiorno di Byron ne ha parlato ampiamente proprio Pietro Vigo nel suo libro su Montenero, narrando persino della disputa avvenuta all’interno della Villa il 28 giugno del 1822. Disputa che finì con la cacciata dei conti Gamba, amici personali di Byron, dal Granducato. Lo stesso Byron ha avuto una causa legale con Dupouy relativa al suo soggiorno alla Villa. Una volta persa fu costretto a risarcire Dopouy della somma dovuta e delle spese legali. A testimoniare il passaggio di Byron vi è anche una lapide sul lato sinistro della facciata. Mentre sul lato destro, vi è un’altra lapide, posta a ricordo del centro operativo del Comitato di Liberazione Nazionale livornese, che fu attivo proprio lì nella Villa dal febbraio al luglio del 1944.

Quel che però in pochi raccontano è una leggenda curiosa intorno alla villa: quella del fantasma della figlia di Dupouy. Si diceva che il banchiere Dupouy preso dalla gelosia, avesse rinchiuso sua figlia in un convento della zona, tuttavia la fanciulla, approfittando dei viaggi frequenti dei genitori, si era fatta un giovane come amante. Il padre venuto a saperlo, mandò un sicario a uccidere figlia e amante, e come se non bastasse, a lui fece tagliare pure la testa. Quel che si dice è che il fantasma della figlia vagherebbe ancora di notte, con in mano una candela e nell’altra la testa dell’amato, in cerca del suo corpo. Su questa leggenda le fonti storiche sono poche, ma di certo la Villa per lo stato in cui versa, e per il fascino decadente che emana, potrebbe prestarsi a innumerevoli storie.

Questa leggenda è per altro smentita da un’altra storia, molto più realistica, quella sulla signora Rachele.

Rachele era una nobile siciliana moglie di un tale Enrico, a cui era stata data in dote la villa. Proprio in quelle mura Rachele ospitò il centro operativo del Comitato di Liberazione Nazionale livornese nel 1944. Rachele morì nei primi anni 2000, e a proposito della leggenda del fantasma della figlia di Dupouy, in molti narravano che la verità sia in realtà un’altra, cioè una finzione nata da un malinteso.

Di fatto, stando alle voci ascoltate da chi aveva conosciuto la signora Rachele, la sua povera figlia era andata completamente fuori di testa perché da ragazza si avvelenò per amore. La piccola si era innamorata del giardiniere della villa, ma la madre non aveva mai accettato la loro relazione, così era andata pian piano fuori di testa. Ha vissuto per tanti anni alla villa da sola, finché una volta morta la madre, le sorelle hanno deciso di farla andare in un istituto dove potesse essere seguita e curarsi in pace. Tutti i testimoni e i conoscenti si ricordano di averla vista sempre in camicia da notte alle finestre del piano di sopra. Alle volte urlava per notti intere, o vagava nei dintorni dalla casa spaesata. Per questo molti sostenevano che quella fosse l’origine della leggenda del fantasma.

Al di là delle leggende, la villa è un vero gioiello artistico: la costruzione centrale del complesso, la più grande, è leggermente arretrata rispetto alle altre quattro costruzioni, probabilmente annessi agricoli, che si ergono come singoli blocchi a chiuderne il fronte. Sono laterali rispetto alla villa principale: due a destra e due a sinistra. Sono persino costruiti ad altezze diverse, ma la costruzione centrale, cioè la vera villa padronale, sta più in alto rispetto alle laterali. La facciata rosea è composta da una porta centrale bianca ad arco, e lateralmente stanno anche delle porte più piccole e finestre con inferriate bianche. Al piano superiore diverse finestre sormontate da timpani, si aprono al centro di un elegante balconcino.  Davanti ai suoi muri di colori scarni, mangiati dall’incuria, vi è uno spiazzo che porta ad una scalinata in pietra serena, che scende al livello delle altre costruzioni, e ai lati, sul corrimano delle scale, vi sono dei piccoli busti classicheggianti, rappresentanti le quattro stagioni.

Alla fine della scalinata stanno pochi alberelli, situati proprio in quella che, ormai abbandonata e incolta, una volta doveva essere stata con ogni probabilità una graziosa aiuola posta di fronte alla villa.

Riguardo il soggiorno di Byron, c’è un altro episodio che desta molto interesse, oltre alla disputa con Dupouy: si tratta del suo amico Percy Shelley. Durante il soggiorno di Byron, Shelley aveva preso casa nei pressi di Lerici, in Liguria, così saputo dell’amico vicino, partì in barca verso Livorno per andare a trovarlo. Passarono insieme diversi giorni alla Villa delle Rose, per pianificare l’apertura di una rivista culturale, tuttavia rientrando a casa Shelley trovò un’improvvisa burrasca: lo sventurato inglese naufragò e venne disperso in mare. Soltanto molti giorni dopo venne trovato morto sul tratto di costa che da Viareggio arriva fino alle Cinque Terre. Sono state fatte molte ipotesi fantasiose sulla sua morte, di certo questo evento segnò molto sia Byron che la moglie Mary Shelley.

Ma non finisce qui, perché sempre riguardo al romanticismo, vi è un altro luogo che merita di essere menzionato. Si trova qualche chilometro più giù di Villa delle Rose, davanti allo svincolo con la Variante, è la Villa del Buffone. La Villa del Buffone, secondo quanto riporta lo storico Pietro Vigo, è nota per essere stata il luogo di soggiorno di Ugo Foscolo intorno al 1818. Oggi completamente restaurata e divisa in diversi appartamenti, è anch’essa piena di leggende e storie di ogni genere. Quello che in molti non sanno è che Pietro Vigo, per testimoniare la permanenza del poeta a Livorno, partì proprio da un libro dello stesso Foscolo: i Saggi di critica storico-letteraria, nei quali scrive:

E non sono molti anni che noi trovammo presso Livorno una brigata di galeotti i quali tornavano sul far della notte dai loro lavori e incatenati due a due, mentre passavano lenti lungo la spiaggia cantavano le litanie con malinconica devozione, ripetendo quei versi dei quali il Tasso vestì la preghiera dei crociati che si preparano alla battaglia:

Te genitor, Te Figlio uguale al Padre

E Te che d’ambo uniti amando spiri,

E Te d’Uomo e di Dio Vergine Madre

Invocano benigna ai lor desiri.

 

Insomma, come vedete le “notti romantiche” di Livorno sono state piene di storie e leggende, ma non è tutto: davanti al benzinaio sotto Villa delle Rose, vi è il Cimitero di Montenero. Ci sono poche tombe e sono ben custodite, tra queste ce n’è una che desta nei visitatori particolare interesse per la scultura che la sovrasta. È la tomba di Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, due talenti della lirica che una volta sposati decisero di stabilirsi a Livorno. In particolare comprarono casa a Monterotondo, una vecchia casa colonica che poi diventerà la famosa Villa Morazzana, Gemma Bellincioni e Roberto Stagno erano appassionati di tre cose: musica, Livorno ed esoterismo. Per questo girano molte leggende sulle loro notti a Villa Morazzana, ma queste le vedremo nella prossima puntata, quella dedicata alle ville di Collinaia e Monterotondo.

Nel frattempo, se volete approfondire queste storie in una cornice accattivante, potete leggere “Le notti romantiche”, il mio romanzo giallo in cui la storia e le leggende attorno alle ville di Livorno, fanno da sfondo a un omicidio che ha legami con il passato della città. Il tutto è ambientato durante diverse notti, perché si sa: le storie di paura senza la notte non esisterebbero nemmeno. È la notte con il suo mistero che tira fuori il meglio dalla nostra immaginazione, nutrendosi delle nostre paure per costruire storie che restano nei secoli, come leggende che custodiscono i posti più belli in un alone di suggestione romantica.

Clicca qui per leggere “Le notti romantiche”

 

Un dipinto sul muro a Villa Corridi, nel quartiere di Collinaia