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Ecco la seconda puntata della nostra nuova rubrica settimanale “Storie brevi”, una raccolta di piccole storie con vari temi e stili, ma sempre brevi e dirette al lettore. Questa settimana una storia del terrore. Buona lettura!

 

Per leggere la storia precedente cliccate qui.

A cura di Simone Bacci

 

Seduto nel tepore del suo soggiorno il papà si era assopito di fronte al televisore, cullato dal calduccio delle coperte sulle sue gambe. Le finestre erano chiuse, proprio come le tapparelle, e da sopra la porta d’ingresso filtravano pochi raggi di luce provenienti dal lampione più vicino. La sua casa sulla collina era distante dalla città almeno qualche chilometro, vicino c’erano poche villette, solo una strada illuminata, poi d’intorno alla via principale c’era solo il bosco, e a separarlo dal suo giardino un sottile filo di ferro verde.

Il papà aveva appena messo a letto i due figli, la mamma lo aveva lasciato qualche mese prima, e lui la pensava spesso, specie quando rimaneva solo sul divano, ma quella sera la sua nostalgia era stata spazzata via dal sonno.  Le luci erano deboli nella stanza e i muri riempivano il salotto dei rumori del vento, che risuonavano come lamenti provenienti da lontano, forse un tempo ispirazione per storie di fantasmi e altri racconti terrificanti. Ma la calma perfetta che dentro riparava lo spirito dei suoi tre abitanti non era la stessa che imperversava fuori: il portone era chiuso a chiave, ma il cancellino che portava al giardino sul retro era sempre lì, per aprirlo sarebbe bastato abbassare la piccola maniglia di plastica nera.

Piccoli passi felpati per non farsi sentire e si arrivava alla cucina a lato della casa, due finestre sole, da cui traspariva la luce della sala da pranzo, si avvertiva il tepore dell’interno, e faceva venire voglia di entrare. Altri piccoli passi felpati, tre, forse quattro, e si arrivava alla camera dei ragazzi. La serranda era abbassata, nessuno poteva vedere un eventuale ospite che da fuori si apprestava ad origliare il sonno dei due bambini. Ad essere buoni osservatori da fuori si avvertiva persino il loro respiro, che si avvolgeva al vento in unico suono dal sapore di notti d’inverno. Ma l’ospite poteva continuare ancora, e voltando l’angolo sarebbe entrato nel giardinetto sul retro, finendo di fronte alla finestra del bagno, illuminata dalla luce della luna.

C’era solo il vetro a dividere il dentro dal fuori, la tapparella era alzata, ma la porta del bagno era chiusa, non si riusciva a vedere il corridoio fino alla sala. La luna illuminava tutto, anche l’altro angolo della casa, che conduceva lungo un corridoio attraverso il giardino fino alla porta-finestra della sala. L’ospite si muoveva silenzioso dall’esterno, e osservando tutto si eccitava di fronte al rischio di essere scoperto, è l’adrenalina che lo guidava nel giardino di quella famiglia ignara. I fori dell’avvolgibile sulla porta finestra illuminavano il tavolino fuori e le mani dell’ospite, lo sfioravano mentre si avvicinava alla porta, poggiava l’orecchio e sentiva il papà russare, pensava che se i ruoli si fossero invertiti lui sarebbe stato terrorizzato dal sapere che qualcuno lo stava spiando fuori da casa sua, a pochi passi. La follia però non ha sentimento, comanda la parte più istintiva di noi e ci spinge a gesti inconsulti. Per questo in quella notte di inverno il rumore del vento fu interrotto da un colpo secco sul vetro della porta-finestra, come uno straniero che nel bel mezzo della tormenta suona alla nostra porta. Toc.

Il papà si svegliò di soprassalto col cuore in gola. Aveva sentito un tonfo davanti a sé, e rimase fermo, immobilizzato dalla paura che quello che aveva appena sentito non fosse soltanto frutto dei suoi sogni. Guardava la porta-finestra con un lampo di terrore negli occhi e i rumori della tv accesa si fecero fastidiosi e sinistri, così la spense. Ma non sentì niente di diverso dalla paura. Si alzò repentino, e a piccoli passi raggiunse la porta-finestra, la aprì quel poco che bastava per non toccare la tapparella abbassata fino a terra e ascoltò fuori con l’orecchio.

Non udiva altro se non il rumore delle piante mosse dal vento, e qualche scricchiolio che nulla aveva a che fare con la possibilità di una presenza umana. Così richiuse la porta piano, e in quel movimento sentì un altro tonfo, proprio dietro di sé, alla finestra della cucina. Stavolta per la paura corse verso la finestra e la aprì di scatto, proprio come aveva fatto con la porta-finestra della sala. Senza toccare la tapparella abbassata cercò con l’orecchio un rumore qualsiasi, che gli desse una buona ragione per essersi sbagliato, ma non udì niente, e richiuse la finestra, ma proprio nel socchiuderla sentì un rumore, come un sussulto, una voce che gli parlava. Indietreggiò istintivamente e chiuse la finestra di sobbalzo. Il primo pensiero fu per i suoi figli: si diresse a corsa in camera loro, vide la finestra chiusa e si tranquillizzò, ma lasciò la porta aperta, per accertarsi che quello strano suono non disturbasse il loro sonno.

Erano stati mesi difficili per il papà, sua moglie era morta, i bambini avevano sofferto la sua mancanza e lui più di loro, dovendo fingere serenità per tranquillizzarli e rendere palese che tutto andasse bene nonostante lei non ci fosse più. Probabilmente era quella la causa dei rumori, un po’ di suggestione, le difficoltà del fingere. Era tutto nella sua testa. Il papà si incamminò a sciacquarsi il viso prima di dormire, entrò in bagno accendendo soltanto la lucina del piccolo specchio, poi aprì il rubinetto, e al contatto con l’acqua un brivido gli passò lungo la schiena. Pensò che non ci fosse modo per un estraneo di entrare a casa sua, la porta blindata era chiusa a mandate, le finestre bloccate, eppure quel sussurro aveva qualcosa di umano, non poteva essere soltanto frutto della sua immaginazione. Si voltò verso l’asciugamano vicino alla finestra e d’improvviso il sangue gli si gelò addosso. L’ultimo rumore che sentì fu quello del vetro della finestra in frantumi, poi il buio.

A svegliarlo fu il pavimento freddo del bagno e un vento freddo che gli sfiorava naso e capelli, guardò verso l’alto e vide il vetro della finestra in frantumi, attorno a lui tutti i pezzi di vetro e una pozza di sangue proveniente dalla sua mano. Si alzò lentamente con la testa che gli girava per il tanto sangue perso, aprì il rubinetto e mise la mano sotto l’acqua nel tentativo di fermare il sangue. In quel momento sentì dentro di sé qualcosa di strano, alzò lo sguardo verso lo specchio e per la prima volta non si riconobbe: nel suo volto c’era uno strano sogghigno, che alla vista del sangue nel lavandino gli regalava un sussulto quasi di piacere. Si avvicinò sempre di più allo specchio nel tentativo di riconoscersi, poi pensò ai suoi figli nel letto e guardandosi accanto vide delle gocce di sangue proseguire fin sotto la porta del bagno, che però era chiusa dall’interno. L’ospite indesiderato ha colpito, pensò tra sé. Poi tornò a guardarsi allo specchio compiaciuto: l’unico ospite indesiderato era dentro di lui, ben celato in quel sogghigno sinistro.

Certe volte il nostro più grande nemico siamo noi stessi con il nostro vissuto.

 

La rubrica Storie brevi è a cura di Simone Bacci, per leggere i suoi libri cliccate qui