Arnaldo Pomodoro in mostra a Pisa

Giulia Bertolini - 22 Aprile 2014

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Buon Compleanno, Grande Bellezza!

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« Che tu possa vedere nulla di più grande della città di Roma »

Un compleanno speciale. Il 21 Aprile per qualcuno è anche un po’ Natale. No, non sono eretica né blasfema: è il Natale di Roma. Roma. Impossibile definire una città come Roma. Quali aggettivi o parole possono descriverla? No, non ci provo neanche. Il 21 Aprile 753 a.C. secondo Varrone, Romolo traccia il solco (sulcus primigenius)  che comprenderà la nuova città, il pomerium, limite sacro e invalicabile se non attraverso le porte che si aprono nelle mura. Ad essere precisi, il solco con l’aratro trainato dalla coppia di buoi andrà a costituire il fossato all’esterno: la terra scavata viene gettata all’interno del perimetro, e sopra di questa verrà costruito il muro vero e proprio.

Cippo con bassorilievo che ritrae la cerimonia di fondazione di Aquileia, I secolo a.C.

Cippo con bassorilievo che ritrae la cerimonia di fondazione di Aquileia, I secolo a.C.

Ed è proprio da questo “circolo” (orbis) fatto con l’ “aratro” (urvum) nasce la città, anche linguisticamente: urbs infatti deriva da orbis e urvum. E’ un gesto religioso, l’inauguratio, cioè la delimitazione di uno spazio sacro (templum) da cui si può osservare il cielo per trarne gli auspici. L’aratro viene sollevato solo nei punti in cui si apriranno le porte, per rendere possibile valicare il confine religioso tra dentro, lo spazio sacro della città, e fuori, tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti (si ricordi che fuori dalle mura sorgevano le necropoli). E le porte possono essere ampliate solo ricorrendo a riti religiosi, altrimenti si commette sacrilegio. Insomma quel 21 Aprile 753, Romolo trae gli auspici dalla sommità del Palatino, e traccia attorno al colle il solco primigenio: nasce così Roma.

Lacerti delle Mura Serviane, la prima cinta muraria di cui abbiamo testimonianza, risalgono al IV secolo a.C. Sul retro, la stazione Termini.

Lacerti delle Mura Serviane, la prima cinta muraria di cui abbiamo testimonianza, risalgono al IV secolo a.C. Sul retro, la stazione Termini.

Il muro originario, datato al VII secolo a.C., era costituito da uno zoccolo in tufo rosso dell’Aniene e da un alzato di argilla, il tutto completato forse da una palizzata di legno; le porte erano in legno. Sotto il solco primigenio è stato trovato un deposito di fondazione, con una sorpresa: si tratta di un sacrificio umano, è una bambina con tanto di corredo databile al VII secolo a.C. Accanto a lei, un masso, personificazione del dio Terminus, il dio dei confini, uno dei tanti massi (i cippi di cui parla Livio) che delimitavano questo confine sacro, che delimitavano Roma. Da un solco sacro agli dei, invalicabile, in armonia con il cielo e le divinità, che racchiude poche capanne, nascerà la più grande città di tutti i tempi.

Ma di che cosa parlare? Passato e presente in quella città magica si intrecciano costantemente, e dopo un po’ diventa normale girare per le strade romane e imbattersi nei resti antichi, dai più famosi ai più sconosciuti. E io non posso certo annoiarvi parlandovi del Colosseo. Ho deciso quindi di raccontarvi di qualcosa di “originario”: dopo aver ricercato le prime tracce dell’esistenza di Roma, scopriamo il primo edificio sacro della città, il Tempio di Giove Capitolino o Tempio di Giove Ottimo Massimo.

Lacerti delle Fondazioni del Tempio di Giove Ottimo Massimo, cosiddetto Muro Romano, VI secolo a.C., Roma

Lacerti delle Fondazioni del Tempio di Giove Ottimo Massimo, cosiddetto Muro Romano, VI secolo a.C., Roma

E’ vero, non ne rimane che il cosiddetto “muro romano” e qualche decorazione fittile del frontone e del tetto, ma è un tempio fondamentale, dalla forte motivazione politica.  Quando infatti il potere passa da Alba Longa a Roma, si cerca una motivazione religiosa e quindi inappellabile per giustificare la supremazia romana: il tempio viene quindi fondato sul colle Capitolino e il voto viene attribuito a Tarquinio Prisco. Gli auguri indicarono un luogo in cui c’erano già sacelli precedenti da “exaugurare”, sconsacrare: il dio Terminus però, che risiedeva in una delle strutture antiche, si rifiutò, e il suo sacello viene quindi inglobato nel tempio. Fu interpretato come segno della grandezza e dell’eternità di Roma, e direi che non è poi tanto sbagliata come interpretazione. I lavori si svolgono dopo operazioni di sbancamento del colle (durante i quali fu trovato un teschio, caput, da cui Capitolium) tra il 582 e il 509 a.C. Il tempio viene quindi inaugurato dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, dal primo console della Repubblica Romana, Orazio Pulvillo, il 13 Settembre. La statua di Giove fu commissionata da Tarquinio Prisco a Vulca, scultore di Veio: doveva raffigurare Zeus vestito alla maniera etrusca (mantello rosso, bulla d’oro al collo, scettro e corona) con un fascio di fulmini nella destra.

Antefissa a testa femminile, fine VI secolo a.C., Roma, Giardino Romano.

Antefissa a testa femminile, fine VI secolo a.C., Roma, Giardino Romano.

Sempre opera di Vulca fu la quadriga da collocare sulla sommità del timpano (lo spiovente del tetto), ma si racconta che il primo tentativo fallì per le grandi dimensioni e la statua si ripiegò su se stessa; il secondo “lievitò” fino a rompere il tetto della fornace. I soliti auguri e sacerdoti, onnipresenti nella storia romana, lo interpretarono come presagio di potenza. E i veienti ovviamente vogliono tenersi la statua. Solo dopo una guerra la quadriga sarebbe tornata al suo posto, sulla sommità del tempio che sarebbe stato simbolo di Roma e della sua grandezza per tutti i secoli a venire. A conferma del fortissimo valore simbolico di garanzia del potere, nei sotterranei del tempio erano conservati i libri sibillini che le fonti dicono “comprati” da Tarquinio il Superbo, anche se non si sa da dove e da chi. Quando dalla repubblica si passerà all’impero, con un gesto analogo, i libri passeranno al tempio di Apollo sul Palatino. Insomma, il tempio di Giove è simbolo di Roma stessa, qua davanti passano gli uomini fondamentali per la sua storia, iniziano le processioni, terminano i trionfi. Il tempio verrà restaurato, abbellito, arricchito, a seguito dei molti incendi che subisce a causa della sua struttura lignea; l’ultima volta con Domiziano nell’80 d.C, quando le porte e le tegole poste in opera sono in bronzo dorato, mentre e le colonne sono in marmo. Ma il maestoso tempio sulla sommità del colle nel cuore di Roma, quel tempio che viene dalla notte dei tempi, o meglio, dall’alba della nuova città, non viene dimenticato, e Cassiodoro, nel VI secolo d.C. lo nomina tra le meraviglie del mondo, e viene ricordato perfino dai cronisti di Carlo Magno.

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Fondazioni del Tempio di Giove Ottimo Massimo, VI secolo a.C. Cappellaccio (tufo) Provenienza: Roma, Musei Capitolini

L’unico lacerto che ci rimane è il muro romano, utilizzato come muro di delimitazione del giardino di Palazzo Caffarelli. Si tratta di blocchi in cappellaccio squadrato, che si basano sul piede osco (1 piede osco = 26 cm) e non su quello romano, a indicare che le maestranze chiamate per il monumento A Roma sono italiche, ma anche greche, poiché i blocchi sono squadrati alla maniera greca. Le fondazioni sono alte 15 m, con il primo filare incastrato nella roccia, e poi ci sono i 4 m del podio, quindi quelli che si elevano sopra il piano di calpestio. Le fondazioni non sono una platea, ma sono muri radiali, cioè si trovano solo dove poi si alzeranno i muri in elevato, mentre i pavimenti sono “sospesi”. All’interno di questi spazi vuoti comunque sacri venivano conservati gli arredi in disuso del tempio, che non potevano essere buttati. Il tempio era 53×76 mm un tempio tuscanico (e quindi con colonne solo sulla fronte, nella pars antica, mentre la pars postica, il retro, è chiusa, delimitata da muri, e divisa in 3 celle dedicate a Giove, Giunone e Minerva), in legno con le decorazioni in terracotta.

Pianta del Tempio di Giove Ottimo Massimo, VI secolo a.C., Roma

Pianta del Tempio di Giove Ottimo Massimo, VI secolo a.C., Roma

Insomma un tempio di grandi dimensioni, ma di materiali poveri, rimasto praticamente intatto per circa 12 secoli, di cui rimane pochissimo se non qualche blocco e tanta tanta memoria, mi sembrava la metafora perfetta per ricordare una Roma magica, su cui sono passati esattamente 2767 anni di storia, di guerre, di potere, di bellezza, di marmi lucenti, eserciti vittoriosi, uomini grandi e uomini sconosciuti, imperatori eterni e umili schiavi, e poi papi, re, nobiltà, pestilenze, saccheggi, secoli bui e secoli luminosi, poesia, arte, letteratura….insomma LA STORIA. L’intera storia dell’Occidente ha avuto origine e si è sviluppata qui. Ma lei non se ne cura, e sopporta il peso degli anni e del suo nome, continuando a specchiarsi nelle acque del suo Tevere, che continuano a scorrere oggi come 2767 anni fa, quando un uomo come tanti con la sua coppia di buoi e tanta speranza scelse questo luogo paludoso ma protetto dal suo fiume per costruirci una città povera, di capanne di legno abitate da pastori. E forse già lo sapeva che sarebbe diventata LA città, l’Urbe per antonomasia, la capitale del mondo, e che le sue strade sarebbero rimaste in eterno, riecheggiando le voci di uomini immortali e i passi di un esercito invincibile, vegliata sempre dalla sua Lupa.

Lupa Capitolina, Piazza del Campidoglio, Roma

Lupa Capitolina, Piazza del Campidoglio, Roma

 

Giulia Bertolini

Fonti: Roma e l’Italia Radices Imperii

Roma. Il primo giorno. A. Carandini