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FV - 21 Dicembre 2016

“Stiamo Sereni” – numero di dicembre [PDF]

FV - 21 Dicembre 2016

Neto – Ep. 1/4

FV - 21 Dicembre 2016
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BIOGRAFIA AUTORE: M.Antonietta Drago è nata a Livorno nel 1982. È laureata in giurisprudenza presso l’Università di Pisa. Da alcuni anni lavora nel settore sociale e coltiva la passione per le tematiche dell’educazione alla mondialitá e dell’immigrazione.

NETO – Ep. 1/4

Tutti i racconti che si rispettino nascono da un qualcosa che ci ha colpito, che ci ha fatto riflettere, da un ricordo o da un’emozione forte. Ed è proprio da un episodio particolare che mi è accaduto che prende vita questa storia.

Qualche giorno fa ero andata a fare una passeggiata nel parco sotto casa: era pomeriggio e prima di rientrare a casa mi sentivo di voler andare a rilassarmi, a camminare sotto i robusti pini che costeggiano i vialetti interni di Villa Ada. Camminavo spensierata, forse anche un po’ distratta, con a tracolla la mia borsa con dentro le solite cose più o meno utili che si accumulano nelle borse ma dentro c’era anche un libro che avevo ricevuto per il mio compleanno e che mi ero ripromessa tante volte di aprirlo ma ancora non vi ero mai riuscita e intanto “dormiva” indisturbato nella mia borsa, ormai da quasi un mese.

Ad un certo punto vidi una panchina libera e dentro di me una voce mi consigliò di sedermi. Era come se il momento giusto per iniziare a leggere quel libro fosse arrivato, così, all’improvviso, ed infatti senza nemmeno saper perché mi ritrovai con il libro tra le mani, appoggiato sulle mie ginocchia. Gli occhi cominciarono a fare il loro lavoro di osservatori e cominciarono a fissare il titolo. Quell’insieme di caratteri pian piano prese corpo e senso e la mia mente lo stava decifrando: L’-A-N-I-M-A-N-E-R-A-D-E-L-M-O-N-D-O, “L’anima nera del mondo”. Ma che genere era quel libro? Dal titolo poteva sembrare anche un romanzo giallo ma dalla foto sulla copertina non sembrava proprio lo fosse.

Vi era raffigurato un bambino nero che accennava un sorriso e intorno a lui si poteva scorgere un paesaggio non ben definito, fatto di terra e immondizia che insieme formavano un tutt’uno.

Il bambino aveva uno sguardo particolare: furbo, intenso ma nello stesso tempo velato. In fondo alla copertina, nell’angolo destro, piccolo piccolo c’era scritto: “Neto, 9 anni, Luanda (Angola)”.

Ecco, sicuramente il libro parlava di Africa! Chi me lo aveva regalato sapeva che tale genere poteva interessarmi molto. Ero ancora più curiosa d’iniziare a sfogliare quel libro, di vedere l’indice, di leggere i titoli dei vari capitoli e mentre mi accingevo a eseguire questi passaggi, la mia mente aveva sempre impresso davanti lo sguardo di Neto.

Alzai il mio sguardo al di là del libro e improvvisamente una sagoma nera mi apparve davanti. Mi salutava con la mano e mi diceva “Ciao!” in un italiano un po’ stentato. Rimasi ferma, immobile, pietrificata, sospesa tra il sogno e la realtà, tra la fantasia e il qui e ora che si vive in ogni istante. Saranno state le cinque del pomeriggio ma era come se il tempo fosse indefinito, non meglio precisato, perché in quel momento non avrei saputo dire quale parte del giorno fosse. Un fermo immagine infinito. Risposi al saluto con un sorriso e subito la figura nera prese ad avvicinarsi ancor più a me e a parlarmi. “Mi presento: ho gli occhi neri, i capelli neri e la pelle nera, mi piace correre e giocare con la palla. Ho quattro fratelli: Grazo, Paisinho, Edgar e Jaimito e viviamo con mamma Paula che lavora al mercato e con quello che può guadagnare cerca di non farci mai mancare qualcosa da mangiare. Io, il papà non ce l’ho più perché è morto in guerra qualche anno fa. Vivo in un quartiere che si chiama Lixeira, che in italiano vuol dire “immondezzaio”. Molte persone del mio paese sono fuggite dalla guerra e hanno costruito le loro case sulla discarica della città. Dove vivo non ci sono le fogne né l’acqua corrente nelle case e le strade sono fatte d’immondizia.”

Che presentazione! Era una situazione surreale: davanti a me c’era un bambino che non avevo mai visto fino ad allora che mi aveva recitato tutto d’un fiato la sua storia, quasi l’avesse imparata a memoria come si fa con la poesia di Natale da dover recitare in famiglia. Ero imbambolata: guardavo quel bambino e contemporaneamente mi rimbalzavano in faccia, dure, quelle parole che avevo appena sentito…case costruite sulla discarica della città,…né fogne né acqua corrente nelle case,…persone fuggite dalla guerra… Erano parole forti, che facevano pian piano sempre più male, man mano che il loro significato prendeva forma nella mia mente, nel mio cuore e che si trasformava in una sensazione strisciante che passava dentro la pelle e che provocava dei brividi di freddo. Non sapevo se fossero vere o meno quelle parole, come non riuscivo ancora a capire se quella scena che stavo vivendo e sperimentando fosse vera. Nonostante il dubbio che mi teneva in sospeso, quelle parole ascoltate mi avevano colpito, non sapevo perché, ma mi avevano turbato.