27 Settembre 2020

Si chiamava Destà e di lei sappiamo poco o nulla. Tutto quello che sappiamo ci è stato raccontato dal suo stupratore. Possiamo solo a malapena immaginare la sua vita, tanto distante in termini di sofferenze subite dev’ esser stata.
Si chiamava Destà e nacque in una terra colonia dell’impero italiano.
Si chiamava Destà, ed è stata data in “sposa” bambina, a dodici, tredici, forse nella migliore delle ipotesi a quattordici anni.
Si chiamava Destà ed è stata comprata assieme a una capanna di di fango e paglia. Un “leasing” in realtà, come testualmente dichiarato dal colone fascista che l’ha acquistatata a termine, per 350 lire.
Una pratica così comune che ha preso il nome di “madamato”. Una pratica così diffusa che già nell’era fascista fu messa fuorilegge, ovviamente non per salvaguardare le vittime, ma solo per evitare la nascita di figli meticci.
Si chiamava Destà ed era stata risparmiata dalla sifilide, perfetta per essere data in “sposa” agli invasori. La sifilide ancora oggi miete vittime in Africa sub-sahariana. Si stima che la sifilide contribuisca a circa il 20% delle morti perinatali.
Si chiamava Destà ed era una bambina africana, forse di carnagione scura e gli occhi neri, coi capelli intrisi di un odore simile al sego di capra.
Si chiamava Destà ed era infibulata fin dalla nascita; la madre per permettere allo stupratore di soddisfare i suoi desideri l’ha brutalmente scucita.
Si chiamava Destà ed era insensibile. In Somalia la percentuale di donne con mutilazioni genitali femminili arriva al 97%. In Etiopia al 74%. In Egitto al 91%.
Si chiamava Destà ed ha avuto tre figli. O forse è stata costretta ad averli, non ci è dato saperlo.
Si chiamava Destà ed era una bellissima bambina bilena, infibulata, venduta dal padre, acquistata da uno stupratore venticinquenne, usata e infine ceduta ad un soldato.
Si chiamava Destà. Forse non si chiamava nemmeno così, forse ancora troppe si chiamano Destà.

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