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A quarant’anni dalla 194, a pochi giorni dalla caduta di uno degli ultimi baluardi cristiani di penalizzazione dell’aborto – l’Irlanda- il nuovo Governo di casa nostra si sta impegnando con solerzia a rispettare gli impegni elettorali ed essere il Governo del cambiamento.

Della serie: oggi facciamo la Rivoluzione! Però al contrario, ché quella ancora non l’ha fatta nessuno e fa più “cambiamento”.

E così il novello Ministro della Famiglia ha cominciato proprio prendendo decenni di lotta femminista (per non parlare adesso di quella della comunità LGBT) e gettandoli, belli compressi, giù per lo scarico di Via della Ferratella.

Solo che, Signor Ministro, facendo così a lungo andare si ritrova con i piedi bagnati, si fidi.

Questo “ultrà” del Signore della frangia più tradizionalista si è quindi svegliato all’indomani della nomina e ha minacciato un ulteriore ostruzionismo al già non efficiente sistema di applicazione della Legge in materia di interruzione volontaria di gravidanza, preannunciando il ritorno al periodo buio della colpevolizzazione in interiore muliere. Dove l’“Io” che conterà non sarà più quello della donna.

L’ “io” depersonalizzato non è più proprietà esclusiva della donna e neppure, come in passato, della famiglia, ma della società intera, sotto diretta responsabilità del Signor Ministro Fontana.

La scelta di portare avanti una gravidanza diventa la scelta di un Paese intero, da scelta individuale diventa una scelta di opportunità sociale, non più intima e personale ma di dominio collettivo.

Non più una scelta di autodeterminazione ma una condanna a vita.

Il Signor Ministro ha dichiarato di voler disincentivare l’aborto, chiamando i consultori a dissuadere le donne dall’esercizio di un proprio diritto, riconosciutogli ormai da quarant’anni, tondi tondi.

Vorrei chiedervi di immedesimarvi nei panni di chi si trovi costretto a prendere questa decisione terribile, di provare a immaginare cosa significhi chiedere aiuto e ricevere in cambio un giudizio, un parere, una valorazione critica della propria vita.

Come si può permettere alla morale religiosa (“Sono cattolico, non lo nego” dice il Signor Ministro in tema di IVG) di guidare il modo in cui lo Stato riconosce e rende effettivo l’esercizio di un diritto?

Perché non mettere allora il parroco del paese a direzione dei consultori? Magari permettere (oltre ai manifesti) anche l’installazione di un banchetto pro-vita proprio all’ingresso, a distribuire copie dell’Avvenire e a puntare il dito contro le ignobili egoiste senza dio.

Proporrei al Signor Ministro anche di piazzare Adinolfi a sbarrare le porte, questo perlomeno è un metodo efficace al 100%.

Aleggia ancora, nella coscienza maschilista di questo Paese l’idea malsana, malvagia, estremamente insultante, che le donne utilizzino l’interruzione di gravidanza come anti concezionale.

Un esercito (più di 5 milioni dal 1978) di sregolate che praticano rapporti non protetti e che si dedicano alla lussuria con uomini incolpevoli e che poi, una volta accaduto il fattaccio, si liberano del fardello indesiderato col cuor leggero da senso di colpa e qualsiasi forma di umana pietà.

Bisognerebbe insegnare agli uomini (oltre a proteggersi dovutamente e a non scaricare l’intera colpa delle conseguenze sulla controparte) che un aborto non è una bandiera che dice “il corpo è mio e lo gestisco io”, ma una scelta dolorosa che avrà ripercussioni eterne nella psiche di una donna, che con tutta probabilità si è vista costretta dalle circostanze a prendere la decisione più difficile della propria vita.

Eppure, dopo aver combattuto con se stessa, con il rimorso e con il dolore, questa donna secondo il Signor Ministro dovrebbe prepararsi ad una maratona a ostacoli per potersi sbarazzare della sua croce. A giustificare la sua sofferenza con perfetti, ostinati, asfissianti sconosciuti. “No grazie, no grazie. Non accetto e vado avanti”.

Perché non prevedere un’assistenza successiva, invece, per queste donne? Perché non si riesce ancora ad accettare, nell’anno domini 2018, che la “Famiglia” sia un’istituzione che non può più essere improntata alle virtù della morale cristiana?

La Famiglia si compone di esseri che hanno il dovere di sottostare a una sola morale: la propria.

Non più a quella religiosa, nemmeno a quella dello Stato di Natura: la rivoluzione delle donne degli anni ’70 ha portato al sovvertimento delle ingenerate leggi naturali e all’imposizione di una sola legge vigente: quella laica dello Stato.

Così poca fiducia abbiamo nello Stato da non credere che abbia dovutamente soppesato le due vite sul tavolo? Da non capire che in tal modo si è permessa non la totale deresponsabilizzazione della donna, che può liberarsi così – per giustificazione legale – dal peso delle sue male scelte, da un incidente di percorso, ma solo il suo sollievo dal peso del giudizio morale, peso che sarebbe chiamata a caricarsi sulle spalle, dopo essersi cucita la lettera scarlatta dell’Abortista sul petto.

Il sito francese SOS IVG fa notare i rischi psichici che possono manifestarsi dopo un’Interruzione Volontaria di Gravidanza: depressione, insonnie, disturbi dell’alimentazione, abuso di sostanze, idee suicide, difficoltà nelle relazioni intime, impossibilità di convivere col senso di colpa.

Il Signor Ministro potrebbe pensare a proteggere la Famiglia proteggendo prima di tutto la donna da tutto questo, e non colpevolizzandola come l’assassina del proprio bambino con quella che a tutti gli effetti pare una politica anacronistica, che ci riporta alla mente periodi non proprio edificanti per la nostra storia, dove comunque, c’è da ammetterlo, i bambini non scarseggiavano come adesso, le donne erano delle buone fattrici per la Patria, e – guarda un po’ – i treni arrivavano anche in orario.

 

Per tutto questo, ferma restando la necessità di un’informazione preventiva delle donne – ma anche degli uomini, signori, ché i veri deresponsabilizzati paiono essere proprio loro – il motto da urlare ancora nelle piazze, e per sempre, sarà sempre uno solo: un bambino? « Si j’veux! Quand j’veux! et Comme j’veux ! »

Alle condizioni che mi sentirò di offrirgli, e di offrirmi, Signor Ministro.