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Non solo Trashopoli #2 – Speciale PRIMARIE PD, quale futuro per i Democratici?

La Redazione - 5 Marzo 2019
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Amici delle manine (👐), oggi torniamo con un nuovo numero tematico, ma quale migliore occasione se non parlare delle mitiche primarie del Partito Democratico? Ricordiamolo, nella giornata di domenica scorsa i simpatizzanti Dem si sono recati alle urne (o meglio ai Gazebo ed alle Case del Popolo) ed incredibilmente hanno acclamato Zingaretti. Con un’affluenza pari a 1 milione e 700 mila elettori (minimo storico) il Governatore del Lazio ottiene il 66% dei voti, distaccando l’ex Segretario Martina, fermo al 21%, ed il renziano Giachetti, arenato al 12%.

In questo numero, chiedendo un commento ai nostri redattori, saranno ripercorse e commentate le conseguenze di queste elezioni. Il primo contributo, a cura di Simone Bacci, sarà sul cambio di “casacca” dei Renziani diventati Zingarettiani, il secondo sul quel che sarà del Pd, scritto da Paolo Gambacciani, e il terzo, di Luigi Marri, su quello che significano le primarie per il popolo del PD. La conclusione, forse, che emergerà è che queste primarie sono Gattopardiane, con un rinnovamento del partito che in realtà non ci sarà mai. Let’s go!

La volatilità richiede sempre cautela – Simone Bacci: Il Partito Democratico ci ha dimostrato come sia possibile passare da un 40% alle elezioni europee, con un leader di stampo liberal democratico, cioè Matteo Renzi, a un 18% alle elezioni politiche, tutto nel giro di quattro anni. Non finisce qui, perché la cosa più incredibile è che sempre il Partito Democratico, stavolta in soli due anni, è riuscito a passare da un Matteo Renzi, eletto segretario nel 2017 con percentuali bulgare, a un Nicola Zingaretti eletto nel 2019 con percentuali altrettanto bulgare. Ora, prescindendo dalle ragioni che hanno portato Renzi al collasso (su cui dovremo discutere molto più a lungo di quanto non sia richiesto in questo trafiletto), per analizzare l’attuale situazione del Pd occorre fare almeno tre premesse riguardo la sua evoluzione.

  • 1): Il consenso di Matteo Renzi non è finito nel marzo 2018, ma il giorno dopo il referendum costituzionale del dicembre 2016. Da allora il Partito ha passato due anni di lento disorientamento, in cui le criticità erano diverse, segnate per lo più da tre primarie vinte da Renzi, e una corrente, o se vogliamo “un carro”, il suo, di ampia maggioranza nel Partito per diversi anni. Non è finita qui, perché Matteo Renzi è riuscito ad avere una vera e propria tifoseria personale dentro il partito, un gruppo affiliato che nemmeno una perdita così consistente di voti, come quella delle politiche 2018, è riuscita a toglierli. C’è voluto ancora più tempo. Questo tempo oggi sembra arrivato, il Pd ha scelto Nicola Zingaretti, e la domanda più importante è: siamo sicuri che il carro di Zingaretti sia stabile?
  • 2) Dai vertici del Partito l’idea che è passata è stata quella di un cambiamento a sinistra richiesto dalla base, la stessa base, e forse addirittura meno, di quella che fino a un anno fa era tutta compattamente renziana, e quindi orientata su posizioni più liberal. Non ci sono stati incrementi di voti alle primarie, forse qualche renziano è uscito, ma sono pochi i vecchi-elettori-delusi-dalla-sinistra tornati a votare alla “loro casa”. Sembra che il cambiamento sia stato tutto interno e piuttosto rapido.
    Tre: l’età media degli elettori PD alle primarie (nonché alle elezioni del 2018) è stata piuttosto alta.

Fatte queste premesse le oscillazioni dell’elettorato Dem potrebbero far pensare che:
1) Il Partito abbia votato compatto Zingaretti chiedendo uno spostamento a sinistra in coscienza o per disperazione come conseguenza della sconfitta alle politiche;
2) Il vecchio carro del vincitore si è svuotato e si è riempito un nuovo carro;
Con il punto uno si aprono due scenari: il primo è quello di un PD che presa coscienza degli errori ritorna rinnovato, con una nuova linea di sinistra e che riporta a casa i delusi. Il secondo scenario, vista anche l’età media, è quella di un voto nostalgico, di restaurazione, cioè di una linea che scalda i cuori degli affezionati ma che rende il PD ancor meno attrattivo verso l’esterno. Riguardo il carro del vincitore il commento è presto fatto: sì, sicuramente e almeno in parte è stato così, perché Zingaretti fin dall’inizio era il vincitore annunciato.
Alla luce di quanto detto finora penso che adottare un po’ di cautela nel leggere i risultati delle primarie non faccia male, perché il vero dato emergente sembra essere una grande confusione degli elettori Dem, una confusione che li ha spinti a convergere tutti verso il lato opposto in soli due anni, a cambiare totalmente scenario, magari nella speranza che voltare pagina sia l’unico modo per tornare a vincere. In tutto questo è sempre bello vedere un Partito che pur cambiando faccia conserva un certo numero di voti appartenenza, ma i tempi belli sono finiti: se il PD non dimostrerà di avere una linea chiara, popolare, una forte attenzione sociale, una buona strategia di comunicazione con gli elettori e la stessa capacità del Renzi dei primi tempi di attrarre anche i giovani, il crollo potrebbe divenire irreversibile anche sul lato sinistro.

Successo (inesistente) e Zingusconi-Renzusconi (imminente) – Paolo Gambacciani: È vero, anche a questo giro l’ennesimo voto dei simpatizzanti Pd è stato per il candidato che si crede possa resuscitare il partito! Poca importo se arriverà un mostro che distruggerà il poco spirito originale dell’ex partito Comunista, quello che conta è vincere,  vincere ed ancora vincere!  L’originalità non  conta, così come il fatto che a queste primarie un elettore poteva votare indisturbato infinite volte e che in diverse sezioni il numero dei votanti sia stato inferiore a quello delle schede. Ma pace, ovvia, anche Maduro è stato eletto così, però noi e solo noi abbiamo mobilitato il nostro popolo (di anziani) ed ottenuto un’affluenza RECORD!!! 

I pensionati si sono mobilitati ed i titoli di giornali tornano in estasi, torna dal letargo Letta e Prodi viene scongelato, quindi, dulcis in fundo di Repubblica e Stampa, il Partito Democratico è tornato ed è competitivo come non mai! Zingaretti, non si sa per come e perché, parla di un “momento cruciale della nostra Repubblica” e nelle doti di un Divino Otelma torna all’ovile e, in piena continuità con il suo predecessore, va subito ad occuparsi delle questioni che stanno a cuore a Confindustria: lo sblocco dei bandi della Tav Torino-Lione.

Parliamoci chiaro, non c’è nessun boom del voto, il quale oltre ad essere forse di matrice Sud Americana, è stato il più basso della storia delle primarie del partito, inferiore pure alle ultime dove non c’era alcun tipo di competitività. Il trucco, questa volta tanto di cappello davvero, è stato quello di lanciare un numero di votanti atteso iper-basso (1 milione), per poi dire: “non solo abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, ma l’abbiamo superato!“. Champagne e dentiere per tutti, allora!

Descritto questo successo (inesistente), c’è da chiedersi dove andrà a sbattere il partito. Il Governatore del Lazio, che attualmente Governa  grazie al supporto dei consiglieri regionali grillini capitanati dalla Lombardi, si è mosso in una campagna elettorale di 8 mesi abbracciando di tutto e di più! Da D’Alema, a Mdp, a Enrico Rossi, a Calenda, alla Bonino; tutto quello che poteva portare voti e correnti era da sostenere e da accogliere. Un partito ed una candidatura “pigliatutto”, svuotata di un’identità, ma vincente elettoralmente.

 

Il sostegno elettorale di Zingaretti, o il suo progetto politico

 

Il suo consenso esorbitante è da leggere così, è il ritorno di “una Cosa”, o meglio dell’Unione di Romano Prodi. Non c’è più l’Ulivo, l’Unione Estero, Rifondazione Comunista, La Rosa nel Pugno, Comunisti Italiani, IDV, IDV estero, Verdi, Popolari UDEUR, SVP e Autonomie Liberté Democratiè, ma simpatizzanti grillini della corrente di sinistra, elettori di Liberi Uguali,  di + Europa, un po’ di Forza Italia, di Calenda, di D’Alema, di Prodi e tanto altro ancora. Ma che dire, anche i renziani non l’avranno votato? Certo che sì, Zingaretti è allora un mostro di centro, che schiaccia il partito in una sorta di nuova democrazia cristiana, con attorno un nuovo pentapartito composto da listine e listucce che si potranno coalizzare alle prossime elezioni poltiche, se supereranno la terribile soglia dell’1%.

Il prossimo logo del PD

Il tanto acclamato Zinga è sintomo di come gli elettori del Pd siano confusi, persi e senza ideali. Da quando scelsero Renzi a Bersani, perché il fiorentino avrebbe garantito loro di vincere nuove elezioni, continuano su questa via centrista negando le loro origini di sinistra, che inevitabilmente, Unione 2.0 permettendo, saranno assorbite da altre formazioni politiche. Gli altri candidati erano inesistenti, quindi forse non c’erano altre soluzioni, ma il problema sarebbe sempre lo stesso, poiché il trio delle meraviglie (Giachetti-Martina-Zingaretti) è stato scelto a scapito di altri candidati che non sono stati presi in considerazione, o perché non si sono candidati, o perché non esistono più, o perché non sono stati votati dagli iscritti.

Nei prossimi mesi il Pd si rivolgerà allo stesso bacino elettorale di Forza Italia, aggredendo il centro elettorale e lasciando fuori la sinistra e la destra. Non si sa se il Pd tornerà pivotale in Parlamento, ma quello che è certo è che Zingaretti resterà in sella fintanto che arriveranno i risultati elettorali. Quando non arriveranno più ci sarà un partito ancora fotocopia del renzismo, pronto, pertanto, ad un suo ritorno. Allora, bentornato Matteo Renzi!

 

Vogliamo davvero le primarie? – Luigi Marri: Le primarie sono un tipo di elezione proprie di un partito o di una coalizione che vuole eleggere un segretario o un candidato. Quelle del PD appena celebratesi sono di tipo aperto, cioè consentono anche ai non iscritti di votare; l’intento di dare a chi si riconosce in una certa area politica la possibilità di scegliere il proprio leader è nobile, ma tutta questa democrazia ha un costo enorme -che non è quello dei due euro per votare.

Come tutte le elezioni infatti sono precedute da una campagna elettorale e come in ogni campagna elettorale si punta a far vedere le differenze fra sé e gli altri candidati e soprattutto a mostrarsi come i migliori. Qual è il modo più redditizio per ottenere questo risultato? Senza dubbio criticare gli avversari e le loro idee, molto più facile che basarsi sulle proprie proposte. Il problema è che qua la gara è fra compagni di partito, persone che hanno tutte la tessera con su scritto “Partito Democratico”. Il risultato è una base elettorale che ogni volta che si tengono le primarie si divide in mozioni per l’uno o per l’altro candidato, tanto a livello locale quanto nazionale: ognuno segue il proprio leader di riferimento nella sua battaglia contro altri del proprio stesso partito e le divisioni che si creano danneggiano tutta la comunità politica di appartenenza, quante volte infatti si sentono appelli all’unità che puntualmente cadono nel vuoto?

Si potrebbe obiettare che da altre parti, come negli USA, le primarie ci sono e non recano danno ai partiti repubblicano e democratico. Sì, ma il punto è che lì le le primarie le fanno tutti, e con esse i litigi interni e quindi partono tutti più o meno dallo stesso livello di lotta intestina; per di più, il loro sistema elettorale, di tipo maggioritario fa sì che sia troppo più conveniente stare insieme, nonostante le grandi differenze che intercorrono ad esempio fra socialisti e liberali che comunque restano insieme nel Democratic Party. Da noi no: il sistema elettorale è più o meno proporzionale con una grande frammentazione delle forze politiche, e l’unico partito che abbia una vera dialettica interna, per quanto spesso grossolana e sgradevole, è il PD, che da questa risulta continuamente indebolito e logorato. Tutto questo è ancora più evidente con delle primarie aperte a tutto l’elettorato invece che solo circoscritte ai propri aderenti: i leader cercano di far presa su una fetta più ampia possibile di elettorato, andando su tv, sui giornali, impegnandosi sui social network, insomma facendosi propaganda per raggiungere più potenziali elettori possibile. Con l’effetto collaterale che il confronto travalica i confini del partito dando un’immagine dello stesso litigiosa. Insomma, poco appetibile soprattutto nel momento in cui tutti gli altri partiti sono quasi monolitici attorno ai loro leader.

Ancora, si può obiettare che eliminare le primarie sarebbe antidemocratico, ma non è così. Sostituirle con un altro metodo di selezione di leader e classe dirigente non vuol dire sopprimere la democrazia e il dibattito interni a un partito: diamo uno sguardo al passato e a come venivano eletti i segretari del PCI, partito dal quale il PD ha mutuato buona parte della sua struttura organizzativa, oltre che elettorato e classe dirigente.

Nel PCI il segretario veniva eletto dal Comitato Centrale, un organo composto dai delegati delle varie federazioni locali, a loro volta eletti dalle sezioni in uno schema piramidale, articolato e capillare. Quel che conta però è che il segretario nazionale non era eletto direttamente dagli iscritti, men che meno da elettori non iscritti al partito in questione: si evitava dunque tutto il relativo clamore mediatico e la lotta fratricida della campagna elettorale in nome del centralismo democratico, cioè quel principio per cui la democrazia interna era sì irrinunciabile, ma ogni qual cosa potesse minare l’unità del partito andava evitata. Sarà un caso, ma il PCI in quasi 50 anni di storia repubblicana ha avuto 5 segretari, meno del PD in soli 12 anni di vita.

Il ‘peccato originale’ si può far risalire a Prodi, quando nel 2005 sponsorizzò delle primarie di coalizione per ottenere, oltre all’approvazione delle segreterie di partito, un ampio consenso popolare come candidato premier. Da allora, i leader del centro-sinistra si sono ammalati di qualcosa di molto simile al populismo, annebbiati dalla spasmodica ricerca di investiture popolari attraverso le primarie.

Veniamo dunque ai giorni nostri. Le primarie che hanno visto Zingaretti vincitore sono ancora fresche, così come tutte le dichiarazioni di sostegno al segretario eletto dei rivali e degli oppositori interni che hanno posizioni politiche diverse. L’ubriacatura del bel momento di partecipazione democratica durerà ancora un po’, ma poi rinizieranno a litigare come sempre? Quanto durerà la ritrovata unità?