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Stati Uniti d’Europa – Un traguardo (im?)possibile

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Non esiste nessuna occasione migliore di una crisi per lanciare idee innovative, capaci di rompere gli schemi. Al contempo, non esiste occasione migliore per proporre idee semplicistiche di soluzione ai numerosi problemi che affliggono la contemporaneità, su un piano politico per lo meno.
Nell’attuale scenario geopolitico europeo siamo di fronte a due opzioni: aderire a movimenti euroscettici, e quindi abbracciare un’idea di Europa limitata alla condivisione di un mercato unico europeo, oppure aderire a movimenti europeisti, e quindi abbracciare un’idea di Europa profondamente diversa, segnata dal tentativo di progredire con sforzo sempre maggiore verso un’integrazione che abbracci intere culture.

L’attuale sogno di ogni convinto europeista ha un nome: Stati Uniti d’Europa. La realizzazione degli Stati Uniti d’Europa sarebbe la più alta vetta politica raggiunta dall’uomo dai tempi dell’ideazione dello Stato; questo perché la genesi degli Stati Uniti d’Europa sarebbe ben più complessa del processo di formazione che hanno avuto gli Stati Uniti d’America, e probabilmente altrettanto denso di contraddizioni e malumori interni, senza contare che nel panorama storico mai è stato neanche realizzato un prototipo di una siffatta forma di integrazione. Ma andiamo con ordine.

Se gli Stati Uniti d’Europa rappresentano un sogno, qual è il contenuto dello stesso? Che cosa sono concretamente gli Stati Uniti d’Europa?
Gli Stati Uniti d’Europa sarebbero anzitutto una Federazione di Stati federati, realtà frazionate di un’unica entità rilevante sul piano internazionale: questo significherebbe escludere la soggettività giuridica internazionale dei singoli Paesi membri. Il Governo Italiano non avrebbe quindi le competenze necessarie a concludere accordi diplomatici con Stati terzi, né  accordi di natura commerciale.
Siamo pronti a tutto questo?

Proseguendo lungo la linea appena tracciata, l’approccio federativo permetterebbe agli Stati Uniti d’Europa di vantare una forza negoziale senza pari sul piano internazionale: difatti, diverso è riconoscere tutela “da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro”, altro conto è quello di prevedere sedi diplomatiche unificate, sotto la stessa bandiera, in tutti i Paesi del mondo.L’indubbio vantaggio di una simile strategia politica è visibile sul piano della tutela dei diritti di ciascun individuo e dei loro patrimoni, mentre non altrettanto su un piano culturale. Non ci rivolgeremmo, per fare un esempio banale, al consolato italiano in caso di smarrimento di documenti in Canada, ma al consolato europeo.
Siamo pronti a tutto questo?

Altra questione interessante è quella linguistica. Banale ma determinante. Dimenticate l’importanza della lingua italiana, della lingua francese, tedesca, spagnola. Il processo di formazione degli Stati Uniti d’Europa richiederebbe un’uniformità obbligatoria, anche linguistica, di tutti gli atti emanati a livello federale (con forza ben maggiore di una traduzione ufficiale in tutte e 28 le lingue dell’Unione Europea): la lingua prescelta sarebbe l’inglese, e questo significherebbe che col tempo vi sarebbe un appiattimento dell’identità nazionale. Questo, a meno che non venga previsto, segnando un passaggio di incredibile difficoltà, che per le materie statali possa rilevare la lingua italiana mentre soltanto per quella federale quella inglese. Il sovrano popolo italiano, il sovrano popolo francese, il sovrano popolo polacco dovrebbero attenersi rigidamente a norme in lingua inglese.
Siamo pronti a tutto questo?

Proseguendo ancora sulla linea di bilico che abbiamo tracciato, tra le materie che sicuramente rientrerebbero tra le competenze federali (anche nel caso in cui si pervenisse ad una improbabile “Federazione leggera per gli Stati Uniti d’Europa” come suggerisce l’ALDE) troveremmo l’organizzazione delle spese militari, la politica energetica, la politica del lavoro e la politica sanitaria, la determinazione del budget destinato alla scuola, la politica economica. Questo significa, in poche parole, che circa lo stanziamento dei fondi per la scuola, l’istruzione, la sanità, l’energia rinnovabile, il nostro Paese non avrebbe alcuna voce in capitolo; se una comune lamentela, peraltro ingiustificata, è quella di un’ingerenza “dei tecnocrati di Bruxelles”, con il modello degli Stati Uniti d’Europa vi sarebbe un’assoluta cessione di sovranità di tenore neanche vagamente paragonabile.
Siamo pronti a tutto questo?

Altra conseguenza sarebbe, finalmente, la realizzazione di una vera politica comune di immigrazione, intesa in senso ampio: la determinazione delle quote lavoro sarebbe di spettanza federale, la gestione delle frontiere esterne sarebbe uniforme e uniformata alle realtà dei singoli Stati federali; non si parlerebbe più di cittadino italiano, di cittadino rumeno, di cittadino croato, ma di cittadino europeo. Questo comporterebbe la definizione di norme di acquisto e perdita della cittadinanza da applicarsi sull’intero territorio federale.
Siamo pronti a tutto questo?

Infine, per concludere l’analisi, la sfida veramente determinante sarebbe su un piano normativo. La predisposizione di un modello federale su vasta scala in ordinamenti di civil law comporterebbe una necessaria contaminazione coi principi e le regole (non leggi) che informano il funzionamento degli ordinamenti giuridici di common law. Molto probabilmente le sentenze dei giudici muterebbero di valore, e ciò significherebbe dover riscrivere quasi da zero la cultura giuridica europea: questo è altamente improbabile, per cui sorgerebbe l’esigenza di pervenire ad una soluzione intermedia. Dovrebbe essere riscritta ogni Costituzione, questa volta da 0, e nella migliore delle ipotesi andrebbero stravolte le norme contenuti nei c.d. codici. Lo sforzo richiederebbe anni.
Siamo pronti a tutto questo?

Si tratta di perdere molta della propria autonomia culturale, e di prevedere sistemi per salvaguardare le stesse in un contesto profondamente diverso da quello attuale.

Io, ho un sogno per il futuro di chi verrà dopo di noi: consegnare nelle loro mani il destino degli Stati Uniti d’Europa.

E voi?