1 Ottobre 2020

Come ormai saprete, solitamente prendo come spunto una data  o un evento particolare per cercare di fare con voi una sorta di viaggio indietro nel tempo e ritrovarci davanti a un monumento, a un sito archeologico o ad un’opera d’arte. Però ho anche avuto la fortuna di amare così tanto la materia che studio da entusiasmarmi anche preparando gli esami, e studiando archeologia delle province romane mi son trovata a sobbalzare ad ogni pagina e ad aver voglia di visitare tutte quante le province – tante, troppe.  Ieri mi sono imbattuta in un monumento che ho avuto la fortuna (fortunissimissima, se esistesse la parola) di vedere dal vivo e non ho resistito: dovevo parlarvene. Ecco che ci trasferiamo in Asia Minor (attuale Turchia), sulla costa. Qua c’è una città – o meglio, le sue antiche vestigia – che non può non lasciare a bocca aperta; ha fatto innamorare di sé qualsiasi personaggio la visitasse, principe, veterano, generale e oggi anche noi. Sto parlando di Efeso.

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La via dei Cureti, Efeso.
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La cavea del Teatro di Efeso.

E’ una città antichissima “ristrutturata” attorno al 280 a.C. da Lisimaco, uno dei generali di Alessandro e quindi tra i primi sovrani ellenistici. Aveva un porto molto importante alle pendici di due colli separati dalla strada monumentale, la via dei Cureti, che univa la città portuale all’agorà, dove si svolgeva quindi la vita amministrativa e religiosa della città. Il primo a restarne affascinato fu Augusto, che potenziò il porto, mentre due liberti di Agrippa finanziarono una nuova porta monumentale dedicata tramite un’iscrizione bilingue ad Augusto, Livia, Giulia e Agrippa. Sempre in età augustea G. Sestilio Pollione fece rifare l’acquedotto su cui fece porre un’iscrizione di dedica (sempre bilingue) ad Augusto, Tiberio e il popolo di Efeso. Intervennero poi Claudio e Nerone  che ampliarono il teatro scavato in una delle due colline, e il secondo fece anche costruire l’enorme stadio. Domiziano intervenne invece per raddoppiare l’agorà superiore che venne costruita su sostruzioni artificiali (una sorta di grande basamento in calcestruzzo). Pochi anni dopo venne costruita anche la Biblioteca di Celso che conclude la discesa della via dei Cureti, ed è proprio di questa che volevo parlarvi.


La Biblioteca fu commissionata da Tito Iulio Aquila in onore del padre Tito Celso Polemeano, il primo asiano console (92 d.C.) e poi proconsole d’Asia (106 d.C.), si data verosimilmente al periodo tra 110 e 135 d.C. e la ricostruzione della sua facciata per anastilosi (cioè ricostruzione utilizzando i blocchi originali) si deve agli archeologi austriaci. Scusate adesso se faccio mia una frase dell’autore del testo di cui sopra, ma credo che sia una frase perfetta per comprendere il monumento, e anche molto affascinante: l’autore dice infatti che “era un monumento per la celebrazione della cultura, considerata motivo fondamentale per l’assunzione tra gli dèi dopo la morte”. E direi che Aquila è riuscito perfettamente nel suo intento di onorare il padre e di donargli una vita eterna. La Biblioteca è in effetti la monumentale tomba di Polemeano, che ha così il privilegio di essere sepolto all’interno della città.

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La Biblioteca di Celso, facciata.
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Biblioteca di Celso, cassettoni del soffitto del portico.

I due piani della facciata erano preceduti da una gradinata di 9 scalini ai cui lati stavano le statue equestri di Celso e di Aquila, ed erano decorati da edicole con colonne in pavonazzetto di ordine composito nel piano inferiore e corinzio in quello superiore, che ospitavano le personificazioni delle virtù di Celso, saggezza (sophìa), virtù (areté), sapienza (epistème) e benevolenza (ènnoia). Al piano terra tra le nicchie si aprivano 3 porte che portavano all’interno della sala rivolta verso est  per essere illuminata dal sole del mattino, come raccomanda Vitruvio (architetto romano, è un po’ la bibbia degli archeologi), e sulla cui parete di fondo era un’abside che ospitava la statua di Celso o di Atena, dea della sapienza. C’era poi un soppalco a due piani che correva sui lati forniti di doppi muri per preservare dall’umidità i 12.000 rotoli di papiro conservati sugli scaffali. Un provvedimento geniale. Sembra che Aquila avesse infatti lasciato in eredità alla città di Efeso 25.000 denari per l’acquisto dei rotoli.  Dall’intercapedine si scendeva nella camera funeraria dove si trova il sarcofago di Celso, sotto l’abside centrale.

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Statua marmorea di Celso da Efeso, Istanbul, Museo Archeologico.

L’interno della biblioteca e tutti i suoi libri furono distrutti da un incendio nel terremoto che colpì la città nel 262 d.C. a seguito del quale rimase in piedi la sola facciata che, verso il 400 d.C., fu trasformata in un ninfeo monumentale. La stessa andò comunque interamente distrutta a causa di un altro terremoto, probabilmente nel tardo periodo bizantino.

Ma, come detto sopra, nonostante i secoli che le sono passati accanto, nonostante le distruzioni che ha subito, i cambiamenti di funzione, le ricostruzioni, la Biblioteca è sempre qui. Quando ci troviamo ai piedi della facciata oppure in alto, all’inizio della via dei Cureti quando ci appare in lontananza, non si può non commuoversi davanti alla manifestazione di amore di questo figlio per suo padre, e al suo desiderio di dargli un posto tra gli dèi: non ha potuto rendergli onori divini come agli imperatori dopo l’Apoteosi, ma forse realizzando la sua Biblioteca lo ha reso più grande. E’ un monumento all’Uomo, quella creatura veramente divina che può diventare immortale grazie alla Cultura, che è la sola che può rendere il suo spirito eterno e immenso.

Giulia Bertolini

Fonti: Arte e Archeologia delle Province romane, a cura di G. Bejor.


Le foto in galleria sono della sottoscritta, ad eccezione della foto dell’interno della Biblioteca, di Ennoia e della statua di Celso.

 

 

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Giulia Bertolini
Giulia Bertolini

Sono nata a Livorno nel 1992, e fin da piccola alla fatidica domanda "Cosa vuoi fare da grande?", ho sempre risposto "L'archeologa", avendo bene in mente, lo ammetto, Indiana Jones. Dopo aver frequentato il liceo classico di Livorno, mi sono iscritta prima alla facoltà di Beni Culturali e poi alla magistrale in Archeologia dell'Università di Pisa perché, nonostante tutto, il grande sogno di "fare l'archeologa" non mi ha abbandonata. Le mie grandi passioni sono pala, piccone, pennellino e trowel, perché non c'è niente di più bello che portare alla luce anche i frammenti più piccoli e sapere di essere la prima persona a sfiorarli dopo secoli, ma anche tutto ciò che abbia l'odore dell'antichità, dai musei, ai siti archeologici, ai grandi personaggi.

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